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Poeti d’amore a Roma

1.1 L’elegia in contrasto con l’epica celebrativa
Dopo un secolo di guerre civili culminati nella battaglia di Azio del 31 a.C. si contrappose al genere epico, in cui autori come Virgilio si impegnavano politicamente e celebravano i miti religiosi e civili del passato in armonia con il programma politico augusteo, l’Elegia. Gli elegiaci contrapponevano alle armi dell’epica gli amori, alla partecipazione politica il ritiro nel privato, lontano dalla politica appunto, ma anche dagli impegni militari e dall’attività forense, ritenuta una deleteria occasione di carrierismo e celebravano nella loro poesia l’amore per una sola donna, ritenuta scopo e centro dell’esistenza. Vi è quindi un netto distacco tematico tra i due generi, elegia e epica. Nell’elegia la guerra e le armi sono abbandonate in quanto l’amore si trova nella “media pace” (in mezzo alla pace), ben lontano quindi dall’epica e dall’integrazione dei programmi augustei. L’amore presentato nelle elegie, in una forma breve e intensa, è formato da storie dolorose e tormentate poiché il poeta si trova a vivere in condizioni difficili e conflittuali: la donna amata (domina), non è la sua sposa legittima, è un amore irregolare che non può quindi sfociare in un matrimonio, è spesso una donna dai facili costumi, circondata da spasimanti, difficile da conquistare e da mantenere legata a se, in quanto incline all’infedeltà e pronta a passare a un amante più ricco; ella ha però attrattive fisiche e spirituali (è una donna colta) tanto da tenere il suo innamorato in una condizione di servus amoris. Per poter vivere la sua vicenda amorosa il poeta rinuncia alla vita rispettabile scegliendo un’esistenza condotta ai margini della società (vita di nequitia), in forte contrasto con la restaurazione da parte di Augusto del mos maiorum che prevedeva anche, nelle leges Iuliae, il matrimonio “obbligato” delle classi più alte con donne di ugual classe. Il mos maiorum però, a differenza di quando dicano alcuni critici, non viene mai definitivamente abbandonato, ma rimane un continuo punto di riferimento polemico. Più che di trasgressione è corretto parlare di evasione, intesa come fuga e recupero della libertà individuale la quale era difesa da una vita di nequitia, e attaccata da una morale pubblica sempre più propensa a invadere il campo del privato e a controllarlo. In questa ottica di difesa dell’individualità va letto anche il rifiuto del carrierismo e del denaro (la paupertas citata da Tibullo): non si rifiuta il denaro in se (utile anzi per vivere a Roma accanto a donne spesso avide e amanti del lusso), ma i mezzi con cui esso si procura; vi è quindi un allontanamento dal negotium romano e un otium letterario, in cui l’attività poetica persegue ideali di finezza, di cura formale e di poesia soggettiva completamente disimpegnata.

1.2 Biografia e letteratura in Tibullo, Properzio, Ovidio

I poeti elegiaci Tibullo, Properzio, Ovidio parlano d’amore nell’ambito di un genere ben preciso, l’elegia, la quale come ogni genere letterario ha le sue leggi, i suoi codici. Il lettore, pur avendo l’impressione di leggere storie reali e sofferte, non deve dimenticare che si tratta di esperienza letteraria, cioè vicende presentate attraverso il filtro degli autori precedenti e delle regole del genere. L’elegia ha un carattere di esemplarità che la rende capace di esprimere qualcosa di valido per tutti gli uomini e in tutti i tempi. Gli elegiaci hanno infatti creato quelle scene divenute topiche in ogni storia d’amore letteraria o cinematografica. Questi tre grandi poeti dichiarano di rifarsi ai poeti greci Callimaco e Fileta, per quanto concerne la forma, che è essenziale e raffinata (come consigliava Callimaco), non per i contenuti: infatti al carattere oggettivo erudito dell’elegia ellenistica si oppone il carattere soggettivo e autobiografico dell’elegia latina (temi amore, stare isolati ecc.) Bisogna dire anche che in Roma i modelli elegiaci erano incrociati e integrati con altri generi letterari come l’epigramma, l’idillo, la commedia e anche a volte la tragedia. La contaminazione tra generi diversi e soprattutto la soggettività era già presente nei poeti neoterici e soprattutto in Catullo: da lui gli elegiaci ereditano il gusto per la scrittura concisa e raffinata oltre alla volontà di immettere nel testo un’intesa soggettività. Il primo a considerare l’amore un’esperienza travagliata e tormentata e che costituisce il centro dell’esistenza è proprio Catullo, che celebra l’amore per la sua Lesbia. Inoltre Catullo ha anche inaugurato in qualche carme un impiego del mito che trova seguito anche tra gli elegiaci, in particolare Properzio. Altro modello è Calvo che presenta spunti nelle poesie scritte per la moglie morta. Il primo vero elegiaco fu Cornelio Gallo (69-26 a.C.) in quanto diede forma autonoma all’elegia romana, fondendo in una composizione di ampio respiro la sapienza mitologica degli alessandrini e l’esperienza autobiografica e la soggettività di Catullo. Egli propose la nequitia, e l’amore per una sola donna, domina, di cui è schiavo, servis amoris. Cornelio Gallo trovò la morte per un contrasto con Augusto: intraprese al contrario degli elegiaci successivi la carriera politica e si tolse la vita. Per Gallo, Properzio e Tibullo l’amore è una vicenda di dolore e di infelicità; con Ovidio invece l’elegia assume toni meno dolorosi e persino disinvolti e divertiti: con gli Amores segna il culmine dell’elegia ma anche la sua fine.

