Ominide 20 punti

PERSIO
-La vita
Persio nasce nel 34 d.C. a Volterra in Etruria, da una ricca famiglia imparentata con illustri personalità senatorie. A dodici anni si reca a Roma, dove studia presso i migliori maestri della capitale. Qui intraprende una vita appartata dedita agli affetti personali, coltivando amicizie nell’ambiente aristocratico di orientamento stoico e filosenatorio. Muore nel 62 d.C.

-Le satire
Persio compone un libro di sei satire per un totale di 650 esametri, di temi vari:

• Tema letterario, Persio si scaglia contro i poeti contemporanei e la moda delle pubbliche recitazioni;
• Tema religioso, vengono condannate le preghiere empie, soprattutto le sciocche superstizioni popolari;
• Tema dell’educazione, viene ribadita la necessità di studi severi;
• Tema politico, vengono criticati coloro che per pura ambizione aspirano a svolgere un ruolo politico;

FUNZIONE CHIRURGICA DELLA POESIA: Al linguaggio sublime, Persio oppone i verba togae (parole ed espressioni quotidiane). Tuttavia Persio non vuole limitarsi ad osservare la realtà, a dipingerla in superficie, ma si propone di “raschiare via” la crosta degli atteggiamenti sociali per svelare ciò che sta sotto l’apparenza dei comportamenti.


LUCANO
Si presenta come autore anti-virgiliano.

-La vita
Lucano nasce nel 39 d.C. a Cordova, in Spagna. Presto si trasferisce a Roma, dove viene ammesso nella cerchia di amici più intimi di Nerone. Questa amicizia con l’imperatore, è attestata da diversi episodi:
- gli viene consentita la questura prima dell’età consentita;
- viene ammesso più tardi al collegio degli auguri;
- viene incoronato poeta dallo stesso Nerone.
La rottura di questa amicizia, secondo una fonte biografica, sarebbe avvenuta a causa di Lucano, il quale si ritenne gravemente offeso perché, durante una lettura pubblica dei suoi versi, l’imperatore si era allontanato all’improvviso.
Muore nel 62 d.C., costretto a suicidarsi a causa di una congiura.

-La Pharsalia
E’ un’opera di genere epico-storico che si contrappone all’Eneide. A differenza dell’opera virgiliana, che prende il nome (come tutte le opere epiche) dall’eroe protagonista, la Pharsalia prende il nome dalla battaglia di Pharsalo, nella quale Cesare vince contro Pompeo, diventando il primo dittatore di Roma.

CARATTERISTICHE STORICHE.

NON SONO NOVITA’
(Nevio e Ennio)
1- scelta di un fatto storico;
2- ordine cronologico;
3- fatto poco precedente (un sec. prima).

Lucano sceglie di trattare questa battaglia in ordine cronologico perché individua in Cesare l’inizio della decadenza di Roma, e la associa alla sua situazione contemporanea indirettamente.

Tuttavia non puà essere considerata un’opera di genere storico, poiché Lucano interpreta le vicende alla luce delle sue ideologie politiche, arrivando anche a modificarle.

MODIFICHE AL GENERE EPICO.
Lucano apporta consapevolmente delle infrazioni al genere epico, poiché attraverso queste trasmette il suo messaggio e si oppone a Virgilio.
1- eliminazione dell’apparato mitologico, viene quindi omesso l’intervento degli dei a favore o a sfavore dell’eroe;
2- l’apparato mitologico viene sostituito dall’intervento di alcune forze malefiche di magia nera;
3- tema tragico, non epico: la Pharsalia è il racconto di un crollo, della fine catastrofica di Roma, non vi è la presenza di alcun eroe salvatore;
4- Lucano non fa sentire al lettore la propria appartenenza alla comunità romana;
5- Questione dell’eroe:
EROE NEGATIVO=
CESARE, incarnazione del furor e dell’ira, è spesso guidato dalla temerarietà e dalla volontà di farsi superiore allo Stato. Viene paragonato ad un fulmine che distrugge tutto ciò che gli si presenta davanti. Egli è infatti considerato il responsabile della catastrofe che porterà al tracollo di Roma.

