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Publio (o Gaio?) Cornelio Tacito
55 d.C.? ca – 120 ca
Vita

Origini nobili. Molto incerti e lacunosi sono i dati biografici di T. (a partire già dai suoi "tria nomina"): nacque probabilmente nella Gallia Narbonese (ma forse a Terni, o addirittura nella stessa Roma), da una famiglia ricca e molto influente, di rango equestre. Studiò a Roma (frequentò probabilmente anche la scuola di Quintiliano), acquistò ben presto fama come oratore (dovette essere anche un valentissimo avvocato), e nel 78 sposò la figlia di Gneo Giulio Agricola, statista e comandante militare.

La fortunata carriera politica e letteraria. Iniziò la carriera politica sotto Vespasiano e la proseguì sotto Tito e Domiziano; ma, come Giovenale, poté iniziare la carriera letteraria solo dopo la morte dell'ultimo, terribile, esponente flavio (96 d.C.), sotto il cui principato anche il nostro autore, come altri intellettuali del resto, non dovette vivere momenti certo tranquilli. Questore poi nell’81-82 e pretore nell'88, T. fu per qualche anno lontano da Roma, presumibilmente per un incarico in Gallia o in Germania. Nel 97, sotto Nerva, fu console (anche se in veste di supplente) e pronunciò un elogio funebre per Virginio Rufo, il console morto durante l'anno in carica.

Gli ultimi anni profusi negli studi storici. Abbandonò poi decisamente oratoria e politica (ebbe solo un governatorato nella provincia d’Asia, nel 112-113), per dedicarsi totalmente alla ricerca storica. Fu intimo amico, nella vita e negli studi, di Plinio il Giovane.

Opere

[Qui, per ragioni espositive, procedo ad una semplice e sommaria elencazione cronologica delle opere, con annessi i link dove è possibile reperirle in traduzione; per l'analisi delle stesse, vd. più avanti, in "contenuti e commenti delle opere"]:

- "Dialogus de oratoribus", dell’ 80 ca o di poco successivo al 100; d'incerta attribuzione (ma oggi si propende sull'attribuzione dell'opera a T.), è comunque dedicato a Fabio Giusto;

- "De Vita Agricolae", pubblicato nel 98;

- "De origine et situ Germanorum" o "Germania", dello stesso anno?;

- "Historiae", composte tra il 100 e il 110, in 12 o 14 libri di cui però ci sono pervenuti solo i primi 4 e metà del V;

- "Annales" o "Ab excessu divi Augusti", del 100-117?, comunque successivi alle "Historie", in 16 o 18 libri, di cui ci rimane, però, l'opera incompleta: i primi 4 libri, alcuni frammenti del V e del VI (mancante forse del principio) che trattano del regno di Tiberio; infine, gli ultimi 6, concernenti Nerone, ma per lo più lacunosi.

Contenuti e commenti delle opere.

- Dialogus de oratoribus: le cause della decadenza dell'oratoria.

Incertezza di paternità e di stesura. Il "Dialogus de oratoribus" non è probabilmente la prima opera di T., se pure è davvero sua (come accennato, la paternità è incerta): la tesi che oggi prevale è che essa sia stata comunque composta dopo la "Germania" e dopo l' "Agricola". Il periodare presente in tale opera - e la stessa forma dialogica - ricorda, infatti, il modello neociceroniano, forbito ma non prolisso, cui si ispirava l'insegnamento della scuola di Quintiliano: per questo, c'è chi suppone che l'opera sia stata appunto scritta quando T. era ancora giovane e legato alle predilezioni classicheggianti proprie di quella scuola. Anche se questa ipotesi fosse vera, resta il fatto che l'opera fu pubblicata solo in seguito, dopo la morte di Domiziano.

