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Satire


La trattazione soggettiva delle satire da parte di Orazio é finalizzata all'argomentazione di temi generali. L'autore, perciò, non mette in primo piano l'attacco personale verso un soggetto, bensì critica quello che è un sistema di comportamenti.
Orazio non condanna una determinata persona, ma il concetto di vizio e di ingiustizia.
Le satire oraziane possono essere divise in narrative e discorsive, le prime si concentrano su una storia o su un episodio, le seconde, invece, su una serie di riflessioni.
Nel primo libro delle satire è possibile individuare dieci testi: quattro con uno stile narrativo e sei descrittive.
In ordine le prime tre satire sono discorsive e si rifanno alla diatriba, cioè una trattazione con andamento da conversazione composta da un interlocutore fittizio che ravviva il discorso tramite osservazioni e domande.
La prima si interessa dell'incontrntabilità dell'uomo, la seconda è di stile etico e la terza analizza l'imperfezione umana.
La quarta satira ha un carattere autobiografico, come la sesta che si sofferma in modo più accurato all'amicizia tra Mecenate e Orazio.
La satira quinta e sesta sono trattati in prima persona e raccontano di episodi trascorsi dall'autore con alcuni amici.
La satira settima narra uno scontro in tribunale, mentre l'ottava una scena di stregoneria.
Il II libro è composto da 8 satire, la sesta è composta da un monologo corposo che racconta un evento di vita privata, quando Mecenate regala ad Orazio una villa in Sabina.
Le restanti satire sono sotto forma di dialogo.
Nella terza Orazio subisce la predica di Demosippo, nella settima viene esposto il pensiero dello schiavo Dado.
Nella quinta satira Orazio sparisce dall'opera, infatti viene narrato l'evento nel quale Ulisse, nell'oltretomba, chiede consiglio all'indovino Tiresia.
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