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Declamationes

Breve appunto su un nuovo genere di orazione - le Declamationes - che si sviluppa e diffonde a Roma a partire dall'età imperiale, in concomitanza con il decadimento dell'impegno politico. Se ne analizzano caratteristiche e peculiarità.

E io lo dico a Skuola.net
Le Declamationes

Le Declamationes iniziano ad affermarsi a Roma quando comincia a decadere la retorica (o “oratoria”, volendo utilizzare il termine di origine latina anziché quello di origine greca, sebbene l’arte oratoria tragga le sue origini dall’antica Grecia).

L’arte retorica era un segno di democrazia: attraverso di essa si esprimevano le proprie idee o si enunciava il proprio programma politico, o ci si faceva conoscere.
L’arte retorica era quindi sempre connessa all’uso politico e politico-sociale.
Era una vera e propria tecnica: prevedeva modi precisi per “avvicinarsi” alla gente, richiedeva da parte dell’oratore di dar sfoggio della propria cultura, di usare i gesti e le citazioni giuste.
Anche gli argomenti dovevano essere “concreti”, non filosofici o ideologici. Insomma non dovevano essere di tipo “sofistico”.
Lo stesso Cicerone, nei suoi trattati sull’arte oratoria, espone questi stessi concetti.

Successivamente, però, in età augustea, quando l’impegno politico del cittadino viene meno a causa della caduta della repubblica, la retorica decade, diventando in molti casi pura arte sofistica.
La sua importanza politica e sociale cessa, divenendo pura e semplice forma d’arte. Si assiste quindi alla nascita di:
1) “Costruttori di immagine” per i personaggi pubblici, che compilano i discorsi a pagamento;
2) Gare di bel parlare tra i personaggi di cultura;
3) Persone che si esibiscono in pubblico a pagamento. Delle vere e proprie recitationes;
4) Opere elogiative realizzate per un del destinatario.
Nascono così le declamationes.

Insieme ad esse nascono anche le disputationes, in cui due o più retori che discutono riguardo un determinato argomento. Nell’epoca neroniana, esse diventano solo esibizioni di bel parlare.

In questo clima, a Roma trovano spazio anche l’epicureismo e lo stoicismo.
A Roma non c’è grande interesse per la speculazione filosofica, e questo perché l’uomo romano è concreto ed impegnato nello stato, ma ora che si trova escluso dalla vita pubblica, esse attecchiscono di più.
La virtus, secondo l’ideale stoico, è dunque fine a se stessa, e solo dopo la morte c’è un premio. I più convinti stoici sono proprio i più feroci oppositori di Nerone (Seneca, Persio, Lucano).
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