Ominide 157 punti

Fedro - La vita e le fabule

Vita
Non sappiamo neanche se si chiamasse Phaedrus o Phaeder, in quanto il titolo con cui ci è pervenuta la sua raccolta di favole, Phaedri Augusti Liberti fabulae Aesopiae, ci tramanda il suo nome al genitivo. Da riferimenti contenuti nei prologhi della sua opera, possiamo ricostruire alcuni dati biografici: nacque in Macedonia intorno al 20 a.C. e condotto a Roma ancora bambino fu schiavo di Augusto dal quale ebbe poi la libertà per meriti probabilmente culturali e letterari. Proprio sotto Augusto cominciò a comporre favole e pubblicò i primi dei suoi cinque libri prima del 31 d.C., cioè prima della morte di Seiano, ministro di Tiberio.
Non sappiamo di quali colpe Fedro si fosse macchiato; sappiamo soltanto che il poeta soffrì molto per il processo affrontato e soprattutto per il fatto che Seiano non era soltanto accusator, ma anche testis e iudex. Si ritiene che visse fino all’età di Claudio e che morì intorno al 50.

Fedro e la tradizione favolistica
Nel prologo del I libro Fedro dichiara di aver rielaborato la materia trattata da Esopo. Esopo è un semileggendario poeta greco vissuto nel VI sec a.C. Era uno schiavo della Frigia ed ebbe il merito di aver raccolto una gran quantità di favole, trasmesse da una lunga tradizione orale. Fu così che nacque la favola come genere letterario.
L’opera di Esopo non ci è pervenuta, ma i Greci attribuirono a questa figura enigmatica una quantità enorme di favole.
Fedro andò al di là della stessa tradizione esopica, aggiungendo argomenti di derivazione prettamente romana, come testimoniano alcune favole e soprattutto dando forma poetica a quella materia che Esopo aveva trattato in prosa.
Ma perché Fedro volle far ricorso alla fabula? Egli, nel prologo del III libro ebbe ad affermare che lo schiavo, cioè Esopo, sempre soggetto agli altri, poiché quel che voleva dire non osava, tradusse i propri sentimenti nelle favole ed eluse la calunnia con finti giochi.
E questa è anche la motivazione che spinse lo stesso Fedro a servirsi di allegorie, di simboli e di allusioni, e quindi della favola, nel tentativo di evitare noie da parte del potere politico.

Il mondo favolistico di Fedro
Il mondo favolistico di Fedro si caratterizza per la rappresentazione della società umana, dei suoi vizi, dei suoi errori e dei suoi difetti. Egli rappresenta esempi di violenza, prepotenza, egoismo, bramosia, cattiveria, visti come la più costante e comune manifestazione dell’umanità, cui corrispondono, dalla parte opposta, esempi di debolezza, impotenza, ignavia, ignoranza, viltà. Insomma la prepotenza contro l’impotenza, il sopruso contro la rassegnazione, l’imposizione contro la passività, e soprattutto, come nella favola del lupo e dell’agnello, l’arroganza e la malvagità contro l’innocenza e la non violenza. La sua favola è legata all’ambiente e alla situazione dell’età post–augustea, in cui era evidente una profonda spaccatura tra il mondo dei potenti e dei prepotenti e quello degli umili e degli oppressi.

Tali categorie umane vengono rappresentate attraverso un particolare protagonismo, quello degli animali, i quali finiscono per rivestire nelle favole il ruolo di vere e proprie “figure”, maschere, simboli e allegorie del mondo umano.
Così il lupo rappresenta la ferocia, il cane la fedeltà, l’asino la soggezione e la rassegnazione, la volpe l’astuzia, l’agnello la mansuetudine.
Così come gli uomini, anche gli animali sono distinti in due categorie: da un lato i violenti, dall’atro coloro che le violenze le subiscono o le devono subire. Ma non tutte le favole di Fedro sono centrate sugli animali. Ve ne sono alcune che hanno per protagonisti gli uomini, come ad esempio la favola in cui viene descritto uno schiavo che, mentre fa di tutto per far notare all’imperatore Tiberio la propria fedeltà e laboriosità, viene schernito dallo stesso imperatore.
Un altro aspetto del mondo favolistico di Fedro è la connotazione più specificamente socio–politica di certi componimenti. Tale aspetto si può cogliere in quelle favole nelle quali il potere politico, violento e oppressivo, è preso di mira da parte del poeta che non risparmia frecciate e allusioni malevole, a volte neanche troppo velate, nei confronti di Seiano e dello stesso imperatore. La vendetta del prefetto del pretorio è più evidente che riferimenti al potere politico nelle favole fedriane, non solo dovettero esserci essere, ma dovettero essere anche fortemente corrosivi del prestigio imperiale. Probabilmente proprio le favole più violente verso gli ambienti del potere non ci sono pervenute.
L’ultimo aspetto che resta da evidenziare è quello dell’emulazione dei forti e dei potenti da parte dei poveri e dei deboli. Quest’ambizione sfrenata, avverte Fedro, porta l’uomo verso la rovina o la morte. Infatti, in una favola un corvo mostro orgoglio e boria rivestito con le penne di un pavone e, smascherato, subisce l’onta dell’umiliazione e dell’espulsione dal “coro” dei pavoni, tra i quali si era maldestramente intrufolato; in un’altra un cane che, non contento del proprio, cerca di impadronirsi della roba altrui, perde anche ciò che aveva; in un’altra ancora una rana, che vuole diventare grossa come un bue, scoppia. Sembra di essere in presenza della descrizione di un mondo immutabile, socialmente stratificato e immobile, in cui ognuno deve restare al posto che la sorte e le condizioni sociali gli hanno assegnato.

