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Epicureismo, stoicismo e Seneca

Epicureismo e stoicismo

Tra queste due dottrine filosofiche ci sono delle affinità, ma emergono anche tre differenze fondamentali: l’epicureismo sostiene che il mondo ha origine dal caso (casualità) per opera del clinamen che è casuale, mentre lo stoicismo ritiene che il mondo sia guidato da un “logos”, ragione divina che agisce sul mondo in modo provvidenziale, le cose provvidenzialmente e non per casualità. L’epicureismo fa consistere la felicità con la vita appartata (làte biòsas), mentre il saggio stoico, dovendo conformare la sua volontà e quella del logos, deve impegnarsi nella vita politica e nella storia fino al sacrificio di sé; l’epicureismo nega l’esistenza di un’anima immateriale e immortale, viceversa lo stoicismo crede che tutti gli uomini hanno in sé una scintilla del “logos”, chiamata anima, un principio divino che sopravvive alla morte, essendo immateriale.

La filosofia di Seneca

Seneca è un filosofo stoico. Lo stoicismo nasce in Grecia tra il 3 e 4 sec a. C. contemporaneamente all’epicureismo. Il termine stoicismo deriva da un luogo che si trova ad Atene, un luogo al centro della città e precisamente un porticato le cui pareti interne sono dipinte, proprio il portico dipinto viene detto in greco stoà poikile; gli stoici iniziano proprio ad incontrarsi sotto questo portico, facendosi appunto chiamare stoici e la loro dottrina stoicismo. Seneca, a Roma, dà vita ad una corrente stoica influenzata dalla scuola dei Sestii, anche Cicerone mette insieme stoicismo e accademismo in una differente sfumatura dello stoicismo. Per capire la filosofia di Seneca, bisogna prendere degli spunti dalle riflessioni filosofiche presenti nelle sue opere, infatti, egli non avendo scritto un vero e proprio trattato filosofico, è definito un filosofo asistematico.
Le tre opere studiate anlizzano tematiche tipiche dello stoicismo: la durata della vita (Satis longa vita), il rapporto tra l’uomo e la natura che lo ha generato (Quid de rerum natura querimur), l’esame di coscienza (Cotidie apud me causam dico), nel quale si parla dell’obbligo del saggio stoico di meditare ogni giorno su sé stesso, farsi un esame di coscienza, analizzando i fini e le cause delle proprie azioni. Di questa filosofia si è formato anche un falso letterario. Un epistolario, mai realizzato, tra Seneca e S. Paolo è stato pubblicato da qualche contemporaneo di Seneca; ciò significa quanto i contemporanei riconoscessero nei suoi valori stoici, i valori profondi che S. Paolo stava diffondendo col cristianesimo.

La tragedia in Seneca

Seneca occupa un posto importante nella storia della tragedia latina, anche se lui non è l’iniziatore di questo genere letterario; infatti, la tragedia latina inizia con Livio Andronico, Ennio, Nevio, Accio e Pacuvio. Egli èstato così rilevante, poiché più di tutti mostrò un gusto smisurato per l’orrido, lo spargimento di sangue e i delitti più efferati. Seneca non è il solo, in quanto segue un’usanza molto diffusa nel suo periodo, si ricorda per esempio l’epica di Lucano, in cui si prediligeva il gusto per il macabro. Questa caratteristica del macabro è molto utilizzata per due motivi principali: Seneca e i suoi contemporanei scrittori, registrano quel clima di terrore che ha caratterizzato l’ultima fase dell’età Giulio - Claudia, un periodo in cui si si sono registrate uccisioni, congiure, persecuzioni, un vero e proprio momento di terrore; inoltre perché è scopo particolare di Seneca educare lo spettatore, la sua opera ha una finalità didattico - educativa di stampo stoica.
Egli mostra sulla scena, nelle sue tragedie, cosa succede all’uomo che perde la razionalità, il logos, e si lascia governare dalle passioni, il quale diventa quindi preda del terrore e compie i misfatti più macabri e orribili. In questo modo vuole far pensare i propri spettatori, conducendoli non comportarsi come i personaggi che descrive sulla scena, ma al contrario, mostrandogli cosa gli sarebbe successo se si fossero comportati come loro.

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