La decadenza dell'oratoria. Ambientata nel 75 o nel 77, il "Dialogus" si riallaccia alla tradizione dei dialoghi ciceroniani su argomenti filosofici e retorici: riferisce di una discussione avvenuta a casa di Curiazio Materno fra lui stesso, Marco Apro, Vipstano Messalla e Giulio Secondo. In un primo momento, si contrappongono i discorsi di Apro e Materno (che forse è la maschera dietro cui si nasconde lo stesso T.), in difesa - rispettivamente - dell'eloquenza e della poesia. L'andamento del dibattito subisce però una svolta con l'arrivo di Messalla, spostandosi sul tema della decadenza dell'oratoria, la cui causa è individuata essenzialmente nel deterioramento dell'educazione e, soprattutto, nel clima di "censura" di parola e di pensiero vigente nella stessa età imperiale. Il dialogo, infatti, si conclude con il discorso di Materno, il quale sostiene, più specificamente, che una grande oratoria forse era possibile solo con la libertà, o piuttosto con l'anarchia; diviene invece anacronistica e noiosa - strumento al servizio del servilismo e dello sterile accademismo culturale, piuttosto che della lotta politica e civile - in una società (forzatamente) "tranquilla", come quella conseguente all'instaurazione dell'Impero, caratterizzata dalla degenerazione sociale, politica e culturale. L'opinione attribuita a Materno, come detto, rispecchia molto probabilmente il pensiero di T.: ma egli, nonostante tutto, sente la necessità dell'Impero - come vedremo del resto nelle opere successive - come unica forza in grado di salvare lo stato dal caos delle guerre civili, di garantire insomma la pace, anche se il principato restringe lo spazio per l'oratore e l'uomo politico.

- Agricola e la sterilità dell'opposizione.

Un'opera composita, tra biografia etnografia e politica. Verso gli inizi del regno di Traiano, T. approfittò del ripristino dell'atmosfera di libertà dopo la tirannide per pubblicare il suo primo opuscolo storico, la sua prima monografia (ma il carattere di quest'opera "sui generis" è decisamente ibrido: oscilla tra etnografia, storia, panegirico e biografia, mentre l'impronta è marcatamente politica), che tramandi ai posteri la memoria del suocero Giulio Agricola, valente generale del tempo di Domiziano e conquistatore della Britannia (o meglio, della parte settentrinale dell'isola). Per il suo tono encomiastico, lo stile di quest'opera si avvicina a quello delle "laudationes" funebri, integrate con materiali storici ed etnografici; notevole è anche l'influenza di Cicerone, soprattutto nella perorazione e celebrazione finale, che assume toni particolarmente commossi e di intensa e personale partecipazione.

La trama e il personaggio di Agricola, esempio di libertà ed onestà politica. Dopo una trattazione sommaria della vita del protagonista (incentrata esclusivamente sulla sua figura di uomo pubblico, mentre soltanto accennati, quando non taciuti, sono gli episodi relativi a vicende private e di vita quotidiana), T. si sofferma proprio sulla conquista della Britannia, lasciando un certo spazio alle digressioni geografiche ed etniche. Egli, tuttavia, non perde mai di vista il proprio personaggio: la Britannia è soprattutto un campo in cui si dispiega la "virtus" di Agricola, il teatro delle sue magnifiche imprese. T. mette in risalto come il suocero avesse saputo servire lo Stato con fedeltà e onestà, anche sotto un pessimo principe come Domiziano (si lascia trapelare anche il sospetto che proprio questi avesse fatto avvelenare, per invidia, il famoso generale): anche nella morte, tuttavia, Agricola mantiene la sua rettitudine: egli lascia la vita in silenzio, senza andare in cerca della gloria di un martirio ostentato. L'esempio di Agricola, insomma, indica come anche sotto la tirannide sia possibile percorrere la via mediana (la vera virtù consiste appunto nella "moderazione") fra quelle del martirio e dell'indecenza.

- Germania: virtù dei barbari e corruzione dei Romani.

Opuscolo etnico-geografico di "attualità". Gli interessi etnografici sono al centro della "Germania", non a caso scritta in quel particolare momento storico-politico, quando l’agitarsi delle popolazioni ultrarenane indusse Traiano ad affrontare decisamente il problema germanico: unica testimonianza, comunque, di una letteratura specificatamente etnografica che a Roma doveva godere di una certa fortuna.

[A tal proposito, non è certo se T. abbia ideato quest'opera come una composizione a sé stante o se l'abbia pensata come una parte, un "excursus", da inserire successivamente nelle "Historiae": invero, però, la critica odierna sembra agevolmente acquietarsi sulla prima ipotesi].

I contenuti e le fonti. L'operetta è divisa in 2 parti: nei primi 27 capitoli è descritta la Germania in generale, condizioni del suolo e del clima, abitanti, loro costumi, religioni, leggi, divertimenti, virtù e vizi; la II parte, invece, contiene un catalogo con le notizie particolari dei diversi popoli, in ordine geografico, da occidente ad oriente.