Punto di vista del poeta e favola come protesta
La rappresentazione della società nelle favole viene condotta all’insegna di una costante protesta sociale. Fedro racconta adottando un punto di vista che è proprio del ceto sociale di appartenenza, cioè quello degli schiavi e degli umili, oppressi ora dal potente di turno, ora dal potere politico. Ma la protesta del poeta resta per lo più inutile e improduttiva. La sua favola non è connotata da violenza aggressiva contro persone identificabili: egli obbedisce a un principio tipico della filosofia popolare dell’umile: “si dice il peccato e non il peccatore”, per cui è vana ogni fatica tesa a individuare personaggi precisi dietro alle varie “maschere”. Sono appunto i “peccati” che fanno insorgere in Fedro una volontà correttiva che si manifesta nella “morale della favola”. Il limite del senso etico di Fedro è nel suo realismo spietato, ma anche spoglio di speranza. Ha voluto rappresenta la vita e la vita concreta, cioè quella di cui era testimone e partecipe; ha creato una vasta commedia umana, schietta e sincera. Tutto è sobrio e triste. Ciò perché Fedro è un pessimista convinto della immutabilità della situazione: la negatività della società che egli rappresenta e che pure vorrebbe eliminata, non solo resiste ma campeggia all’interno delle favole. La sua, pertanto, non è una denuncia caricata di un preciso disegno di trasformazione della realtà, ma la protesta dell’umile costretto a vivere in una società violenta e oppressiva per la quale non s’intravedono speranze di mutamenti.

Caratteristiche strutturali e stilistiche delle favole
Le favole di Fedro sono per lo più brevi e presentano una struttura costantemente uniforme che si fonda sui seguenti elementi:
- “promitio”, cioè l’affermazione di un principio morale, di una massima, posta all’inizio della favola, oppure un “epimitio”, posta alla fine della favola e che rappresenta l’insegnamento morale.
- breve introduzione;
- nucleo narrativo che può essere una breve novella, una favola, un apologo, con il quale egli spiega il significato del promitio o dell’epimitio.

Lo stile della fabula di Fedro è intonato alla brevitas. Usa un andamento scorrevole e leggero, creando vivaci scorci di vita reale.
Quanto al linguaggio è legato al sermo cotidianus. Difatti la “quotidianità” del linguaggio di Fedro si coglie nella chiarezza e nella sua semplicità. Si tratta però di un linguaggio ben curato e studiato.

Le favole
Sotto il nome di Fedro ci è pervenuta una raccolta di 93 fabulae trasmessaci dal codice Pithoeanus, così detto perché rinvenuto dai fratelli Pithou. Si ritiene che tale raccolta non sia completa di tutte le fabulae composte da Fedro.
A confermare tale ipotesi contribuiscono:
- il fatto che Fedro nel prologo del I libro parli di favole su alberi parlanti, assenti però nella raccolta ufficiale;
- l’Appendix Perottina, una raccolta contenente una trentina di fabulae di Fedro, così detta da Niccolò Perotti che, nel XV secolo, le trascrisse da un codice non pervenutoci;
- la raccolta di circa quaranta favole, considerate fedriane, tradotte in prosa nella tarda latinità.

Ciascuno dei 5 libri delle raccolta si apre con un prologo, mentre il II, il III e il IV presentano anche un epilogo. Nei prologhi e negli epiloghi Fedro affronta molti argomenti riguardanti il suo fare poetico, ed anche alcune polemiche letterarie.

Registrati via email