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Le Odi di Orazio

Sono un centinaio di componimenti poetici, che sono poi confluiti in quattro libri, di cui i primi tre sono i più interessanti. Le Satire e le Odi sono in un rapporto di continuità, con la seconda che rappresenta un'evoluzione del mondo poetico della prima. Perché se nelle Satire c’è una ricerca di auto-costruzione morale e quindi una ricerca di saggezza e di modernità che si concretizza in quest’esplorazione del mondo, nelle Odi questo processo sembra essersi concluso, è un’opera più matura in cui la ricerca dell’equilibrio si è completato ed è quello il regno di una maturità umana e stilistica. Le Odi sono l’opera classica dove l’armonia è anche psicologica, non esiste più la sofferenza, ma si è ormai giunti ad una pacificazione. Proprio per questo motivo, Orazio non è un poeta amoroso, ma è il grande poeta dell’amicizia, che è depurata dalle pulsioni erotiche e sentimentali e quindi è il regno dell’affettività umana dove può esserci assoluto equilibrio, misura e armonia. Il tema dell’amore è presente, ma sono raccontate più donne è tutto ha una finalità maggiormente letteraria. Quello delle Odi è un mondo difficile da apprezzare proprio perché è una poesia molto sofisticata, molto equilibrata e molto aristocratica. Per questa sua raffinatezza Orazio fu avversato dai romantici, che lo accusarono di intellettualismo, dicendo che non soffre l’arte ma la domina. In quest’ultima accusa è contenuto tutto il senso dell’arte classica, che è dominio razionale dell’artista sulle passioni dell’uomo. Nella storia della lirica i metri erano molto importanti, tanto che certi generi erano identificati e definiti dall’utilizzo di un determinato metro di origine greca. Orazio è stato il più grande nel creare un’assoluta armonia tra l’aspetto contenutistico e l’aspetto metrico, c’è una perfetta compenetrazione tra la metrica e i contenuti. Riposati dice: “È vero che Orazio non si afferma interamente, se non attraverso questo lussuoso paludamento che tutto lo avvolge e che concorre ad individuare i differenti caratteri delle composizioni poetiche, perché ad ogni momento lirico, generalmente corrisponde una differente caratterizzazione della forma metrica”.