2. Gli autori e i testi
Tibullo e l’elegia agreste

Abbiamo poche informazioni sulla vita di Tibullo: le poche rinvenute provengono da poesie di Orazio e di Ovidio. Nacque intorno al 50 a.C. in una località del Lazio rurale: la famiglia era di ceto equestre, ricca di terre e agiata economicamente, ma Tibullo ereditò un patrimonio diminuito dalle confische e dalle distribuzioni di terre. Si affiancò all’aristocratico repubblicano Marco Valerio Messalla Corvino e con lui partecipò a una campagna militare in Aquitania nel 30 a.C. Morì nello stesso anno di Virgilio, nel 19 a.C. Le elegie di Tibullo sono inserite in una raccolta di quattro libri, che va sotto il nome di Corpus Tibullianum: di questa raccolta sono sicuramente di Tibullo i primi due libri e, probabilmente, 5 componimenti del quarto. Nel primo libro (26 a.C.) domina la figura di Delia, una donna bella, volubile, cortigiana, desiderosa del lusso: ha vita la solita relazione elegiaca tormentata ed esposta al tradimento che il poeta spera di risolvere portando la donna a vivere in semplicità nei campi. Nel primo libro compare anche un’elegia per Messalla. Almeno tre delle sei elegie che compongono il II libro hanno come protagonista Nemesis (vendetta, punizione): una donna più dura di Delia, che presenta maggiormente i caratteri della cortigiana avida. Si ritengono opera di Tibullo anche cinque componimenti del IV libro che riguardano l’amore di una Supicia, nipote di Messalla, per il giovane Cerinto (un’altra ipotesi vede Supicia poetessa di questi versi). Tibullo sceglie una vita isolata nell’amore e nella poesia: in lui c’è un accentuato amore per la campagna che lo distingue dagli altri elegiaci. L’amore per la campagna è scelta di un rifugio campestre: questa evasione dalle tensioni del vivere quotidiano, come dimostrano i futuri e i congiuntivi desiderativi nelle sue opere, è un sogno, un desiderio irrealizzabile. A questa tematica, dominante in Tibullo, si affianca quella dell’esecrazione della guerra e l’invito alla Pax che si fondono con il tema stesso della campagna.

Furor, nequitia, duritia negli elegiaci

Per Virgilio la passione di C. Gallo è da considerarsi furor, un’esperienza incontrollabile. Questo termine appartiene alla prima parte della produzione di Properzio (compare spesso nella sua Monobiblos), dove vi era maggiore spazio alla soggettività. Ritorna poi con Ovidio. I poeti elegiaci, partendo da Gallo, vivono l’esperienza d’amore come destino ineluttabile, come sottomissione senza scampo dall’amata, secondo lo schema del servitium amoris che avrà fortuna successivamente nelle tradizioni provenzali e stilnovistiche. Questa condizione di nequitia non è altro che l’evoluzione dell’otium catulliano. Il termine nequitia (ne + aequus) implica un giudizio negativo: vile, senza valore. Questo stato è quindi caratterizzato dall’incapacità di reagire alla domina, dalla consapevolezza della colpa per la relazione non regolare e dalla vergogna per questa condizione. L’amante elegiaco è quindi iners e segnis (inattivo e privo di iniziativa). Un altro concetto Catulliano che ricorre spesso nell’elegia è quello di duritia, ovvero l’insensibile ostinazione della donna che rifiuta di corrispondere all’amore del poeta; la duritia può essere anche del poeta, che da un lato riconosce la propria incapacità a resistere all’amore dell’amata, e dall’altro, dopo aver subito un tradimento, cerca di assumere vanamente un atteggiamento sicuro di sé, indifferente.