Le suddette considerazioni etnogeografiche (sui popoli e sui luoghi appunto tra Reno e Danubio) non derivano tuttavia da una visione diretta, ma da fonti scritte, e soprattutto dai "Bella Germaniae" di Plinio il Vecchio, che aveva prestato servizio nelle armate del Reno. T. sembra aver seguito la sua fonte con fedeltà, aggiungendo qua e là pochi particolari per ammodernare l'opera: ciò nonostante, rimangono alcune discrepanze, poiché la "Germania" sembra descrivere abbastanza spesso la situazione come si presentava, invero, prima che gli imperatori flavi avanzassero oltre il Reno e oltre il Danubio.

Visione "manichea": barbari sani e Romani corrotti. E' possibile notare (ed anzi non è rilievo secondario), nell'opuscolo di T., l'esaltazione di una civiltà ingenua e primordiale, non ancora corrotta dai vizi raffinati di una civiltà decadente: in questo senso, tutta l'opera sembra percorsa da una vena implicita di contrapposizione dei barbari, ricchi di energie sane e fresche, ai romani, contrapposizione evidentemente frutto di un filtro etico attraverso il quale lo storico scandaglia osservazioni e descrizioni. E molto probabilmente, al di là di ogni "idealizzazione", T. intendeva sottolineare la pericolosità di quel popolo per l'Impero: i Germani potevano davvero rappresentare una seria minaccia per un sistema politico basato sul servilismo e sulla corruzione (ovviamente, T. parla anche dei molti difetti di un popolo che gli appare comunque come essenzialmente barbarico). Un accorato invito, dunque, a raccogliere le residue forze contro il potente e minaccioso nemico.

- Historie: i parallelismi della storia.

Dal 69 al 96 d.C. . Il progetto di una vasta opera storica era presente già nell'Agricola, ma nelle "Historiae" tale progetto appare modificato: mentre la parte che ci è rimasta contiene la narrazione degli eventi dal regno di Galba fino alla rivolta giudaica, l'opera nel suo complesso doveva estendersi fino al 96, l'anno della morte di Domiziano: nel proemio, T. afferma di voler trattare durante la vecchiaia dei principati di Nerva e di Traiano.

Le "Historiae" descrivono quindi un periodo cupo, sconvolto dalla guerra civile e concluso con la tirannide:

Il I libro parla del breve regno di Galba; seguono l'uccisione di questo e l'elezione all'Impero di Otone. In Germania le legioni acclamano però come Imperatore Vitellio. In particolare, il 69, anno in cui si aprono le "Historiae", vede succedersi 4 imperatori: questo perché il principe poteva essere eletto anche fuori da Roma, e la sua forza si basava principalmente sull'appoggio delle legioni di stanza in paesi più o meno remoti.

Nel II e III libro si parla della lotta tra Otone e Vitellio, con la sconfitta del primo, e tra Vitellio e Vespasiano. Quest'ultimo, eletto imperatore in Oriente, lascia il proprio figlio Tito ad affrontare i giudei e fa dirigere le sue truppe a Roma dove si era rifugiato Vitellio, che viene ucciso.

Nel IV libro si parla dei tumulti ad opera dei soldati flaviani, e dei tumulti contro Vespasiano scoppiati in Gallia e in Germania.

Il V libro parla degli avvenimenti di Germania e dei primi segni di stanchezza mostrati dai ribelli.

Il significato di "historiae". Come già si evince dallo stesso titolo, nonché dal breve sommario proposto qui sopra, T. vuol soddisfare un desiderio di ricerca e di comprensione dei fatti che va al di là della pura e semplice raccolta di testimonianze: ciò in piena rispondenza e fedeltà al significato stesso che il termine "historiae" rivestiva nella lingua latina, mutuandolo strettamente dal greco "historìa" (indagine, ricerca storica), ovvero come esposizione sistematica della storia, sia come racconto storicamente attestato dei singoli avvenimenti sia come sguardo d'insieme retrospettivo sul passato.

