Età augustea ed imperiale

Il principato di Augusto fu caratterizzato dalla sua stessa volontà di creare equilibrio fra princeps ed antiche istituzioni. Augusto fu nominato “augustus” dal Senato nella seduta del 13 gennaio del 27 a.C. Dopo che ebbe purificato lo Stato Romano, riorganizzò l’equilibrio concentrando nelle sue mani dei poteri strategici:
1) Tribunicia potestas; che comportava altri quattro poteri fondamentali:
• Sacralità della persona la sacralità solitamente durava solamente un anno, cioè il periodo del mandato, Augusto la fece diventare, invece, a vita.
• Ius intercessionis il princeps aveva diritto di veto nelle decisioni prese nelle assemblee o dai magistrati.
• Ius coercendi diritto di pretendere obbedienza da privati e magistrati.

• Ius agendi cum populo et cum senatu poteva adunare i comizi del popolo e presiedere quelli del Senato.
Augusto aveva prerogative che accrescevano la sua posizione, senza andare ad intaccare formalmente i poteri del Senato; richiese anche:
2) L’ “imperium pro consulare” che racchiudeva i poteri di governo e di comando sulle truppe della cui provincia si era proconsole. Così si fece assegnare tutte quelle provincie la cui situazione interna era tale da aver bisogno di un forte esercito. Vi erano anche alcune provincie che egli invece governava tramite dei legati eletti da lui stesso (Sicilia, Acaia e Asia)
3) Alla morte di Lepido si fece nominare Pontifex Maximus
4) Ed infine ebbe il titolo di Princeps Senatus; Augusto, pur presentandosi come pari fra i senatori, era colui che doveva esprimere per primo il parere su qualsiasi decisione del Senato, orientando gli altri membri verso la sua decisione.
Il programma di legalizzazione politica del potere del princeps, assicurandosi l’appoggio della nobiltà, divenne credibile dopo che furono attuate una serie di misure che miravano al risanamento dei costumi, al recupero delle antiche tradizioni, recuperando precetti religiosi e principi etici e morali che costituivano l’essenza del mos maiorum. In queste circostanze egli si presentava come Restitutor Rei Publicae, colui che ha restituito la Repubblica ai cittadini. In quanto civis romanus, sapeva bene che la religione era uno strumento di potere immenso, diverse volte la usò per giustificare le guerre (bellum iustum): restaurò ben 82 templi a Roma, ricostituì la confraternita dei fratres Arvales e permise alle figlie dei liberti di partecipare alle feste per le Vestali. Non commise l’errore di Giulio Cesare di richiedere gli onori divini secondo la prassi orientale.
Dopo la battaglia di Azio del 31 a.C. , infatti, sia i romani che abitavano lì che i Greci volevano concedergli onori divini, egli però fu tanto furbo da accettarli dai greci, ma non dai romani: infatti questi ultimi sostenevano che gli onori divini andavano concessi solo post mortem. Per assicurarsi che l’equilibrio restasse intatto, affrontò il problema della successione: volle affidarla ad un membro della gens Iulia, ma nel 14 d.C. egli ancora non aveva eredi. Augusto era sposato con Livia che, dal precedente matrimonio, aveva avuto due figli: Tiberio e Druso. Il primo non era certo fra i preferiti di Ottaviano, mentre il secondo morì troppo presto, nel 9 a.C. Il princeps preferiva di gran lunga Marco Claudio Marcello, ma anche questi morì prestissimo, fra il 23 ed il 22 a.C. (vedi riferimento Eneide). Così pensò a Vipsanio Agrippa, che però morì nel 12 a.C. ed i suoi due figli Lucio e Gaio Cesare, morirono rispettivamente nel 2 e nel 4 d.C. L’ultima possibilità era costituita dalla figlia di Ottavia, Giulia, che era sposata con Druso ed aveva avuto due figli: Claudio e Germanico. Entrambi erano troppo giovani per assumere poteri così importanti e nel contempo, Tiberio si era distinto prima fra il 13 ed il 9 a.C. nella battaglia contro gli Illiri e poi fra il 9 e l’8 a.C. nella battaglia contro i Marcomanni. Così al potere salì Tiberio a patto che questi, nonostante avesse un figlio, Druso, nominasse come suo diretto erede Germanico.
Si creò una complessa situazione dinastica le cui successive vicende condizionarono la vita dell’Impero, caratterizzato dallo scontro fra due opposte tendenze: imperatori che cercavano di tenere in vita il compromesso augusteo e personalità che accentrarono sempre più potere nelle loro mani, dando una svolta assolutistica al potere.