Properzio e la maturità dell’elegia
La biografia di Properzio e Cinzia, la sua amata, si ricava quasi solo dalle sue opere. Nasce in Umbria, ad Assisi, tra il 50 e il 48 da una famiglia agiata ma impoverita dalla confisca del patrimonio a seguito di una vicenda connessa alle guerre civili. Perse giovanissimo il padre. La madre lo mandò comunque a compiere studi giuridici a Roma, in modo da poter esercitare l’attività forense. Properzio gli abbandonò ben presto per dedicarsi all’attività poetica. Ci sono giunte 92 elegie suddivise in 4 libri:
1. I libro: Monobiblos  libro singolo. Scritto nel 28, da cui trasse grande fama a Roma. Non celebrò grandi fatti, come richiedeva Augusto, ma esaltava invece un sistema di vita trasgressivo (nequitia), che comportava l’abbandono degli impegni civili e politici per rinchiudersi nella vita e nel canto d’amore, in polemica con la politica delle conquiste imperiali. Properzio ebbe successo segno che un conto erano i programmi di regime, un altro i gusti privati. Ottenne soprattutto la protezione di Mecenate.
2. II e III libro: il II libro fu pubblicato nel 25 mentre è incerta la data del III. Nel terzo libro ai temi amorosi si affiancano i temi poetici e letterari e un’adesione al tipo di poesia dotta e raffinata dell’età ellenistica che era stata promossa da Callimaco. Nell’ultima elegia del III libro Properzio parla di un definivo distacco (discidium) da Cinzia, congedandosi dall’elegia d’amore.
3. IV libro: pubblicato poco prima della sua morte o forse postumo ad essa. Comprende 11 elegie estese: tra queste alcune trattano antichi miti romani, altre hanno contenuto celebrativo. Con quest’ultima produzione quindi Properzio si è adeguato alle pressioni del regime, mettendosi al servizio di Augusto: celebra infatti la battaglia di Azio e elogia le virtù di Cornelia, matrona simbolo dell’amore coniugale, proprio l’opposto dell’ideale di vita trasgressivo esaltato da Properzio nel I libro.
Il dato più significativo della vita di Properzio è l’incontro con Cinzia (doveva chiamarsi Hostia, ma la chiamò con lo pseudonimo greco Cinzia, così come Catullo fece con Lesbia). Fra le donne cantate dagli elegiaci Cinzia è la più reale e viva in quanto descritta minutamente e in quanto i suoi tratti non sono sfumati nel tempo: capelli fulvi e occhi neri, lunghe mani affusolate, figura solenne e molle allo stesso tempo, vesti raffinate, curata nel trucco e nella pettinatura e dotta in musica e poesia. Era di condizione sociale inferiore rispetto a Properzio: il rapporto non poteva sfociare così in un matrimonio. Properzio trova in questo amore uno scopo appagante e tormentoso: si abbandonò a lei in un totale servitium amoris. Il distacco da Cinzia, nel III libro, è presentato nel corso del libo in modo tale che il lettore la coglie quale conclusione di una tensione. Come Catullo anche Properzio invoca gli dei (Bacco, Dioniso) per liberarsi dalla schiavitù. La chiusura del III libro è la risposta all’elegia I 1: dal servitium alla liberazione. Properzio abbandona Cinzia con una maledizione vendicativa e liberatoria con l’immagine di una Cinzia invecchiata che, risorta nel libro IV, diventa un’ombra, un sogno visione che si intreccia con il tema della morte. La lingua di Properzio attinge a livelli stilistici assai diversi: dalle voci del sermo cotidianus (linguaggio famigliare) si passa con grande facilità alla forma arcaica o addirittura al grecismo. È anche presente una grande tecnica allusiva che ispessisce il testo, obbligando il lettore a rimandi e confronti. L’aspetto che distingue Properzio dagli altri elegiaci è l’uso esteso della mitologia: non è usata, come tendenza dell’arte erudita alessandrina (di cui aveva risentito anche in un certo senso Catullo nei carmina docta), presentando il mito in modo autonomo ma esprimendo tramite il mito complesse situazioni esistenziali, accostandolo alle vicende personali, facendolo interagire con esse.

