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Le Satire comprendono 2 libri, il primo costituito da 10 satire e il secondo da 8.
il termine “satira” deriva da “lanx satura”, un piatto ricolmo di primizie offerte alla divinità. Con ciò si fa riferimento allo stile vario adoperato nelle satire.

Per la stesura di quest’opera, Orazio si ispira sia a modelli greci che romani. Il modello romano è Lucilio, considerato da Orazio il padre della satira romana, ma accusato di aver adoperato uno stile poco elegante e “fangoso”.

Dal punto di vista stilistico, Orazio si ispira ai modelli greci, in particolare a quelli alessandrini: adopera infatti l’esametro e le sue satire sono caratterizzate da una certa eleganza e cura per la perfezione formale.

L’influsso greco è presente anche dal punto di vista tematico: la satira di Orazio non è mordace, ma riflessiva. L’autore infatti riflette sui difetti e i vizi della gente e la sua satira verte dunque su questioni morali, proprio come la diatriba cinico-stoica, forma letteraria greca di predicazione filosofica.

Attraverso le satire, Orazio non vuole soltanto criticare e riflettere sui vizi e i difetti umani, ma anche riproporre i valori tipicamente romani del mos maiorum (che comprendevano la famiglia, la religione e la patria), in linea con il progetto politico e culturale di Ottaviano Augusto.

Il registro comunicativo adoperato è colloquiale e vicino alle persone (d’altronde il titolo latino delle satire è “Sermones”), i componimenti si aprono con situazioni tipiche della vita quotidiana, dialoghi e conversazioni.
Orazio adopera inoltre l’ironia, fornendo il distacco di chi non chiede di essere preso troppo sul serio.

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