Mongo95 di Mongo95
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Venosa, 65 a.C. Figlio di un liberto, riceve a Roma un’istruzione degna di un nobile. Partecipa alla battaglia di Filippi nello schieramento di Bruto: dopo la sconfitta si sfaldano le sue illusioni politiche e inoltre si trova in uno stato di ristrettezza economica. A 30 anni inizia la carriera poetica. Viene subito notato da personaggi come Virgilio e Vario, che lo introducono a Mecenate. Tra i due si crea, dopo un primo incontro con un Orazio timido ed impacciato, un forte legame di amicizia. Ciò influisce sulla sua immagine pubblica, avvicinandolo anche allo stesso Augusto. Ma Orazio non ha particolari sogni di fama e potere, infatti trascorre gli ultimi anni della sua vita a coltivare la saggezza, abbandonando così la poesia.
Il suo più grande capolavoro è l’Ars poetica, in cui esplica il suo stile poetico. C’è l’idea del “labor et lima”, cioè si riprendono le toerie dei poeti novi, secondo i quali il poeta non dovessere essere pomposo, oppure rindondante, ma semplice e conciso, operando un lavoro molto fine sulla poesia, con una sapiente collocazione delle parole e l’impiego del minor numero di mezzi, con però il maggiore effetto possibile. Predilige quindi delle associazioni di parole che danno più significatività al concetto espresso (callida iunctura), alla ricerca di una precisione espressiva che escluda però ogni inutile rindondanza. Alcune massime hanno ampio valore nella poetica di Orazio:

-“Aurea mediocritas”: l’uomo deve mantenere un atteggiamento che gli garantisca un sereno equilibrio interiore che garantisce l’obbiettività.
-“Est modus in rebus”, così come “In medio stat virtus”: la virtù è da andare a ricercare nel mezzo, cioè nella moderazione e non nell’eccesso.
La poetica di Orazio è legata alla persona, alla vita quotidiana, alle cose semplici.

Le Odi (Carmina)

Forte è l’influsso dei lirici greci, come Saffo, di cui si cerca di imitare la metrica e la ritmica. La tematica dell’amore assume grande importanza, anche se però viene affrontato con tono molto più distaccato. Non è più un amore travolgente, ma un sentimento, sempre positivo, che appartiene alla giovinezza, e a cui in seguito si può guardare solo con rassegnazione, rimpianto, anche malinconia. Senza rinunciare però alla sua attrattiva.
• Carpe Diem
Principale è il tema del tempo. La vita umana è breve, quindi va colto al meglio ogni suo attimo. Il futuro è indeterminato, avvolto nel mistero, non bisogna allora porsi domande al riguardo, ma spostare l’attenzione sul presente, su ogni giorno che ci viene donato e valorizzarlo. Il tempo scorre inesorabile e ha come unico traguardo l’inevitabilità della morte, comune a tutti (necessitas). In questa ode Orazio si rivolge, consigliandola, ad una giovane ragazza, Leuconoe. Tale nome è emblematico: leucos (bianco) + nous (intelletto), ad indicare una ragazza innocente, ingenua, che ha bisogno di consigli su come gestire la vita. Infatti l’autore le suggerisce tre piccoli accorgimenti esistenziali: sapias (sii saggia), vina liques (cola il vino), et spatio brevi/spem longam reseces (siccome la vita è breve, rinuncia alle speranze sul lungo periodo). L’espressione “carpe diem” indica un particolare modo di porsi nei confronti dell’esistenza, cioè cogliere quello (il tempo) che ci viene concesso senza la volontà del possesso con decisione, ma più precisamente “gustare” gli avvenimenti, coglierli e viverli con serenità.
L’espressione “scire nefas” è traducibile come “è vietato saperlo”, riferendosi al proprio futuro. Infatti il termine “fas”, senza la negazione, indica proprio ciò che è lecito. Ma è da rifersi al divino, alla volontà degli dei, cioè una forma di “diritto” divino che si impone da sé, e non può essere assolutamente violato, a differenza dello “ius” umano, che per definizione è più flessibile.
• Nelle Odi è anche presente il tema del ruolo della poesia. Infatti Orazio sostiene che “non omnis moriar”, cioè che egli non morirà del tutto. Ciò perché con la sua arte, con la poesia, ha “eretto un monumento più duraturo del bronzo”, che quindi gli permette di travalicare il tempo, immortalizzandolo al di là delle vicende umane.
• Carmen Saeculare
Orazio dedica attenzione anche alla storia e alla grandezza di Roma, nonché ai valori che Augusto voleva nuovamente infondere nella società romana, ormai corrotta. Questa ode in particolare venne realizzata per i “ludi saeculares” indetti da Augusto, ed infatti è un inno di invocazione ad Apollo e Diana, con l’obiettivo di ottenere per Roma i doni di queste due divinità.
• Le “Odi romane”
Nuovamente, c’è la volontà di proporre un modello dell’antica religiosità e della antica moralità dei padri, in contrapposizione al progressivo degrado morale della società romana. Vengono enfatizzate le azioni di Augusto. Una di queste odi è dedicata a Cleopatra, successivamente alla sconfitta ad Azio per mano di Ottaviano. Cleopatra viene dipinta coem “fatale monstrum” che avrebbe potuto portare Roma alla rovina. Non è però una donna qualunque: al momento della morte si è dimostrata più coraggiosa di qualsiasi altra donna, forte. Quindi è stata un grande nemico, lodevole. Allora tanta è anche la grandezza di Roma e del suo esercito, perché grandi sono i nemici sconfitti. Dopo la vittoria, “nunc est bibendum”, ora bisogna brindare, e “nunc pede libero/ pulsanda tellus”, cioè ballare in modo sfrenato.