EROE POSITIVO=
1- POMPEO, figura positiva e dai grandi valori, ma è un personaggio in declino, politicamente ormai vecchio e militarmente debole con insufficiente capacità di azione. Viene paragonato ad una grande quercia che non ha più forti radici e che fa ombra solamente con il suo tronco (memorie del passato) ed è spoglio di foglie.

2- CATONE L’UTICENSE (morto ad Utica), possibile eroe positivo ma in seguito accantonato poiché sostenitore dello Stoicismo.

VIRGILIO:
- Il principato augusteo rappresenta il culmine della grandezza di Roma;
- Le guerre civili rappresentano una parentesi dolorosa, ma passeggera;
- Le divinità agiscono a favore di Roma;
- Ha una meta/fine positiva;
- I valori possono ritrovarsi nel presente (età augustea)
- Opera costruttiva, con lo scopo di educare.

LUCANO
- Il principato augusteo rappresenta l’inizio della fine di Roma;
- Le guerre civili danno inizio alla decadenza;
- La magia nera è contro Roma;
- Meta/fine negativa;
- I valori possono essere ritrovati nell’età repubblicana;
- Opera distruttiva con lo scopo di mostrare il disfacimento della civiltà romana.


SENECA
-La vita
Seneca nasce a Cordova attorno al 4 a.C.
Diversamente dagli altri autori del suo tempo intraprende la carriera politica ed entra a far parte della cerchia imperiale, affiancando Nerone come prefetto del pretorio (uniche guardie armate a difesa dell’imperatore) insieme a Burro e, una volta che il giovane sale al potere, in seguito alla morte di Claudio (54 d.C. – avvelenato dalla moglie Agrippina) Seneca assunse il ruolo di consigliere, diventando così una figura molto importante a Roma. Ma ben presto la politica neroniana degenera: l’imperatore brucia Roma con l’intenzione di ricostruirla più grande e più splendente di prima. Costruisce la Domus Aurea (casa il cui laghetto corrisponde allo spazio occupato dal colosseo), uccide il fratello Britannico e la madre Agrippina; e Seneca tenta di giustificare le sue azioni schierandosi dalla sua parte. Tuttavia nel 65 viene scoperta la Congiura pisoniana e nella sanguinosa repressione che seguì fu coinvolto lo stesso Seneca, che fu costretto a suicidarsi.

Fu costretto ad uccidersi nel 65 d.C.

-Le opere filosofiche
A differenza degli scrittori suoi contemporanei, Seneca si sforza per buona parte della vita di partecipare all’attività politica e, sempre differentemente dai suoi contemporanei, non crede che la libertà vera sia quella politica (repubblica), bensì quella dell’animo. Non a caso, nelle sue opere filosofiche, sente spesso l’esigenza di confrontarsi con un tema tipico della cultura romana: il rapporto tra vita attiva e vita contemplativa, vita pubblica e vita privata, individuo e società. Le sue risposte non saranno mai univoche; spesso, anzi, oscillanti e talvolta perfino opposte.
C’è un principio tuttavia al quale Seneca rimane sempre fedele: compito dell’uomo è rendersi utile agli altri uomini. La morale di Seneca è quindi, nelle sue radici, una morale attiva, romana, fondata sul principio del bene comune.
La riflessione di Seneca è riportata nelle sue opere filosofiche:
- “De tranquillitate animi” (composta quanso era precettore), dove traspare la visione tradizionale e romana di Seneca. Egli sostiene infatti che l’intellettuale deve porsi al servizio dello Stato in modo tale da essere utile alla società. Seneca, infatti, grazie alla sua presenza è riuscito a mitigare il dominio tirannico di Nerone, scendendo anche a compromessi.
- “De clementia”, è il più grande dei testi filosofico-politici. Consiste in un manuale scritto a Nerone per insegnargli a essere un buon principe, ad avere clemenza, ad essere meno tiranno e più disponibile a compromessi. Quest’opera aveva un fine sotteso: mitigare la tirannia di Nerone. Per non apparire ostile al principe, Seneca afferma inoltre che la monarchia è l’unica forma di governo in quanto, come esiste una forza superiore e divina che regola l’infinito, anche sulla Terra deve essere così. Per rendere tale questo concetto, Seneca utilizza la metafora dell’ape regina, che regna su tutte le altre api, ma non possiede il pungiglione. Questa caratteristica rappresenta appunto la CLEMENZA.

