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Il perfetto oratore

Diversamente da altri trattatisti, Quintiliano si preoccupa della formazione dell’oratore a partire dalla su prima infanzia. Il Garuti individa alcuni aspetti fondamentali della pedagogia quintilianea. Innanzi tutto la parola come meta verso cui tende ogni educazione; in secondo luogo la tendenza alla perfezione che implica il considerare il bambino come il più intelligente possibile; in terzo luogo una pedagogia unitaria volta a colmare ogni distanza fra le cose più semplici e quelle più complesse. Il Garuti nota, quindi, una serie di innovazioni proposte da Quintiliano che non comportano, tuttavia, un atteggiamento rivoluzionario nei confronti della pedagogia e della scuola del tempo.
La scarsità della documentazione pedagogica latina (nel senso moderno della parola, e quindi non tenendo conto dei programmi e contenuti degli studi) pone per prima cosa un problema di particolare importanza: quanto, di ciò che ricorre nella Institutio oratoria appartenga a posizioni proprie dell’autore e quanto invece sia dall’autore attinto e fatto suo da opere o esperienze altrui. In questo ci soccorre la testimonianza stessa di Quintiliano, che puntualizza la sua posizione personale in molte questioni, generali o particolari, che potevano formare oggetto di discussione.

Sarà pertanto opportuno fissare, scorrendone le parti pedagogiche dell’opera, i punti in cui Quintiliano chiarisce la sua posizione personale. L’autore dichiara di scostarsi dai precedenti trattatisti di retorica, compreso Cicerone, in quanto questi ultimi iniziavano la loro esposizione dal momento in cui l’alunno entrava nella scuola del retore, dando per scontato e attuato tutto il corso degli studi precedenti. Egli invece, in vista dell’oratore perfetto, prenderà sotto il suo esame il bambino fin dalla nascita, fermamente convinto che l’insegnamento dell’eloquenza, cioè della tecnica e dell'arte della parola, deve avere inizio fin da quando il bambino comincia a udire e usare il linguaggio, cioè dalla culla. E’ appunto un siffatto allargamento del campo didattico che, abbracciando non più solamente il giovane formato e maturo, ma anche il bambino a partire dalla sua primissima età, porta Quintiliano più espressamente nell’area della pedagogia.
Si possono fissare alcuni caratteri della pedagogia quintilianea:

1) Pedagogia della parola: alla parola ad bene dicendum deve condurre ogni attività e a essa rivolgersi come all’ultima meta suprema. Si trasferisce pertanto in questa sede più ampia quel carattere unitario e piramidale che si era riscontrato nella scuola romana in singoli momenti staccati. Negando a Quintiliano ogni prospettiva pedagogica che resti al di fuori dell’eloquenza, risulta difficile parlare di pedagogia autonoma.

2) Pedagogia perfettiva: tutte le persone che stanno intorno al bambino devono puntare su di lui come sul bambino il più intelligente possibile e destinato a diventare perfetto, come su un futuro Alessandro Magno: perfetto però nella più perfetta eloquenza, ideale non ancora raggiunto, ma nella cui realizzazione bisogna sperare con la massima fede. La pedagogia viene così inclusa in quell’ideale di perfezione che già il pensiero ciceroniano aveva vagheggiato, specie nell’Orator, per il sommo oratore. Se si viene meno a questo, anche la pedagogia si immiserisce in un semplice addestramento tecnico a livello mediocre; alla perfezione devono essere avviati indistintamente tutti i bambini fin dal momento iniziale delle loro più alte speranze: essa è teoricamente accessibile a tutti.
3) Pedagogia unitaria: di contro all’istruzione settoriale, Quintiliano cerca di colmare qualsiasi iato esistente tra le cose insignificanti e di minor conto (minora) e le cose più alte e complesse (malora), quale è la tecnica dell’oratoria. Questo si potrà cogliere anche nella tendenza a gettare, in ogni fase scolastica, le premesse per la scuola successiva.

Parola/perfezione/unità: tre linee maestre per una pedagogia a finalità oratoria e ispirata da una serena e pienissima fiducia nelle capacità del bambino: di qui l’ottimismo quintilianeo, uno degli aspetti più vivi della sua humanitas. L’incidenza di Quintiliano si nota particolarmente nei punti seguenti:

- Percettività linguistica della nutrice, da unire alla perfezione etica richiesta dallo stoico Crisippo: la nutrice è la prima persona, oltre alla madre e anzi in un certo senso prima e più della madre, attraverso la quale il bambino viene a contatto col linguaggio. La percettività della parola deve quindi trovare qui la sua prima base, specie sotto l’aspetto negativo di evitare errori di lingua.

- Posizione precisa del pedagogo (valida anche per le scuole successive) soprattutto di fronte alle altre persone che insegnano ai bambini, con una precisa suddivisione dei compiti per evitare gelosie e rivalità di mestiere.
- Inizio dello studio linguistico col greco, seguito subito dopo dal latino, allo scopo di evitare i due eccessi opposti, esclusione del greco e sua esagerata preminenza sull’altra lingua, cosa allora attuata da molti.
- Metodo globale-pratico nell’apprendimento delle lettere, contro l’uso invalso di studio preventivo e mnemonico dell’alfabeto, e preferenza per il sistema più moderno del seguire il tracciato di lettere già incise, in luogo della mano del bambino guidata dal maestro. Inversamente per le sillabe, il cui apprendimento deve essere preventivo e mnemonico, cosa trascurata dai più.
- Maggiore valorizzazione della scrittura celere e precisa, quale facilitazione del pensiero.
- Opposizione ferma e decisa alle percosse, umilianti per l’alunno e causa di reazioni indecorose. Le percosse erano abituali, e anche causa di incresciose costrizioni morali: di qui l’energica reazione di Quintiliano.
- Potenziamento, nella scuola del grammatico, delle materie ausiliarie nel quadro di una cultura enciclopedica, contro l’opinione di coloro che le ritenevano inutili o ingombranti per lo studente. L’aspetto innovatore consiste nel postularle chiaramente come materie di studio, mentre Cicerone ne aveva riconosciuto solo una generica utilità.
- Periodo di duplice insegnamento contemporaneo (grammatico e retorico) e coordinato per ovviare agli inconvenienti derivati dalla non chiara delimitazione dei confini tra le due scuole.
Si può avere così un’idea sulla posizione di Quintiliano rispetto alla pedagogia e alla scuola del tempo: non innovazioni rivoluzionarie, ma interventi, anche di un certo rilievo.
I tre elementi-base sopra ricordati trovano qui una piena conferma: parola-percettività-unità risultano rafforzate da questa serie di ritocchi e migliorie, a cui si accompagnano le molte precisazioni tecniche. A sua volta l’humanitas, particolarmente manifesta nell’opposizione alle percosse, porta Quintiliano a impostare il rapporto tra libera espressione dell’alunno (gioco, emulazione) e autorità del docente. Non deve abdicare da essa, ma è suo preciso compito l’esercitarla non per soffocare o reprimere, ma per controllare moderare e correggere. L’ultima parola spetta ancora all’insegnante.

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