Nel 14, Roma aveva acquisito la presenza stabile di una corte imperiale. Tiberio regna fino al 37, con una carriera ed un matrimonio che gli avevano dato scarse soddisfazioni: già nel 6 a.C. Tiberio decise di abbandonare Roma, stanco della situazione che si era venuta a creare, per ritirarsi a Rodi. Nel 2 a.C. scoppia lo scandalo che riguarda Giulia e la accusa per adulterio (viene travolto dallo scandalo Ovidio) e Augusto la esilia e ne annulla il matrimonio con Tiberio. Nel 1 d.C. Tiberio viene richiamato a Roma. Egli era un appassionato di historia fabularis ed aveva dato il suo contributo alle sorti dell’Impero. Il modello che Tiberio volle seguire fu quello di Augusto: rispettò la tradizione augustea, anzi attribuì al Senato la prerogativa di eleggere magistrati e attribuì allo Stato il diritto di presiedere i processi per crimini intentati contro senatori e cavalieri. In politica estera rinsaldò i confini dell’Impero, annesse solo la Cappadocia, la Cilicia e la città di Pergamo che erano state lasciate in eredità all’Impero romano. Nel 15 concesse a Germanico di celebrare il trionfo per il successo ottenuto sulle popolazioni oltre il Reno: la sua crescente popolarità, però, ingelosì molto Tiberio che decise di mandarlo in una campagna in Oriente per farlo morire. Si narra infatti che qui fu ucciso dal governatore della Siria. Druso aveva ora la strada spianata verso il potere, ma entrò in conflitto con Elio Seiano, prefetto del pretorio, amante di sua moglie, la quale fu convinta proprio da quest’ultimo ad uccidere Druso nel 23. La cooperazione con il Senato fu sottolineata dal gesto che Tiberio fece per farlo divenire unico organo elettorale. Cercò anche i rendere i costumi più morigerati: espulse infatti dall’Italia tutti gli attori; gli spettacoli teatrali non erano null’altro che momento di lussuria. Pretese di essere chiamato dominus dagli schiavi, imperator dai soldati e princeps dai cittadini. Tiberio governò, invece, con successo fino al 26, quando poi si ritirò a Capri anche molto addolorato per la morte del figlio. La scelta di risiedere a Capri, però, fu interpretata dai cittadini romani come un disinteresse nei confronti di Roma ed il suo abbandono rinforzò il potere di Elio Seiano. I cittadini non sapevano infatti che Tiberio aveva creato una fitta rete di contatti fra Capri e Roma. Tiberio si fidò di Seiano fino al 31, anno in cui scoprì il suo ruolo nella morte del figlio. Seiano fu scacciato ed al suo posto venne Macrone: è proprio lui ad operare la damnatio memoriae di quest’ultimo.
Vediamo che spesso la storiografia romana dipinse ritratti loschi dei personaggi che assunsero il comando dell’Impero: bisogna però dire che questi ritratti avevano spesso come autori coloro che patteggiavano per il Senato o che a loro volta attingevano da fonti filosenatorie. L’immoralità e le devianze degli imperatori sono narrate e confrontate di pari passo con le città di Neapolis e Capri, come sedi di lussuria dove il personaggio risiedeva proprio per condividere la stessa immoralità. Se leggiamo Tacito o Cassio Dione vediamo le accuse dettagliate degli scandali di Tiberio. Gli storici moderni sottolineano, invece, come Tiberio, oltre a salvaguardare le frontiere e prevenire le insurrezioni fu anche molto attento alle finanze dello Stato: non diede libertà agli schiavi, attuò una custodia delle risorse che gli fece utilizzare il denaro dello stato solo per questioni necessarie. Ad esempio egli diede 10milioni di sesterzi alla città di Sardi per le ricostruzioni post-terremoto e la esentò per ben 5 anni dal pagamento dei tributi. La città gli fu talmente grata che fece costruire una statua in suo onore e inaugurò un culto divino.