Parallelismi storici. Così, T. scrive a distanza di 30 anni dagli avvenimenti del 69, ma la ricostruzione di quell'anno avveniva nel vivo del dibattito politico che aveva accompagnato l'ascesa al potere di Traiano. A tal proposito, è stato notato un certo parallelismo tra questa e gli avvenimenti del 69: il predecessore di Traiano, Nerva, si era trovato come Galba ad affrontare un rivolta di pretoriani che faceva traballare le basi del suo potere, e come Galba aveva designato per "adozione" un suo successore. L'analogia però si ferma a questo punto: mentre Galba si era scelto come successore Pisone, un nobile di antico stampo poco adatto, Nerva aveva invece consolidato il proprio potere associandosi nel governo Traiano, un capo militare autorevole, comandante dell'armata della Germania superiore. Con il discorso di Galba in occasione dell'adozione di Pisone, lo storico ha inteso mostrare nella figura dell'imperatore il divario fra il modello di comportamento rigorosamente ispirato al "mos maiorum" e la reale capacità di dominare e controllare gli avvenimenti. Solo l'adozione di una figura come quella di Traiano placò i tumulti fra le legioni e pose fine a ogni rivalità.

La necessità del principato. Come già detto, T. è convinto che solo il principato sia in grado di garantire la pace e la fedeltà degli eserciti: già il proemio delle "Historiae" sottolinea come - dopo la battaglia di Azio - la concentrazione del potere nelle mani di una sola persona si rivelò indispensabile, o quantomeno ineluttabile: ovviamente il principe non dovrà essere uno scellerato tiranno come Domiziano, né un inetto come Galba; piuttosto, dovrà invece assommare in sé quelle qualità necessarie per reggere la compagine imperiale, e contemporaneamente garantire i residui del prestigio e della dignità del ceto dirigente senatorio. Quindi, per T. l'unica soluzione sembra consistere nel principato moderato degli imperatori d'adozione.

Lo stile. Lo stile delle "Historiae" ha un ritmo vario e veloce, che richiede da parte di T. un lavoro di condensazione rispetto ai dati forniti dalle fonti: a volte qualcosa è omesso, ma più spesso T. sa conferire efficacia drammatica alla propria opera suddividendo il racconto in più scene. Lo storico è poi molto bravo nella descrizione delle masse, da cui traspare il timore misto a disprezzo del senatore per le turbolenze dei soldati e della feccia della capitale.

Tra storiografia tragica ed abilità ritrattistica. Le "Historiae" raccontano, del resto, per la maggior parte, fatti di violenza e di ingiustizia: ciò non toglie che T. sappia tratteggiare in modo abile i caratteri dei propri personaggi, alternando notazioni brevi a ritratti compiuti come quello di Muciano o di Otone. Lo storico, ad es., insiste sulla consapevolezza di questo personaggio, della sua subalternità nei confronti degli strati inferiori urbani e militari: forse Otone deve proprio a questo servilismo la sua capacità di incidere nelle cose. Egli è dominato da una "virtus" inquieta, che all'inizio della sua vicenda lo porta a deliberare, in un monologo quasi da eroe tragico, una scalata al potere decisa a non arrestarsi. Ma Otone è un personaggio in evoluzione e decide così di darsi una morte gloriosa. Nella sua descrizione T. si affida alla "inconcinnitas", alla sintassi disarticolata, alle strutture stilistiche slegate per incidere nel profondo dei personaggi. Egli ama ricorrere a costrutti irregolari e a frequenti cambi di soggetto per dare movimento alla narrazione.

- Annales: le radici del principato.

Da Augusto a Nerone. Nemmeno nell'ultima fase della sua attività T. mantenne il proposito di narrare la storia dei principati di Nerva e Traiano: anzi egli, negli "Annales", intraprese il racconto solo della più antica storia del principato, dalla morte di Augusto (il giudizio su questo primo principe non può essere che negativo, viste le nefaste conseguenze - anche se nei tempi lunghi - della sua "rivoluzione" politica) a quella di Nerone. Come del resto già si arguisce dallo stesso titolo, continuò il metodo degli annalisti, giacché lo schematismo dei fatti non urtava con la sua funzione critica, che tendeva (come abbiamo visto e come ancora vedremo) prevalentemente allo studio dei caratteri e dei moventi psicologici e morali delle azioni. Probabilmente, T. intendeva la sua opera anche come un proseguimento di quella di Livio: in effetti, già il "sottotitolo" presente nei manoscritti ("Ab excessu divi Augusti") sembra ricordare proprio quello liviano, "Ab urbe condita".

