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Letteratura Latina - Dinastia Giulio-Claudia

Il contesto storico della dinastia giulio-claudia

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Dinastia Giulio-Claudia, contesto storico
Il contesto storico e culturale del primo secolo dell’Impero:
tradizionalmente l’età imperiale ha inizio nel 14 d.C., l’anno della morte di Augusto. A costituire lo spartiacque tra età augustea e imperiale possono servire due elementi:
1. L’epigonismo: ovvero la sensazione di vivere e di agire dopo la conclusione di una grande epoca alla quale si attribuisce il raggiungimento di vertici ormai insuperabili: non resta che ammirare quanto è stato prodotto e poi si cerca di procedere, se possibile, sulle orme di questi modelli.
2. Nuovo rapporto tra il potere e la cultura: dopo la parentesi augustea, caratterizzata anche da Mecenate, in cui si era conosciuto un sostanziale equilibrio tra esigenze propagandistiche e autonomia della letteratura, con l’eclissi politica di quest’ultimo intorno al 20 a.C. la nuova organizzazione monarchica esigeva un controllo più diretto sulla vita pubblica e sulla cultura, limitando di fatto l’autonomia letteraria.
Questo consolidamento del potere imperiale rendeva inevitabile sul piano politico lo scontro del princeps con la tradizione fondata sui valori dell’antica repubblica. Con imperatori quali Tiberio, Nerone e Domiziano, decisi a imporre una concezione forte del principato, sentito ora come una monarchia di tipo ellenistico, lo scontro tra principe e élite senatoria finì per assumere il carattere di una vera persecuzione. Per quanto riguarda la letteratura una concezione così assolutistica del potere comportò una dipendenza diretta del poeta dal principe: si imponevano così per lo scritto l’omaggio esplicito e nasceva anche l’opera di censura.