Ovidio, l’ultimo elegiaco
siamo abbastanza documentati sulla vita di Ovidio grazie ai suoi stessi testi e alle testimonianze di alcuni contemporanei. Nacque a Sulmona il 20 marzo 43 a.C. (un anno prima veniva ucciso Cesare). Ovidio, seppur poco più giovane di Properzio e Tibullo, appartiene a un altro momento storico, non conoscendo direttamente le tensioni e i valori delle guerre civili, ma facendo parte di una nuova realtà imperiale. Frequentò le migliori scuole retoriche di Roma per avviarsi alla carriera politica ma iniziò una precoce produzione letteraria sfociata in parte negli Amores. Frequentò anche circoli letterari in particolare quello di Messalla. Dopo una breve carica politica Ovidio si diede alla vocazione letteraria conquistando presto fama con la produzione leggera e raffinata delle elegie, come gli Amores, e delle opere erotico-teorico-didascaliche, come l’ars amatoria, ma anche con una tragedia, Medea. Raggiunti i 40 anni si dedicò a imprese letterarie di più alto impegno e si accinse alla composizione di un vasto poema mitologico, le Metamorfosi e di un’opera celebrativa di riti e miti romani, i Fasti. Al culmine del successo cadde in disgrazia e fu condannato da Augusto alla relegazione ai confini dell’impero a Tomi (odierna Costanza), a causa di un adulterio ai danni di Giulia Minore, nipote di Augusto o a causa dell’immoralità della sua poesia. Il poeta stesso allude a due cause, attribuendo la sua rovina a un error e a un carmen. Ovidio non tornerà più a Roma, neanche ai tempi di Tiberio che non revocò l’esilio, e morì nel 17 d.C. a Tomi.
1. Opere elegiache ed erotico didascaliche: gli Amores sono l’opera d’esordio: sono una raccolta di 49 elegie, vicine per certi aspetti alla produzione di Tibullo e Properzio: vi è evocata una donna, Corinna, che non ha però lo stesso rilievo delle donne di Tibullo e Properzio. Manca infatti negli Amores la centralità dell’esperienza amorosa e prevale un tono distaccato e ironico che prepara il passaggio alle opere didascaliche, ponendo il poeta nel ruolo di osservatore ironico delle sue stesse vicende. Dicenta così praeceptor amoris nell’Ars amatoria, un vero e proprio manuale sull’arte d’amare: formato da 3 libri in distici elegiaci è un’opera teorico didascalica. Con il suo tono leggero e spregiudicato, con i suoi attacchi alla morale tradizionale e con l’esaltazione della vita libertina, quest’opera, dopo un immenso successo, costituì forse il motivo della condanna di Ovidio. Sono considerati appendici dell’ars amatoria i rimedia amoris e i medicamina faciei (guida all’uso dei cosmetici). Da ricordare anche le Heroides dove si nota il gusto per la sperimentazione di nuove forme: 21 elegie in forma di lettere dove le mittenti sono le eroine del mito che scrivono ai loro amanti in modo sentimentale.