- “De otio”, composta dopo l’esilio del 62. Qui Seneca afferma che l’unica soluzione per l’intellettuale in un regime dittatoriale, è quella di vivere isolato e di non partecipare assolutamente alla vita politica. Esclude quindi ogni tipo di reazione tra intellettuale e potere.
TONO: intimo e colloquiale;
TEMA: consigli;
STILE: sentenzioso, sintassi spezzata da massime, pillole di saggezza date al lettore.

-Le tragedie
Le tragedie scritte da Seneca sono dieci: nove coturnate (argomento greco e ambientazione greca) e una praetexta (argomento romano e ambientazione romana). Molto strano è il fatto che queste siano le uniche tragedie che ci sono pervenute per intero, dato che i romani preferivano di gran lunga gli spettacoli circensi.
Sicuramente è un genere che però è più affine a Seneca e gli permette di trattare le tematiche a lui più care:
- il tema politico, ovvero la presenza di un tiranno dedito alle passioni, sordo ai richiami della coscienza. È in opposizione all’obiettivo del De Clementia;
- l’analisi psicologica delle passioni umane e le loro conseguenze. I protagonisti non sono i personaggi, la loro interiorità (in movimento).

-Il problema della datazione
Nelle tragedie di Seneca non vi è alcun riferimento alla sua attualità, è impossibile quindi datarle. Esistono tuttavia due opinioni a riguardo. Se queste fossero state scritte prima del 62, avrebbero avuto uno scopo educativo, sarebbero state una sorta di teatralizzazione delle opere filosofiche del poeta. I personaggi e le passioni sarebbero quindi stati per Nerone antimodelli da evitare (=scopo del De Clementia). Se le tragedie fossero invece state scritte dopo il 62, avrebbero avuto uno scopo di denuncia e di opposizione. Sarebbero state un modo per rappresentare le controfigure dei personaggi politici del tempo.

Un elemento importante è l’esorbitante presenza del male che prevale sempre: la passione porta alla distruzione. Sembra quasi che Seneca abbia una sorta di sfiducia nei confronti delle capacità dell’uomo di controllare le sue passioni. Per questo motivo è più probabile che le tragedie siano state scritte dopo il 62.
Un altro elemento fondamentale è la STATICITA' delle tragedie, data dalla poca presenza di azione e intreccio e dalla grande presenza di monologhi piuttosto che dialoghi. Questo è per mettere in luce il movimento interiore dei personaggi: è statico esternamente ma estremamente dinamico nell’interiorità dei protagonisti. Per fare ciò, Seneca trasgredisce inoltre un’importante regola nella rappresentazione della tragedia: egli rappresenta l’atto dell’omicidio in scena, in modo tale da aumentare il pathos (reso anche dallo stile sentenzioso). Sorge quindi un dubbio: molto probabilmente queste tragedie non avevano lo scopo di rappresentazione, ma piuttosto di una recitazione privata (a Nerone, se fossero state scritte prima del 62; ad una cerchia ristretta di oppositori, se fossero state scritte dopo).

All’interno delle tragedie di Seneca è presente la forte contrapposizione tra furor e ratio. Quest’ultima, infatti, viene schiacciata e sottomessa dalla preponderante presenza dell’irrazionale. Tuttavia, al contrario della tragedia greca, dove esisteva il fato come motore principale di tutto, in queste tragedie esiste solo la coscienza dell’uomo.