La dinastia giulio-claudia (14-68 d.C)
Nell’ultimo periodo di vita di Augusto sorsero diversi problemi di tipo militare e sociale, come la dilagante immoralità che toccava anche a membri della famiglia imperiale, anche se è da sottolineare come molte di queste accuse di immoralità fossero strumenti della lotta per la successione. In questo periodo fu anche esiliato Ovidio nell’8 d.C. Augusto morì nel 14 d.C. Tiberio assunse il potere con riluttanza poiché consapevole delle difficoltà che doveva affrontare in particolare l’opposizione del senato che vedeva nell’imperatore un freno alle proprie ambizioni oligarchiche e la crescente popolarità di Germanico che Augusto aveva imposto come successore a Tiberio, e che aveva dalla sua il favore di una parte dell’aristocrazia e dell’ambiente militare. Tiberio credette di poter continuare la linea di equilibrio impressa allo stato di Augusto, ma non ne aveva il carisma, né riuscì a organizzare un consenso simile a quello del suo predecessore. Negli ultimi anni Tiberio si ritirò e mise il potere in mano a Seiano, prefetto del pretorio, esautorato e ucciso poco dopo dallo stesso Tiberio. In questo clima si unì il suicidio di Cremuzio Cordo (25 d.C.) autore di un’opera storica controcorrente, che parlava della storia recente con spirito indipendente. Anche se Tacito ci offre il punto di vista dell’opposizione senatoria non tutte le voci del tempo furono avverse a Tiberio e Seiano. Favorevole a questi fu Velleio Patercolo, che si dedicò alla carriera militare e apprezzò di Tiberio proprio le qualità militari. La simpatia per Tiberio derivava anche dal fatto che Velleio apparteneva all’ordine equestre, favorita dal principato, al contrario del senato. Velleio scrisse una Historia Romana in due libri che costituiscono una sorta di compendio dalla guerra di Troia fino a Tiberio: questa è un vero e proprio manuale fornito all’amico ex console Vinicio. Sia Augusto che Tiberio perseguirono una riforma dei costumi per tornare al mos maiorum, attuabile non tanto con leggi e riforme, ma con forme di persuasione quali gli exempla, molto diffusi nella cultura latina. Valerio Massimo (I sec d.C.) compilò una serie di estratti da opere storiche e li ordinò in 94 rubriche, intitolate a vizi o virtù; si tratta del Dictorum et factotum memorabilium libri novem, opera dedicata a Tiberio nella quale non va cercata una valutazione storica ma piuttosto vi si trova la semplificazione delle figure della storia alla sola dimensione morale. Quando Tiberio morì, il suo successore fu Caligola: come per tutti i Giulio-Claudi, egli si presentò all’inizio del suo governo in modo prudente, promuovendo una pacificazione generale ma poi si tramutò, per la morte della sua diletta o per una malattia, in un tiranno dalle inclinazione folli. Egli tentò di dar vita a un assolutismo di tipo orientale sconosciuto fino ad allora a Roma. Dopo numerose congiure ordite anche dai suoi famigliari, una ebbe successo e salì al potere Claudio, considerato infermo di corpo e di mente, ma il suo comportamento, grazie al sistema amministrativo escogitato da Augusto che continuava a funzionare, non influenzò le istituzioni. Il governo di Claudio dimostrò una certa avvedutezza: egli condanno gli uccisori di Caligola solo perché servisse da esempio, ricompensò i pretoriani che lo avevano eletto, ampliò il porto di Ostia, costruì un nuovo acquedotto, bonificò diverse zone, sostituì i governatori delle province, che spesso diffidavano dalle sue direttive, con i suoi liberti e conquistò la parte sud della Britannia. Fu però rovinato dalle donne che sposò: dapprima Messalina che venne soppressa dopo che tentò di far incoronare il suo amante, e in seguito Agrippina, che lo convinse a nominare suo successore il figlio avuto da un precedente rapporto, Nerone, e infine lo avvelenò. Quando la madre lo pose sul trono Nerone aveva 17 anni. Finche egli non iniziò a governare autonomamente furono la madre Agrippina, Seneca (richiamato dall’esilio aprendo così spiragli col senato di cui era rappresentate) e Burro (prefetto del pretorio che garantiva il sostegno militare) ad avere la gestione dell’impero e per questo i primi 5 anni del principato di Nerone furono considerati aurei. Nerone intorno al 60 prese in mano le redini del potere, ripudiò la moglie e uccise la madre, e iniziò una serie di riforme che andavano incontro all’esigenze delle province e dei ceti meno abbienti ma che erano completamente improvvisate. A questo si accompagnava una repressione politica rivolta ai membri dell’aristocrazia senatoria vittime di una rivoluzione culturale nella quale Nerone proponeva il culto della personalità e si fece sostenitore di ideali ellenizzanti e orientaleggianti che finirono per contrapporlo a una nobiltà ancora legata al mos maiorum. Nel 62 Seneca venne allontanato dal potere e Nerone ebbe mano libera. Nel 64 avvenne il grande incendio di Roma, appiccato probabilmente da Nerone stesso per ampliare la sua domus aurea. Egli scaricò la colpa sui cristiani ma la sua fama calò tra il popolo che lo aveva sostenuto. L’opposizione militare e nobiliare portò alle prime congiure tra cui quella di Pisone e di Viniciano che, entrambe scoperte, portarono alle condanne di diversi innocenti tra cui Lucano, Seneca e Petronio. Una rivolta contro Nerone partita dal governatore della Gallia trovò l’adesione in molti generali e l’imperatore, abbandonato anche dai pretoriani, si uccise. Fu eletto imperatore Galba, ex senatore.
Simbolo dell’impegno politico fu Lucano: figlio di un fratello di Seneca nacque a Cordova nel 39 d.C. ma giunse presto a Roma; fu dapprima amico personale di Nerone e compose un vasto poema epico, la Pharsalia o Bellum civile (poema epico diviso in 10 libri, incompiuto, allude alla battaglia di Farsalo che nel 48 a.C. concluse la guerra civile tra Cesare e Pompeo), che trattava della guerra civile tra Cesare e Pompeo e ne pubblicò i primi 3 libri. Probabilmente l’invidia per la sua capacità poetica o forse il fatto che nel suo poema si manifestasse la nostalgia per l’antica repubblica, lo resero inviso a Nerone che gli impose il silenzio. A un certo punto egli passò anche all’opposizione politica diventando sostenitore della congiura di Pisone che, sventata, lo fece condannare: egli si tolse la vita nel 65 a 26 anni e la Pharsalia rimaneva incompiuta. La Pharsalia ha un argomento epico ma ormai lontano da quello mitico: Lucano esclude completamente il mito e la leggenda per fare un poema rigorosamente storico e, mentre l’epica romana esaltava e celebrava la gloria di Roma, Lucano mette in rilevo la negatività dei suoi personaggi e insiste sulla dissoluzione dei valori che avevano fatto grande Roma.
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