2. I grandi poemi: occupano la parte centrale della sua vita, tra il 3 d.C. e l’8 d.C, l’anno della condanna. L’interesso per il mito già manifestato nelle Herodies diventa centrale nelle metamorfosi: un’opera costituita da più di 12000 esametri suddivisi in 15 libri e strutturata come un poema continuo, che presenta come unico tema quello della metamorfosi; raccontano di 250 vicende di trasformazioni di esseri umani e divini in altro aspetto. Nel concetto di metamorfosi, trasformazione, egli intende il divenire dell’universo, l’evoluzione della storia umana (il cosmo si è formato e continua a esistere grazie al caos che è rappresentato dalla metamorfosi). Le metamorfosi si rivolgono a un pubblico di lettori colti capaci di cogliere i riferimenti letterari che spaziano da Omero agli elegiaci latini. Inoltre tramite continue allusioni Ovidio si crea uno schermo ironico fra l’autore stesso e la sua poesia. I fasti sono invece un’opera celebrativa: in distici elegiaci in cui Ovidio voleva compilare un calendario delle feste e delle ricorrenze dell’anno romano: rimase incompiuta al VI libro a causa dell’allontanamento. Nei Fasti Ovidio compie un’operazione callimachea di ricerca antiquaria (gusto per l’antico) ed eziologia (ricerca dell’origine delle cose): tramite il modello callimacheo non si limita a registrare notizie, ma le interpreta e le commenta talvolta ironizzando su vecchie credenze.
3. Le opere dell’esilio: tra il 9 e il 17 d.C. la produzione non si arrestò ma continuò in una direzione diversa: abituato al successo e ritrovatosi in mezzo a terre barbare e deserte scrisse per se stesso componendo poemi senza il fine di essere letti e di ottenere successo: ritornò all’elegia con i 5 libri dei Tristia e con i 4 delle Epistulae ex Ponto nelle quali chiede anche di essere riammesso a Roma.
Con Ovidio l’elegia romana raggiunge la sua maturità ed entra nella fase discendente: il fatto che, a differenza di Tibullo e Properzio, si occupò di generi diversi indica che la vita elegiaca, concentrata sull’amore e sulla poesia per una sola donna, è un ideale insufficiente. Anche negli Amores il poeta si presenta come uomo intento a una poesia più elevata rispetto all’elegia, abbracciata solo momentaneamente. Ovidio non accettò però fino in fondo le convenzioni dell’elegia: i drammi caratteristici di Properzio e Tibullo diventano un lusus, un gioco letterario; i modelli che Ovidio richiama, fingendo di imitarli, vengono spesso svuotati in modo spiritoso e anti conformista. Corinna, la donna amata, non è più figura centrale intorno a cui ruotano le elegie ma diventa una sorta di etichetta posta su situazioni che potrebbero appartenere a donne diverse. Anche il mito diventa elemento decorativo: se in Properzio aveva funzione nobilitante, in Ovidio è quasi un teatro dove le figure divine ripetono copioni molto umani di amori, litigi ecc.. Ovidio appartenendo a una nuova epoca trova il centro della sua esistenza nel fare poesia: da ciò deriva un compiacimento della propria abilità poetica. Lo stile di Ovidio dipende dalla sua concezione di poesia: egli non crede che la poesia debba rappresentare la realtà ma considera oggetto della poesia la dimensione letteraria alludendo a modelli e facendoli rivivere: il lusus diventa gioco culturale, spiritoso. A Ovidio corrisponde anche una forma del verso tra le più perfette tra gli elegiaci: porta il distico latino al vertice della perfezione tecnica, utilizzando retorica della quale è maestro: il rischio è che talvolta il verso risulta poco enfatico, teso oltre misura.