A Tiberio succede Caligola, figlio di Germanico ed Agrippina Maggiore. Caligola chiese la divinizzazione di Tiberio, ma questa non gli fu concessa probabilmente per antichi rancori del Senato. Egli auspicava ad un ritorno agli antichi ideali di Augusto ed alla collaborazione con il Senato; nel frattempo richiamò a Roma tutti gli esiliati politici, diede il potere di elezione al popolo ed ordinò che fossero rimesse in circolo tutte le opere che erano state precedentemente vietate. Dopo sei mesi di buon governo si ammalò gravemente, dopo la sua guarigione si assistette ad un notevole cambiamento. Tolse da mezzo Macrone e dopo la morte di sua sorella Drusilla chiese per lei la deeificazione, la ottenne e divenne anche un argomento per ottenere la sua di deeificazione in vita, questa fu notificata in ogni dove e non poco irritò il Senato. Date le sue azioni irritanti, nel 41 cadde vittima di una congiura. La storiografia ci narra di un uomo folle che costruì un intero palazzo per un suo cavallo nominato senatore, non sappiamo se questa notizia sia vera, ma se lo è lo fece per irridere i senatori.
Gli succedette Claudio all’età di 50 anni, egli non ebbe mai grandi considerazioni da parte della famiglia poiché mai si era avviato alla carriera politica, anche a causa dei segni che portava per una paralisi che aveva avuto da bambino. Era però molto rispettato dall’esercito sia perché figlio di Druso che fratello di Germanico. Proprio a causa della sua salute cagionevole non si dedicò molto alla politica, quanto alla storia; egli era un uomo dottissimo. Si pose nei confronti del Senato con rispetto ed era disponibile ad un ritorno al principato costituzionale ed iniziò col restituire nuovamente al Senato il potere di elezione che Caligola aveva eliminato nel 37. I nobili però non lo appoggiarono mai per due motivi: prima cosa dava troppo spazio ai suoi liberti anche nell’amministrazione del regno e seconda cosa, dava molto potere anche ad alcuni componenti della sua famiglia, tra i quali ricordiamo soprattutto la moglie Messalina.
In tre generazioni, le ricchezze del princeps avevano di gran lunga superato quelle delle famiglie più ricche. Questo potere economico significò che i segretari ed i camerieri divenivano funzionari statali. Il potere che i liberti stavano acquisendo non poteva essere ceduto ai componenti della nobiltà. Tutto ciò è testimoniato dal ruolo che Claudio concesse loro dandogli poste nell’amministrazione. Questa burocrazia prevedeva quattro settori fondamentali, a capo di ognuno era posto un liberto:
1. LIBERTO AB EPISTULIS si occupava della corrispondenza
2. LIBERTO A RATIONIBUS si occupava delle casse dello Stato
3. LIBERTO A LIBELLIS istruiva le cause giudiziarie
4. LIBERTO A STUDIIS stendeva leggi, discorsi ed era bibliotecario
Tra i più influenti ricordiamo Callisto, Narcisso e Pallante. L’altra ragione della disapprovazione, abbiamo detto, era il potere enorme dato alla moglie Messalina: i liberti, poiché provenivano da una cultura diversa, non regolavano il comportamento della donna, anzi si alleavano con quella per eliminare eventuali nemici. Nel 48 si ebbe il divorzio da Messalina perché questa cadde vittima di Narcisso che la accusò di cospirare contro Claudio; Claudio la condannò a morte. Dopo ciò sposa Agrippina, giovane figlia di Germanico, sorella di Caligola. Mai si era celebrato un matrimonio fra due persone aventi un legame di parentela così stretto e proprio per questo motivo molti disertarono il matrimonio. Agrippina, dal primo matrimonio con Cneo Domizio Enobarbo aveva già avuto un figlio, Lucio Domizio Enobarbo. Ella era una donna indomabile, di grandi ambizioni e preparava il terreno per uccidere Britannico e porre al suo posto Lucio. Nel 50, infatti, persuase Claudio ad adottarlo con il cognome di Nerone e nel 53 lo induce a sposare Ottavia. Nel 49 Agrippina, aveva già fatto ritornare a Roma Seneca che era stato precedentemente (nel 41) esiliato in Corsica. Egli diviene il precettore di Nerone e scrive la “Consolatio ad Polybium” nella quale tesse l’elogio di Nerone. Nel 54 Claudio muore, probabilmente avvelenato da Agrippina con la complicità di Afranio Burro, uno dei prefetti della guardia imperiale. Nerone assume così il potere e nel suo discorso inaugurale chiede la divinizzazione di Claudio che, nel contempo, fu commemorato sulle monete. Egli lesse la laudatio funebris scritta da Seneca, questi invece compose un phamplet (libretto) intitolato Apokolokyntosis, cioè zucchificazione. Il libretto è dal contenuto chiaramente satirico. Quando Nerone assume il potere è sotto la protezione di Seneca ed Afranio Burro. Seneca sarebbe stato il suo ideatore politico, tanto che nel “De Clementia”, indirizza Nerone dandogli una serie di consigli.

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