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Lucano, Virgilio e il poema epico.

Canone imprescindibile del poema epico nell'epoca di Lucano (primo secolo d.C.) era Virgilio. L'autore però, invece di imitare il 'maestro', cerca in tutti i modi di remarci contro, contrapponendosi puntualmente ad ogni caratteristica virgiliana.
Ad esempio, mentre Virgilio celebra con la sua opera le glorie statali e la magnificenza degli eserciti (con una neanche vagamente velata esaltazione dell'imperatore Augusto), Lucano invece denuncia la guerra, sottolineando le stragi che ella comporta, e la perdita di valori, sempre più preoccupante ogni giorno che passa.
Lucano si diverte poi a stravolgere del canone epico anche le più piccole cose: ad esempio, se da un canto Virgilio, si ispira alla tradizionale usanza omerica di predire profezie circa le glorie future (siano esse di un eroe, come capitava per Omero, o di una città, come fece Virgilio, mitizzando la gloria di Roma), d'altro canto Lucano fa uso della necromanzia (ovvero una magia operata sulla morta, quella che Apuleio designa come Magia Nera, una sorta di divinazione che permette di evocare le anime dei defunti) per predire non una gloria futura, ma anzi l'imminente rovina di Roma.

Anche stilisticamente, Lucano cerca di allontanarsi quanto più possibile dallo stile virgiliano: mentre quest'ultimo è puro e armonico, lo scrittore dei Pharsalia è invece 'ardens et concitatus', come lo definisce Quintiliano.

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