Le Odi sono composte da quattro libri, l’ultimo è stato pubblicato da un Orazio ormai vecchio e dopo di questo egli non scrisse più nulla. I primi due libri sono stati composti tra il 30 a.C. e il 23 a.C., sono anni straordinari in cui vengono composte le Odi di Orazio, l’Eneide di Virgilio, l’opera storica di Tito Livio e Tibullo e Properzio stanno scrivendo i loro versi. Con le Odi ci si trova di fronte ad un Orazio che è fermamente consapevole della sua grandezza letteraria, tanto che dice: “Ho eretto un monumento più durevole del bronzo”. Secondo alcuni studiosi c’è una continuità fra il canto conclusivo delle Odi e ciò che Orazio aveva intrapreso negli Epòdi. Questo progetto artistico consiste nell’introdurre nella poesia latina, situazioni, soluzioni metriche e temi che provengono dai grandi lirici greci, in modo particolare da Alceo e Saffo. Tutta la lirica di Orazio, non può essere interpretata correttamente se non teniamo conto del rapporto con la letteratura greca, che è il centro ideologico della produzione lirica. Il riferimento è esplicito, il debito nei confronti dei Greci è riconosciuto, ma viene da Orazio esibito in vere e proprie dichiarazioni di poetica, tanto che lo scrittore arriva a definirsi l’Alceo romano. Questo è il principio del primus ego, che è un principio di poetica che significa “io per primo”, nel senso che io per primo ho avuto il coraggio di riprendere i versi, i temi e le forme metriche di Alceo e di Saffo, che io per primo ho osato tradurre nella mia lingua. Orazio quindi vanta il primato di essere il primo a scrivere così come scriveva Alceo e i grandi lirici greci, non in greco ma bensì in latino. Questo tipo di rapporto con la fonte nella lirica classica è fondamentale e presuppone conseguentemente una poetica allusiva, che è una poesia molto dotta, che cita nell’incipit e nella prima parte del testo un modello, che il lettore colto e raffinato deve essere in grado di riconoscere. Non fu né Orazio, né Virgilio ad applicare questo principio fondamentale della poetica classica, lo si trova già in Catullo, nel rapporto di quest’ultimo con la poetica alessandrina, che passa attraverso la traduzione vera e propria di Callimano nei carmina docta, ma passa anche attraverso la citazione di classici. Per quanto riguarda l’originalità e la libertà che vi è nel rapporto con il modello, bisogna tenere conto che le ambientazioni sono romane e non greche e il linguaggio è differente, c’è una “poetica del motto” che fa sì che ci sia un doveroso riferimento al modello, un gioco intellettuale e poi da lì prende forma qualcosa di completamente differente. Come accade poi in seguito nel classicismo, i rapporti col modello nell’acquisizione di linguaggi e di forme, viene piegato a fini personali; Orazio usa Alceo per trattare questioni che sono a lui molto care e il modello gli serve anche per dare dignità e prestigio a quello che sta scrivendo. Alceo piace molto ad Orazio, anche perché è stato un grande poeta gnomico, cioè è stato un poeta che ha scritto dei componimenti che si contraddistinguono per le massime filosofiche e moraleggianti, questo aspetto della poesia di Alceo colpisce profondamente Orazio. La differenza tra Alceo e Orazio è immensa: Alceo è un poeta immerso nella lotta politica, è un aristocratico che parla delle lotte politiche della polis, ma ne parla in prima persona e scrive dei testi che sono veramente legati ad occasioni sociali; Orazio, a differenza, è un poeta cortigiano, non è un poeta civilmente impegnato, vive nella bambagia della corte augustea, tutte le occasioni che Orazio può inventarsi sono solo ed esclusivamente giochi letterari, non c’è nessuna occasione reale. In Alceo la poesia è un momento di pausa riflessiva nell’esistenza di un intellettuale politicamente impegnato; in Orazio la poesia è tutto, perché tutta la sua esperienza si risolve nell’otium letterario. In Orazio tutto è finzione letteraria, tutto è un gioco molto sofisticato, ma puramente letterario. Orazio usa anche un’altra fonte, la poetessa Saffo, anche se per lui è una figura marginale. Altro grande autore a cui Orazio si ispira è Pindaro, Orazio per quanto riguarda il rapporto con questo dice: “Chi vuole imitare Pindaro si espone ad un volo rischioso come quello di Icaro”. Pindaro è il poeta del sublime, era un poeta dai periodi ampi, complessi e quasi impetuosi; Orazio però dice subito che Pindaro è una meta irraggiungibile, è solo un punto di riferimento. Si può dire che Orazio tende sempre a Pindaro quando cerca il sublime. Nelle Odi la presenza di Pindaro non è così diffusa come la presenza di Alceo, ma lo troviamo in certi frangenti, ad esempio in un piccolo ciclo di sei componimenti all’inizio del terzo libro, che li studiosi chiamano le Odi romane, che sono caratterizzate da una tematica civile dove si esalta il mos maiorum, le virtù degli antichi, si condanna la decadenza dell’età contemporanea e molti altri temi particolarmente contemporanei, a cui segue l’esaltazione di Roma e l’esaltazione del grandissimo Augusto, all’interno di queste Pindaro è presente in modo massiccio perché Orazio ricerca lo stile ampolloso e sublime. Pindaro lo si ritrova anche nel quarto libro, quando non a caso Orazio esalta la grandezza dell’Imperatore. Ci sono invece una serie di temi che nascono da Pindaro e che sono ben radicati nella personalità intellettuale di Orazio e nella sua poesia: prima di tutto l’idea che la poesia abbia una funzione alta, da Pindaro viene anche la virtù eternatrice della poesia; l’esaltazione della saggezza etico-politica; l’ultimo debito che Orazio paga a Pindaro è un debito formale, l’organizzazione di molte delle Odi oraziane fa riferimento alle opere del poeta greco. La poesia delle Odi è una poesia molto complessa perché da un lato c’è una concezione che deriva da Pindaro della poesia come qualcosa che nasce da una figura geniale, da un essere che ha qualità non comuni, che ha doti eccezionali; nella cultura classica però queste doti eccezionali sono di ispirazione divina, quindi il poeta è ispirato da Apollo, è ispirato dalle Muse. Un latra concezione consiste nel credere che la poesia è labor lime, è un lavoro di raffinata ricerca, questa è una concezione di origine alessandrina. Per Orazio la poesia lirica è una poesia allocutiva, non ci troviamo di fronte ad una liricità che si esaurisce nel soggettivismo puro, ma è una poesia che prevede sempre un interlocutore o un destinatario, ma questa è una caratteristica ripresa dal modello greco. Altro elemento fondamentale è il fatto che la poesia nasce da situazioni sociali, che in Orazio sono finte, però questo riferimento ci permette di riconoscere alcuni modelli frequenti come l’Inno legato ad occasioni religiose, il componimento simposiaco legato la banchetto, il propenticon che è un augurio che si scrive in occasione di un viaggio che qualcuno deve intraprendere ed infine l’epicelio che è il compianto funebre.
Il principio della varietas è importantissimo anche nelle Odi di Orazio, quindi ci sono tanti filoni differenti. Il filone principale è il filone religioso in preghiere ampiamente praticate anche dai lirici greci; il filone erotico-amoroso molto diverso da Catullo; il filone conviviale, una poesia che nasce in occasione dell’invito ad un banchetto o durante il banchetto stesso, ma si tratta sempre di finzioni letterarie; il filone gnomico, che è il cuore spirituale delle Odi, con il tema ricorrente della brevità della vita e dell’incertezza del futuro, da questo sentimento fragilità dell’intera esistenza nasce il carpe diem di Orazio, che è un invito a non procrastinare la felicità e riuscire ad essere così saggi da trasformare il presente in un presente felice. Altro tema importante è quello dell’autarkeia, che è il tema dell’autosufficienza che si accompagna alla sobrietà e alla limitazione dei desideri. Ritorna poi un altro tema tipico delle Satire che è quello delle metrite, che significa senso della misura.

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