TESTI

Tibullo:
I 1, 53-58: Te bellare decet terra, Messalla, marique…
Definisce il mondo elegiaco in contrapposizione a quello delle armi. Precisa quindi in forma negativa quello che l’elegia non è: non è guerra, non è avidità di bottino, non è carrierismo. Tibullo delinea poi il campo proprio dell’elegia, ovvero la dimensione dell’amore, che per Tibullo è un amore da vivere nell’isolamento afreste. La realizzazione letteraria per questa contrapposizione di ideali è l’antitesi. Tema della porta che rimane chiusa al poeta: il poeta è schiavo portinaio (ianitor da iano, porta, Giano dio). Definisce anche la nequitia: segnis iners: pigro e inrte.

I 2, 1-24: Versa ancora vino schietto e col vino caccia i recenti dolori…
Propone una situazione classica: il poeta rimane fuori dalla porta, in strada, quando la donna è vicina ma irraggiungibile. Questo tema era già usato negli epigrammi alessandrini e da Catullo. Richiama le odi 2.9/0.38/2.11 di Orazio per i piaceri quotidiani e per i tentativi di evasione. Il padrone intrattabile potrebbe essere in denaro.

Properzio:
I 1, 1-18: Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis..
Properzio parla di un’esperienza amorosa personale, con cui presenta la sua condizione di servus amoris nei confronti di una domina. Properzio la definisce furore, passione folle e disperata. Si tratta di un’esperienza assoluta che assorbe completamente l’innamorato ponendolo al di fuori del mondo, in balia dell’amore. Properzio si lega anche ai canoni della poesia docta, ricca di raffinata cultura, dove il mito assume funzione rilevante.

I 15: Spesso temevo per la tua incostanza dolorosi travagli…
Cinzia si mostra, in un momento di pericolo del poeta, indifferente: una miscela di levitas (incostanza volubile) e di perfidia (propensione a dimenticare e tradire giuramenti). È sempre presente il mito per elevare le vicende dell’esperienza, e l’allusione carica di cultura.

III 25: Risus eram positis inter convivia mensis…
Ultima elegia del III libro contiene il congedo di Cinzia e della poesia amorosa. Si può suddividere in 3 parti: versi 1-6 (risus-soles) dove c’è una presa di coscienza delle umiliazioni passate e del presente (tempi passato e presente); versi 7-10 (Flebo-manu) dove c’è l’addio e il congedo (presente e congiuntivo esortativo); versi 11-18(at te-tuae) dove ci sono presagi e maledizioni (futuro, congiuntivi esortativi, imperativo). Vieni prima riscoperto il tema del servitium, visto come rimpianto per tanti anni di servitù spesi invano. Ora è il tempo del discidium: il poeta guarda alla sua condizione di servo e alle enormi umiliazioni subite. Per questi motivi e perché la rottura è provocata dall’infedeltà di Cinzia, il poeta da prima predizioni sul futuro di Cinzia che diventano poi vere e proprie maledizioni. L’invecchiamento, trattato dagli autori ellenistici con ironia, assume qui un tono drammatico.

Ovidio:
Amores I 9, 1-8: Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido…
Ovidio affianca all’alternativa Tibulliana armi-amori una nuova prospettiva unendo paradossalmente i due termini, armi e amore. Si tratta di una metafora nella quale trasporta tutti i termini del lessico militare nell’ambito amoroso – erotico.

Amores I 9, 31-46: perciò chiunque chiamava l’amore vita d’inerzia..
Analizza gli amori degli eroi guerrieri e non le loro imprese belliche. Opera un trasferimento di significato dal campo morale a quello fisico. L’inerzia morale, la lontananza dal mondo politico, presentata da Tibullo, Catullo e Properzio, viene resa come un inerzia fisica, non funzionale all’amore che necessità di uomini attivi (fisicamente). Ovidio quindi si distanzia e si differenzia dalle precedenti elegie, divertendosi con questo gioco letterario.

Amorosi III 2.49-50: Plaude tuo Marti, miles: nos odimus arma…
Esprime l’antitesi tra epica e elegia e le due alternative di vita, l’integrazione nel sistema e l’amore. Traccia poi aree contrapposte, guerra e pace. E l’amore si può sviluppare solo nel mezzo della pace.

Ars Amatoria I 135-164: E non dimenticare le corse dei cavalli di razza…
E’ una vera e propria guida alla seduzione al Circo in questo caso. In questa scena si colgono le qualità dell’opera: delicato erotismo, ironia e grande capacità di realizzazione visiva.

Metamorfosi I 1-4: In nova fert animus mutatas dicere forma scorpora.
L’ironia di Ovidio si vede sin dal prologo delle metamorfosi: se nelle opere meno impegnate quali gli Amores e l’ars amatoria Ovidio ha dedicato un ampio spazio al prologo, qui il prologo è brevissimo, di soli 4 versi. In questi però il lettore capisce il contenuto (metamorfosi), l’intelaiatura del divenire (origine del mondo fino ai tempi recenti). Inoltre Ovidio distingue questo poema dalle precedenti elegie definendolo perpetuum carmen.

Metamorfosi I 543-564: Per il venir mento delle forze ella impallidì, e vinta dalla fatica…

La prima metamorfosi narrata riguarda la vicenda di Apollo e Dafne: Apollo ama la ninfa e la insegue ed ella, sentendosi mancare le forze, chiede al fiume, suo padre, di essere trasformata per sfuggire al Dio. Si trasforma così in pianta. La metamorfosi si intreccia con la storia d’amore. Si nota anche il carattere eziologico che spiega l’origine del nome alloro. Ciò che colpisce inoltre è la tecnica visiva di Ovidio che illustra la trasformazione da essere umano a pianta.

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