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Persio e Giovenale

Persio e Giovenale mostrano importanti tratti in comune. Tutti e due dichiarano di ricollegarsi alla poesia satirica di Lucilio e Orazio, e si collocano quindi nella loro tradizione. Le innovazioni sono vistose sia nella forma che assume il discorso satirico sia per quel che riguarda la destinazione sociale delle opere. Le satire di Lucilio e Orazio assumevano come riferimento la cerchia degli amici, mentre quelle di Persio e Giovenale, pur se formalmente rivolte a un destinatario singolo, sono in realtà dirette a un pubblico generico di lettori-ascoltatori, di fronte ai quali il poeta si atteggia a censore del vizio e dei costumi.
La forma del discorso non è più quella della conversazione “costruttiva” che tende a fare sorridere; nasce una sorta di complicità tra autore e ascoltatore: l’autore poteva figurare egli stesso, nel testo, come destinatario implicito del proprio discorso, e viceversa l’ascoltatore.

La forma dell’invettiva prende il posto del modo confidenziale e garbato che caratterizzava la satira oraziana. Il poeta a sue quelle forme di moralismo che proprio la satira oraziana aveva rifiutato. Accanto a questo mutamento di posizione e di ruolo del poeta satirico, si notano i segni vistosi di un nuovo gusto letterario. La trasformazione dei caratteri formali della satira post-oraziana si deve anche alle mutate modalità della sua produzione e destinazione: prima che alla lettura individuale, la satira di Persio e Giovenale è destinata all’esecuzione orale, alla recitazione in pubblico, e punta a fare colpo sull’uditorio.

Persio: la vita e le opere

Le nostre informazioni sulla vita di Persio derivano soprattutto da una biografia che si fa risalire al grammatico Valerio Probo. Persio era nato a Volterra in Etruria nel 34 dc, da una famiglia ricca e nobile. Rimase presto orfano di padre. A 13 anni fu mandato a Roma per proseguire la sua educazione alle migliori scuole di grammatica e retorica. Morì non ancora ventottenne, nel 62.

Le Satire che Persio scrive sono sei componimenti in esametri dattilici (metro ormai tradizionale di questo genere letterario). La I satira illustra i vezzi deplorevoli della poesia contemporanea e la degenerazione morale che le si accompagna, cui il poeta oppone lo sdegno e la protesta dei suoi versi, rivolti agli uomini liberi. La II attacca la religiosità formale e ipocrita di chi non conosce onestà di sentimenti e chiede agli dei solo la soddisfazione della propria brama di denaro. La III è indirizzata a un “giovin signore” che conduce vita ignava e dissipata, per esortarlo a intraprendere il cammino della liberazione morale seguendo i precetti della filosofia stoica. La IV illustra la necessità di praticare la norma del nosce te ipsum per chi abbia ambizioni di carriera politica, e voglia impartire direttive etiche agli altri. La V, rivolta al maestro Cornuto, svolge il tema della libertà secondo la dottrina stoica, contrapponendo ai vizi umani più diffusi la libertà del saggio che si fa guidare dalla propria coscienza. La VI satira deplora il vizio dell’avarizia additando come modello il saggio stoico che usa con moderazione i propri beni.


Giovenale: la vita e le opere

Per Giovenale le notizie sono poche e incerte, ricavabili per lo più dai pochi cenni autobiografici presenti nelle sue satire. Giovenale era nato ad Aquino, nel Lazio meridionale, tra il 50 e il 60 dc, da famiglia benestante. Ebbe una buona educazione retorica, ed esercitò la professione di avvocato. All’attività poetica arrivò in età matura. Visse soprattutto all’ombra di potenti padroni, nella disagiata condizione di cliente, privo di autonomia economica. Continuò a scrivere fino al periodo del principato di Adriano. Nulla sappiamo della data della morte. La sua produzione poetica è costituita da 16 satire, in esametri, suddivise in 5 libri. La composizione delle sue satire deve collocarsi tra il 100 e il 127 dc.

Nella satira I Giovenale polemizza contro la declamazione alla moda e la loro fatuità, dichiarando il suo disgusto per la corruzione morale dilagante che lo spinge a farsi poeta satirico. La II aggredisce l’ipocrisia di chi nasconde il vizio sotto le apparenze della virtù: bersaglio del poeta è soprattutto l’omosessualità. La II descrive il vecchio amico Umbricio che abbandona Roma, diventata malsicura per gli onesti. Nella IV si narra del consiglio riunito da Domiziano per deliberare su una questione davvero grave: come cucinare il gigantesco rombo offerto in dono all’imperatore. La V descrive la cena offerta dal ricco Virrone e l’umiliante condizione dei clienti convitati. La VI è la feroce requisitoria contro l’immoralità e i vizi delle donne. La VII deplora la generale decadenza degli studi e la misera condizione cui sono costretti i letterati del tempo. L’VIII oppone alla falsa nobiltà della nascita quella vera derivante dall’ingegno e dai sentimenti. La IX riferisce, sotto forma di dialogo, le proteste di Nevolo, un omosessuale mal ricompensato per le sue onerose prestazioni. La X è incentrata sull’insensatezza della tante brame umane. Nell’XI il poeta contrappone al lusso dei banchetti dei ricchi la cena modesta che egli offre a un amico. La XII attacca i cacciatori di eredità, la XIII gli imbroglioni e i frodatori. Nella XIV si discute dell’educazione dei figli e della necessità di accompagnare i precetti con l’esempio. La XV descrive un episodio di cannibalismo avvenuto in Egitto e provocato dal fanatismo religioso. L’ultima satira, incompleta, elenca i privilegi offerti dalla vita militare.