La struttura delle tragedie
Secondo alcuni critici le tragedie di Seneca sono destinate alla sola lettura a causa delle scene macabre, altri sostengono che appunto per questo aspetto debbano venire rappresentate. Seneca pone una nuova concezione del mito come exemplum. Il voler stupire è comunque l’intento principale. Abbiamo scene sanguinarie alternate a riflessioni morali (nel coro). Le tragedie di Seneca rappresentano il dissidio interno dell’animo umano tra ratio e furor.

LA MEDEA
La scena si svolge a Corinto, a sud della Grecia, dove Medea, nata nella lontana Colchide, ai confini con la Turchia e l'Armenia, suo marito Giasone ed i loro due figli vivono tranquillamente. La donna ha aiutato il marito nell'impresa del vello d'oro, abbandonando così il proprio padre, Eeta. Il vello d'oro era, secondo la mitologia greca, il vello di un ariete d'oro capace di volare, che Ermes donò a Nefele e che fu, in seguito, rubato da Giasone.
Dopo dieci anni, però, Creonte, re della città, vuole dare sua figlia Glauce in sposa a Giasone, dando così a quest'ultimo la possibilità di successione al trono. Giasone accetta, abbandonando così sua moglie Medea.
Vista l'indifferenza di Giasone, malgrado la disperazione della donna, Medea medita una tremenda vendetta. Fingendosi rassegnata, manda in dono un mantello alla giovane Glauce, la quale, non sapendo che il dono è pieno di veleno, lo indossa per poi morirne fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch'egli il mantello, morendo.
Ma la vendetta di Medea non finisce qui. Per assicurarsi che Giasone non abbia discendenza, uccide i figli avuti con lui, condannandolo all'infelicità perpetua.

TIESTE
Il Tieste di Seneca ruota tutto intorno alla vendetta di Atreo nei confronti del fratello che, tempo addietro, ha tentato con l’inganno di sottrargli il regno di Micene e la moglie. Pur essendo riuscito ugualmente a diventare sovrano e a esiliare il fratello, Atreo non può tollerare il tradimento e, fingendo di riconciliarsi con Tieste, lo invita nella sua reggia insieme ai tre figli. Ucciderà selvaggiamente questi ultimi e – degno nipote di Tantalo – con le loro carni imbandirà un empio banchetto all’ignaro fratello, che solo a pancia piena conoscerà la verità. La tragedia si chiude in un parossismo di gioia (quella, sfrenata e infine appagata, di Atreo) e maledizioni (quelle, contro se stesso e contro il fratello, di un Tieste disfatto dall’orrore); si chiude all’insegna della più eclatante assenza di redenzione – come sovente accade nel teatro senecano – e, in tal senso, oscilla ambigua fra una visione moralmente critica dei mali del potere e una compiaciuta rappresentazione dell’orrore per l’orrore.


IL SATYRICON DI PETRONIO

- La questione petroniana
Già i primi editori rinascimentali tendono ad identificare l’autore del Satyricon con una figura descritta da Tacito nei suoi Annales di nome Petronio. Egli sarebbe stato un uomo eccentrico e raffinato vissuto in età neroniana, dedito ad un’esistenza di piaceri squisiti, divenuto elegantiae arbiter all’interno della corte imperiale, curando l’immagine di Nerone fino a quando, nel 65, venne costretto a suicidarsi a causa della scoperta della Congiura pisoniana (come Seneca e Lucano).
L’identificazione dell’autore del Satyricon con il Petronio descritto da Tacito è stata a lungo discussa. Due sono le tesi contrapposte: quella unionista, che sostiene l’identificazione facendo così risalire l’opera all’età neroniana; quella separatista, che nega l’identificazione e fa risalire l’opera ad un’epoca successiva a quella neroniana (alcuni la fanno coincidere con l’età dei Flavi, altri con quella degli Antonini, se non addirittura con quella dei Severi).

La tesi separatista
Le ragioni dei separatisti, oggi non molto condivise, partono da una serie di constatazioni:
- Tacito non fa alcun accenno all’attività letteraria nella descrizione della vita di Petronio;
- tutte le testimonianze relative al Satyricon sono posteriori alla fine del II secolo d.C.;
- il linguaggio del Satyricon, ricco di volgarismi ed irregolarità, sembra essere più affine ad un’epoca successiva a quella neroniana.