I libri sopravvissuti. Come accennato, degli "Annales" sono conservati i libri I-IV, un frammento del V e parte del VI, comprendenti il racconto degli avvenimenti dalla morte di Augusto (14) a quella di Tiberio (37); inoltre sono conservati i libri XI-XVI, col racconto dei regni di Claudio e di Nerone.

Ancora sulla necessità del principato. Negli "Annales" T. sembra mantenere la tesi della necessità del principato: ma il suo orizzonte sembra essersi notevolmente incupito, o comunque fatto più amaro (nonostante egli si trovi a vivere in un secolo definito unanimemente, da storici e studiosi di età successive, come il "secolo d'oro" dell'impero: ma che si tratti di una mera, crudele, illusione?). La storia del principato è, infatti, anche la storia del tramonto della libertà politica dell'aristocrazia senatoria, anch'essa coinvolta in un processo di decadenza morale e di corruzione, e sempre più incapace - per colpe dirette o per cause indirette - di giocare ancora un ruolo politico significativo. Scarsa simpatia lo storico presenta anche nei confronti di coloro che scelgono l'opposta via del martirio, sostanzialmente inutile allo Stato, e continuano a mettere in scena suicidi filosofici.

T. sembra condurre insomma il lettore attraverso un territorio umano desolato, senza luce o speranza; ma forse, a ben vedere, un barlume di speranza rimane: la parte sana dell'élite politica, infatti, continua a dare il meglio di sé nel governo delle provincie e nella guida degli eserciti (ad es., l'opera bellica di Germanico risulta grandiosa rispetto alla meschina politica urbana di Tiberio). E' proprio su questi uomini che, secondo il nostro autore, bisognerebbe puntare per la ricostruzione politica e morale di Roma.

Ancora storiografia tragica. T. alla forte componente tragica della sua storiografia assegna soprattutto la funzione di scavare nelle pieghe dei personaggi per sondarli in profondità e portarne alla luce le ambiguità e i chiaroscuri. Lo storico, infatti, sa bene <<che né la volontà degli dèi, né la Provvidenza o la Fatalità sono cause immediate del divenire storico. Le azioni umane, che sono le più visibili, le più immediatamente percepibili, in questo divenire, dipendono dal libero arbitrio>> [P. Grimal]. Le conseguenze, quindi, delle opinioni e soprattutto delle passioni che scatenano i comportamenti umani ricadono sul divenire storico e ne determinano il corso: ciò è tanto più vero, poi, se il protagonista di tale divenire è un principe investito, per la durata del suo regno, di un potere illimitato. Per T. è indispensabile, quindi, per comprendere la trama della storia, analizzare la personalità di colui dal quale dipende il destino dell'impero. Ecco, così, spiegato come mai, soprattutto negli "Annales", si perfezioni ulteriormente la tecnica del ritratto e si accentui la componente "tragica" del racconto.

I "ritratti" degli imperatori. Ad es., Claudio è rappresentato come un imbelle che, dopo la morte della prima moglie Messalina, cade nelle mani del potente liberto Narciso e della seconda moglie Agrippina, che alla fine fa avvelenare il marito e mette sul trono Nerone, il figlio avuto da un precedente matrimonio. Quindi, è narrato il regno di Nerone, nella giovinezza influenzato dalle figure della madre, del filosofo Seneca e del prefetto del pretorio Burro. Poi acquista indipendenza e cade sempre più nella pazzia: instaura quindi un regime da monarca ellenistico e si dedica soprattutto ai giochi e ai spettacoli. Riesce a far uccidere la madre Agrippina mentre Seneca si ritira a vita privata. Nerone si abbandona a eccessi di ogni sorta, ma intorno a Gaio Pisone si coagula un gruppo di congiurati che si propongono di uccidere il principe. La congiura di Pisone viene scoperta e repressa.

Ma il vertice dell'arte tacitiana è stato individuato nel ritratto di Tiberio, del tipo cosiddetto indiretto: lo storico non dà cioè il ritratto una volta per tutte, ma fa sì che esso si delinei progressivamente attraverso una narrazione sottolineata qua e là da osservazioni e commenti. Un certo spazio è anche dato al ritratto del tipo paradossale: l'esempio più notevole è la descrizione di Petronio. Il fascino del personaggio sta proprio nei suoi aspetti contraddittori: Petronio si è assicurato con l'ignavia la fama che altri acquistano dopo grandi sforzi, ma la mollezza della sua vita contrasta con l'energia e la competenza dimostrate quando ha ricoperto importanti cariche pubbliche. Egli affronta la morte quasi come un'ultima voluttà, dando contemporaneamente prova di autocontrollo e di fermezza.