La satira “indignata”
La letteratura del tempo è lontana dal clima morale corrotto e dalla profonda degradazione in cui si trova la società romana tra il finire del I secolo e primi decenni del secondo. Di fronte all’inarrestabile dilagare del vizio sarà l’indignazione la musa del poeta, e la satira il genere obbligato, il tipo di poesia più adatto a esprimere il suo disgusto. Nella prima satira Giovenale enuncia le ragioni della sua poetica e la centralità che in essa occupa l’indignatio. Al contrario di Orazio, Giovenale non crede che la sua poesia possa influire sul comportamento degli uomini, giudicati prede irrimediabili della corruzione: la sua satira si limiterà a denunciare la sua protesta, senza coltivare illusioni di riscatto.

Giovenale rifiuta cioè di uniformarsi alla tradizione satirica precedente, razionalistica e riflessiva.

L’astio sociale è una componente importante della satira “indignata” di Giovenale. Secondo l’interpretazione di Giovenale, non ci sono più le condizioni sociali per figure di poeti integrati come erano stati i grandi protetti di Mecenate e Augusto, Virgilio e Orazio: il poeta, nella Roma di Giovenale, è maltrattato, vive in condizioni di estrema povertà, deve riuscire a coltivare la propria ispirazione nella miseria. Giovenale guarda a questo spettacolo come a una tragedia di maschere grottesche, di fronte alla quale non gli resta che l’amara soddisfazione dell’invettiva. Al suo sguardo, la società romana appare irrimediabilmente perversa. La sua furia aggressiva non risparmia nessuno, acca-nendosi soprattutto sulle figure più emblematiche della società, contro la volgare iattanza dei nuovi ricchi, lo strapotere dei liberti, l’astuta intraprendenza degli orientali, l’abiezione orale dei letterati esposti al rischio della fame.

Bersaglio privilegiato sono le donne, le donne emancipate e libere, che personificano agli occhi del poeta lo scempio stesso del pudore, e gli ispirano la lunga satira sesta, uno dei più feroci documenti di misoginismo di tutti i tempi.

Questa radicale avversione al suo tempo, e la rabbiosa protesta contro le ingiustizie, contro l’oppressione e la miseria in cui vivono gli umili e i reietti, hanno fatto parlare di un atteggiamento “democratico” di Giovenale, ma si tratta di una prospettiva illusoria. Il suo atteggiamento verso il volgo, verso i rozzi, verso chiunque eserciti attività manuali o commerciali, è di profondo disprezzo. L’orgoglio intellettuale gli consente al massimo di rivendicare per sé agiatezza e riconoscimenti sociali, ma lo tiene lontano dal concepire solidarietà sociale.

La tendenza di quest’uomo respinto da una società che mortifica i suoi valori è verso l’idealizzazione nostalgica del passato, di un tempo antico governato da una sana moralità agricola e opposto al corrotto presente cittadino, una società non inquinata da orientali, liberti e commercianti. Questa fuga dal presente sembra il solo esito cui l’indignatio giovenaliana può approdare, e costituisce l’implicita ammissione della sua frustante impotenza.

Un marcato cambiamento di toni si avverte nella seconda parte dell’opera di Giovenale, cioè negli ultimi due libri, in cui il poeta rinuncia espressamente al violento rifiuto dell’indignatio e assume un atteggiamento più distaccato, mirante all’apatheia, all’indifferenza, degli stoici, riavvicinandosi a quella tradizione della satira da cui si era allontanato. Lo sguardo si amplia in un’osservazione più generale, rassegnata di fronte all’insanabile corruzione del mondo.

Lo stile satirico sublime
Lo stile è simile a quello dei generi letterari tradizionalmente opposti alla satira, l’epica e soprattutto la tragedia. La satira resterà realistica, ma avrà l’altezza di tono, quella grandiosità di stile che sarà conforme alla violenza dell’indignatio.

Giovenale trasforma profondamente il codice formale del genere satirico, tagliando il legame tradizionale con la commedia e accostando la satira alla tragedia, sul terreno dei contenuti e dello stile, analogamente “sublime”. Un procedimento consueto di Giovenale è il ricorso alle solenni movenze epico-tragiche proprio in coincidenza con i contenuti più bassi e volgari. Il suo realismo ha una forte spinta deformante, che si nota soprattutto nel tratteggiare figure e quadri di violenta crudezza in cui trova sfogo il moralista indignato.

La sua espressione, in cui si scontrano toni aulici e plebei, parole alte e oscene, è realistica e ricca di significati, densa e sentenziosa, con un tono sempre teso alla denuncia e all’invettiva. Si notano gli influssi delle scuole di retorica e delle declamazioni, che Giovenale avrebbe lungamente praticato.

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