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Tito Livio

Vita

Nacque nel 59 a.C. a Padova, nella Gallia Cisalpina, nel suo stile e nella sua lingua mantenne sempre un’ impronta di padovanità. Nasce in una famiglia agiata, che gli permise di compiere gli studi a Roma e di dedicarsi pienamente all’attività letteraria. Entrò nelle grazie dell'imperatore Augusto, che gli affidò, a quanto pare, l'educazione culturale del nipote adottivo Claudio, futuro Imperatore. Di idee conservatrici, improntò la sua vita e la sua opera ad equilibrio morale e religioso e spirito patriottico. Il suo essere un convinto pompeiano, e quindi critico nei confronti di Cesare, non gli impedì di comprendere lo spirito nuovo dei tempi, di ammirare l'opera riformatrice imperiale e di celebrare la pace augustea e la figura stessa dell'imperatore. Morì a Padova nel 17 d.C.. Per tutta la vita si dedicò alla stesura della sua opera storiografica, intitolata Ab urbe condita, costituendo una novità nella storiografia romana, in quanto non si dedicò all’impegno civile e politico.

Opera

Da giovane compone dialoghi storici filosofici o alcune opere propriamente filosofiche, che sono andate perdute. Ma la sua fama è legata a quello che è sopravvissuto della sua opera. Originariamente il titolo doveva essere Ab Urbe condita libri e comprende in 142 libri annalisticamente, anno per anno o per gruppi di anni, la storia di Roma dalle origini sino al 9 a.C., o forse d.C..
E' probabile che l'opera dovesse comprendere, nel disegno originario, 150 libri e concludersi con la morte di Augusto (14 d.C.). L'autore la pubblicò, man mano che procedeva nella composizione, per sezioni staccate, raggruppandole in decadi (10 libri) o pentadi (5 libri), corrispondenti per lo più a determinati cicli di fatti storici.
Dei 142 libri ne avanzano solo 35: le decadi prima, terza, quarta e i primi cinque libri, lacunosi, della quinta. Degli altri 107 rimangono alcuni frammenti ed i riassunti che vennero fatti di tutta l'opera, e che sono stati ritrovati, le cosiddette Periochae.
La storia di Livio è essenzialmente narrata sotto gli aspetti politico-militari, e scarseggia la narrazione degli eventi economici, sociali e culturali.
Egli si serve di fonti letterarie senza andare alla ricerca e allo studio delle fonti “grezze”, prende spunto dagli annalisti romani e dalla 3° decade da Polibio (storiografo greco), spesso limitandosi a tradurre la sua opera, fornendo talvolta una versione più favorevole alla parte romana dei fatti. Nei secoli è stato accusato di mancanza di senso critico nell'interpretazione e nell'uso delle fonti, di contraddizioni ed anacronismi, di esaltazione fanatica della romanità e disinformazione cronologica, geografica ed etnologica.
Egli condivide la concezione didascalica e moralistica che ha caratterizzato la storiografia romana, nella concezione storica di Livio è insito un moralismo attraverso il quale Roma è proiettata in uno sfondo di fatti grandiosi, nati da un fondamento etico, civile e religioso, che costituisce l'espressione più elevata di tutta la vita romana. Le sue figure di eroi e matrone sono presentate con accenti epici, assurgono a simboli di valore e di virtù e le loro gesta vanno oltre il proprio spazio temporale per assumere una dimensione ideale eterna.
Anche la religiosità che pervade tutta l'opera è un'altra caratteristica di questo Autore. La visione che Tito Livio ha della storia è visione fondamentalmente religiosa: la storia è governata dagli dei. La legge superiore, il Fatum o Necessitas, che domina anche gli stessi dei, dirige il mondo e fissa l'ordine degli eventi umani. Da esso dipendono vita e morte, prosperità e miseria, vittoria e sconfitta, pace e disordine. Ogni personaggio incarna un valore etico del mos maiorum : la pudicizia, la constantia, la modestia, la gravitas, la moderatio, l’abstinentia, la iustitia, la fides e la pietas. A proposito dei personaggi dedica grande spazio alla loro analisi psicologica, che lo porta ad aderire alla storiografia drammatica, questo comporterà un cambiamento nella struttura del racconto di ogni singolo episodio, che verrà canonizzato attraverso una premessa un nucleo centrale e una soluzione finale.

Stile

Infine, nella scrittura, si contrappone alla tendenza di Sallustio, avvicinandosi piuttosto allo stile vagheggiato da Cicerone per la storiografia: la "lactea ubertas", come la definì Quintiliano, consisteva così in una prosa ampia, fluida e luminosa, senza artifici e restrizioni, di limpida chiarezza ("candor"). Ma Livio sa conferire al proprio stile anche un’ammirevole duttilità e varietà: dal gusto arcaicizzante della Prima decade (dettato dalla vetustà degli eventi) ad una sempre maggiore coloritura poetica e drammatica del racconto, se non addirittura "tragica", soprattutto nella descrizione dei personaggi.
La storia di Roma di Livio ebbe una fortuna immediata e durevole, anche nel Medioevo da Dante, durante l’Umanesimo e il Rinascimento quando fu rinvenuta la prima metà della Quinta decade, che ispirò ad esempio Niccolò Machiavelli per i suoi Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.

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