La tesi unionista
A favore dell’identificazione di Petronio tacitiano con l’autore del Satyricon intervengono argomenti di varia natura (testuali, storico-sociali, linguistici, letterari). In particolare:
- la coincidenza del cognomen Arbiter con l’espressione tacitiana Elegantiae Arbiter;
- l’atmosfera del romanzo, affine allo stile di vita del Petronio descritto negli Annales;
- il richiamo in alcuni passi ad attori, cantanti e gladiatori assai noti all’epoca di Caligola e di Nerone;
- la pertinenza delle discussioni letterarie sviluppate nel romanzo al clima culturale dell’età neroniana (es. brano poetico sul tema della guerra civile).


- Il Satyricon
Già soggetto in età tardo-antica a censure ed interpolazioni, il Satyricon è giunto a noi privo della parte iniziale e della parte finale, senza contare le numerose lacune interne alla narrazione. Secondo gli studi e le opinioni dei critici, si pensa che il Satyricon sia una delle opere più lunghe dell’età antica.
Il narratore principale è Encolpio, protagonista dell’opera, ma grazie alla tecnica del racconto “ad incastro”, intervengono all’interno del romanzo ben cinque novelle affidate a voci narranti differenti.

Il titolo
Il titolo dell’opera doveva essere con molta probabilità Satyrica, un termine composto da due grecismi (satyri + il suffisso greco icon) e significava letteralmente “storie di satiri”, ovvero racconti di argomento erotico e licenzioso. Ma Satyrica potrebbe richiamare anche il termine latino satura. Il titolo allora starebbe a significare anche “racconti satirici”, sottolineando così la mescolanza di motivi licenziosi ed erotici con temi di satira sociale e letteraria.

La trama
Encolpio, uno studente squattrinato di buona cultura, narratore e protagonista del romanzo, appare perseguitato dall’ira di Priapo (dio della fecondità) di cui ha profanato i misteri o divulgato un segreto durante una permanenza a Marsiglia. Fuggito in Italia, viene incriminato per una rapina in un tempio e viene condannato all’arena. Sfuggito al carcere, si dirige verso sud con il fanciullo Gitone, di cui si è invaghito. I due conoscono Ascilto, un avventuriero che diventa il più grande rivale in amore di Encolpio insidiando il bellissimo Gitone. I tre giungono in Campania, ma a causa della rivalità tra i due personaggi, questi decidono di separarsi. Recatisi al mercato per vendere un mantello rubato, hanno la ventura di recuperare una tunica piena di monete d’oro di cui avevano a loro volta subito il furto. Felici tornano alla locanda, dove vengono scoperti dalla sacerdotessa Quartilla, che li obbliga a soddisfare le sue esigenze sessuali per tre giorni. Sfuggiti alla sacerdotessa i tre si recano a una cena nella casa di Trimalchione, un liberto ricchissimo. Felice della presenza dei tre letterati, Trimalchione dà inizio a una straordinaria performance in cui rievoca il suo passato di schiavo, enumera le sue ricchezze, simula il proprio funerale. Richiamati dal chiasso, intervengono i pompieri, convinti che fosse scoppiato un incendio. Nella confusione i tre protagonisti sfuggono al padrone di casa. A causa di un ulteriore scontro tra Encolpio e Ascilto, Gitone viene obbligato a scegliere tra i due, indicando Ascilto. Affranto dal dolore, Encolpio entra in una pinacoteca, dove conosce Eumolpo, un vecchio poeta di scarsa fortuna, con cui discute sulle cause della decadenza dell’arte, ma viene interrotto dalle sassate dei presenti che li costringono a fuggire. Dopo una serie di avventure Encolpio ritrova Gitone il quale, geloso di Ascilto decide di partire su una nave con Eumolpo.

