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Le Georgiche

Le Georgiche di Virgilio furono composte tra il 38 e il 30 a.C. Molto importante per quest’opera è stata la mutazione della situazione politica: l'opera nasce durante le guerre civili in un momento in cui Ottaviano non è ancora al potere e viene conclusa quando Ottaviano è ormai stabilmente al potere e organizza e promuove la sua politica culturale attraverso la figura di Mecenate. Si racconta che sono state lette interamente ad Augusto, in 4 libri per un totale 2188 esametri, che entusiasmarono l’imperatore.
Le Georgiche sono una narrazione inerente la vita dei campi. Il primo libro tratta dell’agricoltura in generale, della coltivazione dei campi; il secondo libro è dedicato alla coltivazione delle piante e all’amore che l’agricoltore ripone in questa attività, e vengono esaltate le qualità delle viti e degli ulivi d’Italia; il terzo libro è consacrato all’allevamento degli animali e si chiude con la descrizione della pestilenza che aveva colpito gli animali nel Nòrico. L’ultimo libro, il quarto, è riservato alle api.

Nella storia della critica ci furono due tendenze: una viziata dalla posizione dello studioso Benedetto Croce che distingueva poesia e non poesia, introduceva il concetto di poesia pura e escludeva in modo molto rigido tutto ciò che sembrava spurio nei confronti della poesia. Questo modo di procedere così rigido non poteva non penalizzare opere come le Georgiche, perché dal punto di vista crociano quest’opera era un manuale di precettistica, quindi c’era tanta non poesia, mentre la poesia era presente soltanto in margine. L’altra tendenza riconosce nelle Georgiche altissima poesia con risultati superiori addirittura alle Bucoliche. Un’opera che è caratterizzata da un tema che è la rappresentazione della vita dei campi non poteva non incontrarsi con la politica di Augusto, che una volta salito al potere tra le varie riforme intraprende una riforma di carattere morale consistente nel tentativo di riappropriazione dei principi fondamentali del mos maoirum e intraprende anche una vera e propria riforma agraria. Queste due cose si intrecciano: nella Roma ancora viziosa il lavoro dei campi era l’unico lavoro nobile dove si esprimeva la dignità personale e sociale. Ci sono delle parole d’ordine che lo Stato augusteo propone: ritorno alla tradizione, ritorno alla pace, ritorno alla laboriosità. La critica potrebbe pensare che l’opera virgiliana affiancò la politica della riforma augustea, ma la data di composizione del poema ci consente di capire che quest’opera fu iniziata molto prima della salita al potere di Augusto. Ci fu un incontro di sensibilità politiche ideali tra Virgilio e Augusto.
Le fonti delle Georghiche si ritrovano nella poesia didascalica greca, di cui Esiodo è il maggiore esponente. L’altra fonte è rappresentata da Lucrezio: Virgilio ne conosce la poesia e lo cita espressamente, tanto che una volta lo loda profondamente e lo reputa beato per la profonda conoscenza della natura che è stato in grado di manifestare. Alla base delle Georgiche c’è anche un insegnamento morale, e Virgilio invita i Romani a ritrovare i valori originali, i valori autentici del mos maiorum. Idealizza la società contadina, idealizza lui stesso, cioè il piccolo proprietario terriero ed esalta i valori di morigeratezza e di rispetto della famiglia.
Questa sorta di manuale di agronomia era molto insidioso, c’era il rischio di scivolare in una sorta di trattazione scientifica, ma questa può diventare arte a patto che ci sia un genio a scrivere.
Il valore che regna sovrano in quest’opera è il culto del lavoro, c’è una religiosità del lavoro che attraversa tutta l’opera. Virgilio veniva dall’agro-mantovano, quindi da una terra in cui l’agricoltura viene pienamente praticata e conosce perfettamente tutto questo. Altro elemento è la capacità di far poesia con l’immedesimazione nei vari particolari.
Le parti più liriche delle Georgiche si hanno nei trapassi da un argomento all’altro, ci sono delle transizioni tematiche che costituiscono l’occasione per una scrittura altamente poetica.
Nelle Georgiche esiste una sorta di giustizia divina che presiede il lavoro umano, perché l’idealizzazione del lavoro in Virgilio si spinge fino alla elaborazione di una prospettiva provvidenzialistica. Secondo Virgilio Giove ha volutamente determinato la fine dell’età dell’oro, perché l’umanità soltanto grazie allo sforzo poteva progredire in termini di civiltà. Quindi la fatica del lavoro e l’ingegno che comporta la lotta con la natura sono la vera fonte di civiltà.
Molto importante è il terzo libro perché qui c’è in Virgilio una vena di malinconia, c’è una umanità pensosa che lega tutte le opere di Virgilio; quindi dolore e passione prevalgono sull’interesse scientifico, che invece aveva caratterizzato la scrittura di Lucrezio.
Il quarto libro si apre allegramente con il lavoro operoso delle api, la cui società diventa l’ideale rappresentazione di una società unita, laboriosa, che coopera all’insegna della laboriosità. In questo periodo non esisteva la scienza e si credeva nella bugonia, cioè il principio di generazione spontanea secondo cui lo sciame della api nasceva dalla carcassa di un vitello. Virgilio si sofferma molto sul principio della bugonia, dicendo che le api sono fortunate perché per riprodursi non sono costrette a soggiacere al desiderio, alla passione e all’eros.

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