Lo stile. Nello stile degli "Annales" si assiste ad un allontanamento dalla norma e dalla convenzione, ad una ricerca di straniamento che si esprime nel lessico arcaico e solenne: è a partire dal libro XIII che quest'involuzione verso modelli più tradizionali, meno lontani dai dettami del classicismo, sembra assumere una importante consistenza: forse il regno di Nerone, abbastanza vicino nel tempo, richiedeva una trattazione con minore distanziamento solenne.

Comunque, in linea di massima, gli "Annales" risultano meno eloquenti, più concisi e austeri delle opere precedenti. Si accentua il gusto della "inconcinnitas", ottenuta soprattutto grazie alla "variatio", cioè allineando un'espressione a un'altra che ci si attenderebbe parallela, ed è invece diversamente strutturata.


Considerazioni conclusive

Storico impegnato e partecipe… Come si vede, l’opera di T. è tutta sostenuta da un’esplicita e tesa passione etico-politica e dalla con-partecipazione alle sorti della Roma a lui contemporanea: è il corrosivo e dettagliato bilancio (soprattutto nelle opere maggiori) del primo secolo di esperienza monarchica dal punto di vista di un intellettuale, il quale - benché proclami di voler fare storia in modo imparziale ("sine ira et studio", ovvero "senza risentimento e senza partigianeria") - esprime tuttavia, giocoforza, il punto di vista della "sana" opposizione senatoriale alla pratica imperiale (leitmotiv ne è l’inconciliabile tensione tra "libertas" e "principatus").

Evidentemente, <<T. non sarebbe mai giunto alla storia, se al fondo di tutta la sua esperienza politica e forense non ci fosse stato un forte disinganno>> [F. della Corte]: quello sulla vera natura e sulle reali conseguenze del principato.

Ecco perché la sua visione della storia risulta in definitiva, come già detto, fortemente impregnata dell'elemento morale (anche se non legata a credenze, filosofiche o religiose, preconcette) ed essenzialmente individualistica (come tipico della storiografia antica), facendo discendere la dinamica degli eventi dalla personalità e dalle scelte dei "grandi".

… e grande. Il nostro autore, anche dal punto di vista artistico, rappresenta forse il momento davvero più importante della storiografia romana, superiore - volendo - allo stesso momento liviano. Proprio di contro a Livio, in particolare, egli - scrittore veramente profondo ed informato sugli avvenimenti - è storico "contemporaneo", sia nel senso preciso del vocabolo, sia perché ha saputo rendere contemporanea anche l'età che non aveva vissuto. Anche il suo stile - volutamente controllato, rapido e conciso - è un aspetto fondante di questa sua concezione della storia, <<storia di idee più che storia di fatti>> [F. della Corte].

La decadenza di Roma. Di quest'ultima affermazione, è una testimonianza lampante il fatto che T. individui il "peccato originale" della decadenza di Roma nella svolta anticostituzionale operata da Augusto, dietro una formale facciata repubblicana, e denunci le conseguenze nefaste del sistema dinastico, pur senza rifiutare totalmente l’istituzione – oramai (come più volte ripetuto) necessaria per l’unità, l’ordine e la pace dell’Impero – del "principato" stesso.

Le fonti. Ancora aperto è, infine, il "problema delle fonti" di T.. Alcuni punti sono comunque assodati: lo storico consultò la documentazione ufficiale ("acta senatus", più o meno i verbali delle sedute; "acta diurna", contenenti gli atti del governo e notizie su quanto avveniva a corte a Roma) ed ebbe inoltre a disposizione raccolte di discorsi imperiali. Il tutto vagliato con uno "scrupolo" inusuale tra gli storici antichi. Numerose anche le fonti storiche (Plinio, Vipsiano Messala, Pluvio Rufo, F. Rustico…) e letterarie (epistolografia, memorialistica, libellistica ["Exitus illustrium virorum"]…).

Così, dopo il mito dell’utilizzo di un’unica fonte (almeno per ciascuna sezione delle opere maggiori), si è sempre più sostenuta piuttosto l’idea di una molteplicità di fonti, per giunta talune anche di opposta tendenza, ed utilizzate con una certa libertà.

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