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Fasti di Ovidio

Dovevano essere 14 libri ma Ovidio ne fa solo sei. Dovevano essere un poema elegiaco che spiegasse mese per mese l'origine del calendario romano.
Durante l'esilio inserisce una dedica a Germanico, cioè il figlio adottivo di tiberico, ha un fine.
Lo collega agli Aitia di Callimaco il gusto eziologico.
L'inserimento di elementi storico antiquari lo collegano (Annales dei pontefici, Ennio, varrone, Livio).
C'è da notare che il recitare le tradizioni e legarle al calendario, che risale a Romolo e a Iuma, è un progetto ideologicamente vicino alla mentalità augustea, perché la mentalità augustea aveva come parola d'ordine la valorizzazione del Mos maiorum. Da poco tempo nel calendario accanto alle ricorrenze tradizionali si erano inseriti eventi della vita politico militare di Cesare e di Augusto (che da poco avevano dato il nome a luglio e ad agosto). Ovidio cerca di creare un'opera consona all'ambiente di corte, però mostra davanti alla materia del canto un distacco ironico. Gli intenti artistici prevalgono su quelli didattici, quindi è un tentativo di poesia augustea non riuscito perché una poesia celebrativa del regime è lontana dal sentimento ovidiano e Ovidio ancora una volta a solleticare il gusto estetico del lettore, c'è un compiacimento della sua arte tanto che la critica ha notato che per la necessità di meravigliare ad ogni costo Ovidio usa gli accorgimenti stilistici espressivi della tecnica declamatoria. Le declamazioni sono una delle caratteristiche della cultura del tempo, questo significa che si esasperano i valori formali a danno dei contenuti e questo fa di OVIDIO un anticipatore del gusto dell'età imperiale.

Poesia dell'esilio
Ovidio viene costretto ad andare in esilio a Tubii (costanza) dove gli abitanti parlavano a sento il latino e riprende le poesia elegiaca.
Tristia e le epistulae hanno temi comuni perché la triste esperienza personale diventa oggetto la sua poesia. Ovidio riflette sulla sua condizione di esule, si ripiega su di se e ed
Recupera così la funzione originaria che la letteratura greca attribuiva all'elegia cioè la funzione del lamento funebre del pianto: l'elegia giovanili rappresentavano l'elegia lieta, l'elegia dell'esilio rappresentava l'elegia del lamento. L'esilio era una sorte di morte civile, per Ovidio l'esiliato è un morto vivente.

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