Le Epistule
Sono tutte accomunate dall’espediente letterario di essere inviate ad un destinatario, oppure di essere una risposta ad una precedente richiesta. Si ridimensiona quindi la componente satirica e quella dialogica, mentre gli spunti di riflessione si fanno più unitari e sono spesso lunghi soltanto pochi versi. Il tema più diffuso rimane quello di adottare nella vita l’equilibrio della “via di mezzo”, della moderazione.
• A Tibullo
Destinata al poeta elegiaco Tibullo (Elegie = componimenti generalmente dedicati al sentimento), che sembra essere un uomo molto incline alla malinconia, che Orazio cerca di curare, con un aiuto morale, nonché la semplice idea di farlo tornare a sorridere (infatti bisogna notare il buffo momento finale, che sdrammatizza la tensione). Ci sono quindi dei continui riferimenti all’Epicureismo, di cui Orazio si dichiara qui sostenitore, anche in modo ironico (per via del suo aspetto “grassottello e ben curato”). Ironia che però nasconde un effettivo insulto ad alcuni epicurei, condannati per i loro vizi, come la lussuria e l’ingordigia. Una condotta di vita che rappresenta una degenerazione della morale epicurea.

• A Bullazio
Il tema del viaggio viene sfruttato per concentrarsi sulla più profonda tematica della serenità interiore. Le persone sono abituate a cercare freneticamente altrove la pace interiore quando non la possiedono nel luogo dove vivono. Ma la felicità la può portare solo “l’animus aequus”, che non dipende dal luogo in cui si troviamo. Viaggiare in continuazione testimonia l’insoddisfazione nella vita. Allo stesso modo però Orazio si dimostra anche timoroso del mutamento, legandosi fortemente alla sicurezza di un ambiente a noi ormai familiare. Queste sono quindi le due facce dell’angoscia esistenziale. Orazio si dimostra epicureo in modo molto più eclettico rispetto al passato, si cala maggiormente nella realtà: la serenità può essere raggiunta non solo con il controllo razionale (ratio), ma anche con il buon senso (prudentia). Inoltre alla più astratta “voluptas” sostituisce le sfumature della felicità quotidiana (dulcia). L’inerzia che tormenta l’uomo, che lo spinge a muoversi in continuazione alla ricerca di qualcosa, è la “strenua inertia”, ossimoro che contrappone il dinamismo (strenua), all’inattività (inertia). Orazio ritiene che raramente i sentimenti umani sono lineari, ma piuttosto risultano dall’aggrovigliarsi di aspetti contrastanti. Ma, con l’epicureismo, con l’accettazione equilibrata di noi stessi, difetti inclusi, riusciremo a trovare ovunque il nostro angolo di felicità
• A Celso Albinovano
Ma la serenità interiore non è sempre raggiungibile. L’uomo può essere anche tormentato da un male inspiegabile, un “letargo della mente”: la depressione, di cui Orazio si confessa vittima. È il “funestus veternus”, cioè un morbo che è tipico dell’età avanzata. Non è “antiquus”, ma “vetus”, cioè che è antico, ma tutt’ora esistente, cioè collegato ad un’idea di degrado. È uno smanioso torpore che rende il “malato” insofferente a tutto e tutti. Quetsa Epistula ha una struttura circolare: inizia con un tono leggero, che torna ironicamente nel finale, con una battuta scherzosa. Ma il tema centrale è affrontato con tono assai diverso. Orazio è attanagliato da uno stato che lo porta a non essere mai contento di nulla, e cerca nuove cose che però lo lasciano sempre deluso ed insoddisfatto. Tale malessere non è dovuto ad una disgrazia capitatagli o un qualsiasi accidente, ma è una sofferenza inerte, assoluta.

Le Satire (Sermones)
Componimenti caratterizzati dall’ironia graffiante, spesso anche rivolta ad Orazio stesso. Sono pervase da uno spirito di osservazione della società e della natura umana che portano a sviluppare delle riflessioni sui difetti della gente e in generale sulle questioni morali. Sono detti della’autore “sermones” in quando colloqui con se stesso, o con qualcun altro, ma spesso di carattere autobiografico.
In una satira viene descritto il suo primo incontro con Mecenate, nel quale si mostra una persona semplice, di umile origine, ma autentica e sincera.
Nella Satira detta del “Seccatore”, un arrivista che vuole essere presentato al circolo di Mecenate, cerca di convincere Orazio in tutti i modi. La figura del poeta risulta essere timida, fatica a liberarsi dell’impeto del seccatore. Alla fine infatti se ne libera per cause esterne al loro incontro. Da questa satira traspaiono alcune opinioni di Orazio sul Circolo: l’assenza di competizione.

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