Quando la nave è già salpata, Encolpio e Gitone si accorgono di essere sulla nave mercantile di Lica e Trifena (con cui avevano avuto un’avventura tempo prima) che durante la notte hanno un sogno premonitore e scoprono che i due protagonisti sono sulla nave. Nonostante il travestimento i due vengono riconosciuti e minacciati di terribili punizioni. La contesa degenera in una grottesca battaglia finchè Eumolpo riesce a placare gli animi e ad imporre un trattato di pace in piena regola. Segue un allegro banchetto di riconciliazione generale durante il quale il poeta racconta la novella della Matrona di Efeso. Ma una violenta tempesta fa naufragare la nave: Lica muore durante il naufragio. Encolpio, Gitone ed Eumolpo riescono ad arrivare a riva. Un contadino indica loro Crotone, informandoli sugli strani costumi della città: la popolazione si divide in cacciatori di eredità e uomini straricchi ma privi di eredi. Eumolpo ha quindi l’idea di fingersi anche lui un ricco possidente ed Encolpio e Gitone saranno i suoi schiavi, ma per paura di essere scoperto, il poeta detta un testamento in base al quale entreranno in possesso delle sue fortune coloro che si saranno nutriti del suo cadavere. L’ultimo capitolo si chiude con il discorso di un crotoniate favorevole ad accettare la clausola testamentaria.

Il problema del genere
- Parodia del romanzo greco
I protagonisti dell’opera vivono situazioni molto simili a quelle tipiche del romanzo greco (tempeste, naufragi, travestimenti). Ma si tratta di un ribaltamento ironico di questo genere in quanto: Gitone ed Encolpio sono sì una coppia di innamorati, ma omosessuale; non virtuosi, ma viziosi; lo schema del romanzo è rigorosamente e implacabilmente fondato sulla rovina di ogni progetto; l’idealizzazione dell’amore è sostituita dall’irrompere di desideri materiali (sesso, cibo, denaro); e le situazioni non sono serie ma umoristiche; viene accentuato l’elemento realistico, rispetto alla vaghezza dei luoghi e degli ambienti descritti dal romanzo greco. Il Satyricon si presenta quindi come una possibile parodia del romanzo greco.

- Fabula milesia
Altri sostengono che il Satyricon appartenga al genere della Fabula milesia, un popolarissimo genere narrativo caratterizzato da brevi novelle di argomento erotico e piccante narrate con maggior realismo rispetto alle vicende sentimentali del romanzo greco. Questa idea non è però più di tanto sostenibile, in quanto il Satyricon è una storia lunga. Vengono tuttavia individuate due fabule milesie all’interno dell’opera: quella della matrona di Efeso e quella del fanciullo di Pergamo.

- Satira
Opzione presa in considerazione soprattutto grazie ai legami tra il titolo dell’opera e il genere della satira, ma anche questa è un’opinione abbastanza errata a causa del fine dell’autore: diversamente dalla satira tradizionale, Petronio non ha fini morali o di protesta.
I fini dell’opera potrebbero essere due: quello di rappresentare la realtà del tempo e quello di incitazione alla vita (tema della morte).

- Satira menippea
E’ l’opzione più probabile insieme a quella del romanzo, grazie alle affinità con il genere letterario che l’opera presenta: la forma del prosimetro, il realismo, la mescolanza di toni seri e toni comici, l’uso di differenti registri linguistici, la parodia di diversi generi letterari, la mescolanza tra il reale e il fantastico.

Il realismo mimetico
Con realismo mimetico si individua la pluralità dei linguaggi presenti all’interno del Satyricon. In quest’opera ogni personaggio viene individuato e caratterizzato dal linguaggio che usa. Si possono distinguere due categorie di personaggi: quelli colti, che fanno uso di un latino letterario ed elegante (Eumolpo, Encolpio, Gitone); quelli incolti, che invece fanno uso di un latino più semplice e popolare (i liberti che partecipano alla cena di Trimalchione). Fra queste due fasce occupa una posizione intermedia Trimalchione, che a volte si sforza di utilizzare un linguaggio elevato, ma poi ricade in quello plebeo e volgare della classe sociale da cui proviene.

Registrati via email