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Lucano ha preparazione stoica (maestro Anneo Cornuto), conosce Persio ed entra nella schiera attorno a Nerone. Riceve privilegi, tra cui quello di entrare a far parte del collegio degli auguri. Subito dopo aver pubblicato la Pharsalia (primi 3 libri) cade in disgrazia presso Nerone, forse perché non vedeva di buon occhio le simpatie repubblicane; fa parte della congiura dei Pisoni, gli viene ordinato il suicidio. La Pharsalia (o Bellum Civile) resta incompiuta (completati 9 libri, il X incompiuto) a causa della sua morte. L'opera, che narra le vicende della lotta tra Cesare e Pompeo, ritorna ad analizzare eventi capitali dell'era (finale) repubblicana. Criticata dagli intellettuali antichi, si allontana dai canoni del poeta epico: non c'è l'intervento della divinità e l'ordine è cronachistico. La fedeltà alle fonti viene sacrificata a fini ideologici, soprattutto per le lotte tra cesariani e pompeiani. L'alterazione alcune volte riguarda i fatti, altre volte inserisce episodi estranei [nel libro VI episodio di negromanzia col richiamo in vita di un soldato morto; nel libro VII c'è l'intervento di Cicerone (ottimate in favore di Cesare, popolare) a Farsalo contro Pompeo]. Le critiche presuppongono collegamenti con l'Eneide, come Anti-Eneide. Il poema epico classicamente è un monumento eretto a testimonianza delle glorie di Roma; in Lucano la celebrazione si rovescia: denuncia la violenza fratricida, il sovvertimento dei valori morali; lo descrive come l'episodio iniziale di un periodo buio di ingiustizie. Cerca di ribaltare con la ripresa in chiave poetica di espressioni virgiliane, alludendo in modo indignato come se Virgilio avesse ingannato: iniziava un periodo di trasformazione della repubblica in impero e la fine totale della libertà e l'inizio della tirannide. Si smascherano gli inganni grazie all'elemento religioso mistificando il potere del Principe; mostra come il potere imperiale nasce sulle ceneri della Repubblica. Cambia completamente l'oggetto (abbandono oggetti mitici; parlando di storia recente ben documentata). Non è antipodico a Virgilio in senso assoluto. Virgilio, che appariva cantore ottimista del Principe, aveva denunciato con indignazione la guerra civile. Nei momenti in cui Virgilio descrive casi di sventura viene fuori il dubbio sulla bontà del destino. In Lucano scompare l'illusione positiva, non c'è dubbio. Il suo pessimismo sembra essere maturato nella stesura dell'opera. Già dai primi versi opposizione a Virgilio. Il tema delle guerre civili proiettato nel passato vuole presentare una realtà storica. Da un passato di grandezza a un orizzonte senza spiragli. Nerone appare nel Proemio come figura che compensa le sciagure della guerra civile, con un elogio all'imperatore [riprende motivi e riferimenti della glorificazione del Principe. Giove nell'Eneide aveva prospettato a Venere Età dell'oro sotto Augusto]. L'elogio resta una nota stridente per la caduta in disgrazia presso Nerone. Nel progetto è insito pessimismo per il secolo passato e il nuovo principe. Nel corso del poema, però, non compare più. Non ha eroe, gira intorno alle vicende di Cesare, Pompeo e Catone. Cesare domina il poema dall'alto della sua malefica grandezza, il cui furor la fortuna , entità ostile, scatena. L'autore di fronte a Cesare sembra cedere, è affascinato. Rappresenta il trionfo delle forze irrazionali (furor, ira e impazienza) contro cui Enea vinse. Sono tratti tipici del tiranno, già presenti nella tragedia senecana. Pompeo è un personaggio in declino e affetto da debolezza (cosa che sembra voluta per limitare le sue responsabilità; è Cesare il responsabile della catastrofe). Una sorta di Enea, cui il destino è sfavorevole, alla fine va incontro a catarsi, comprende che nel battersi contro Cesare, visto il destino avverso, la soluzione è la morte. Catone rappresenta la crisi dello stoicismo (victrix causa deis placuit, sed victa Catonis, la causa vittoriosa piacque agli dei, la sconfitta a Catone), la crisi del dominio della ragione nel cosmo, l'intervento della provvidenza di fronte a destino avverso. Sconfitta della ragione stoica, anch'essa divenuta inerme. Stile: Quintiliano lo definisce ardens et concitatus, facendo riferimento all'incalzante ritmo, senza freni, tanto urgente, andando oltre l'esametro, gli enjambements continui, imprimendo tensione espressiva al verso. Ci sono molti punti contatto, per ricerca di pathos e sublime, paragonato a quello delle tragedie di Seneca. Qualcuno ha parlato di barocco e manierismo. Autore sempre presente per giudicare e condannare. Straordinaria presenza delle apostrofi. Stile forte, eccessivo, che stanca rapidamente il lettore, non solo frutto dell'adesione alla moda dell'epoca, ma la tensione si alimenta dell'impegno e delle passioni. L'epica non è più il genere letterario per esprimere tensione e istanze. Non vuole sbarazzarsi di una forma letteraria, tenta un rimedio per compensare l'ardore ideologico verso la crisi. Non può più affidarsi ad un'espressione semplice e diretta, potrebbe compensare la perdita.

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