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Orazio: poesia civile e odi romane

Nella poesia oraziana un posto rilevante è occupato dalla lirica civile nella quale il poeta si fa cantore di Roma e del principato di Augusto. Negli epodi 7 e 16 egli aveva palesato il suo pessimismo e si era fatto interprete dello sfogo di tutto un popolo desideroso di pace e tranquillità. Grazie a Mecenate, Orazio entra in contatto con l'astro nascente della politica romana, Ottaviano. Fino alla battaglia di Azio, però, il poeta vede in lui soltanto un abile condottiero, fermo nelle decisioni e rapido nelle azioni, che potrebbe dare una svolta alla tragica situazione in cui versa Roma. Dopo la battaglia di Azio la fiducia di Orazio nel princeps si fa totale. Augusto ha instaurato un periodo di pace, venendo così incontro alle aspirazioni e ai desideri del suo popolo. La pace interna e la sicurezza esterna fanno sì che i cittadini siano animati da una sorta di gratitudine nei confronti di chi ha reso possibili quella pace e quella sicurezza. Da questo momento l'adesione al programma augusteo si fa completa, specialmente per quanto attiene alla restaurazione morale della società. Tale programma di moralizzazione dei costumi passa,secondo Orazio, attraverso l'educazione dei giovani alle antiche virtutes che avevano reso grande Roma, ed è proprio questo che il poeta si propone di fare con le Odi romane.

Le Odi romane sono le prime sei del libro III. Il poeta si presenta come un sacerdote delle Muse, incaricato di formare le nuove generazioni ai principi della verità e della giustizia. Egli, attraverso l'esaltazione delle virtù antiche, invita esplicitamente la gioventù romana a recuperare i valori civili e militari ormai quasi completamente dimenticati. La rinnovata fiducia in Roma e in Augusto, gli fa vedere con occhi diversi la realtà, quella stessa realtà da cui, non molto tempo prima, aveva invitato il popolo ad evadere in un esilio volontario nell'isola dei beati.

-Nella I ode Orazio, sviluppando un motivo tipico della letteratura filosofica, contrappone la serenità di vita di chi non possiede molti beni ma ha la coscienza tranquilla, ai turbamenti di chi ha grandi ricchezze.
-Nella II ode Orazio invita il giovane romano a sopportare le angustie della povertà e a perseguire la virtù che "non conosce vergognose ripulse e risplende di onori senza macchia"
-Nella III ode il poeta esalta la giustizia e la tenacia, virtù per le quali uomini e dei ottennero l'immortalità.
-Nella IV ode c'è l'invito alla moderazione.
-Nella V ode vengono esaltate la forza d'animo e l'intransigenza, di cui un chiaro esempio fu Attilio Regolo, eroe della Prima Guerra Punica, che non cedette né alle lusinghe né alle minacce dei nemici.

-Nella VI ode, infine, il poeta esorta il cittadino romano al rispetto della religione, condizione essenziale per evitare la rilassatezza dei costumi, ormai dilagante.

I giudizi sulla poesia civile di Orazio sono contrastanti: c'è chi ritiene che essa non sia la parte migliore della sua produzione poiché il poeta, con l'intento di celebrare il regime, avrebbe coperto la mancanza di ispirazione con i toni enfatici dell'esaltazione; c'è chi, invece, la esalta, vedendo in essa uno sforzo ben riuscito da parte del poeta di superare una visione individualistica per farsi educatore e sacerdote della società civile. In entrambe le posizioni c'è qualcosa di vero perché, se è innegabile che nelle Odi civili Orazio appaia più enfatico e dotto, è anche vero che egli crede realmente nella funzione educativa della poesia e nel suo ruolo di educatore del popolo.
Orazio nelle Odi civili tenta di realizzare, non sempre con successo, la sintesi tra poesia come sfogo e poesia come impegno civile.

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