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Orazio, Carme I,11 Carpe diem

Non chiedere, o Leuconoe, quale destino gli dei ci abbiano assegnato, e non fare calcoli astrologici per conoscere il futuro. Molto meglio è accettare serenamente quello che verrà.
Sia che Giove abbia destinato a noi molti anni, sia che questo che stiamo vivendo sarà l’ultimo, sii ragionevole, mesci il vino e non concepire lunghe speranze.
Cogli l’attimo fuggente, fidando il meno possibile nel domani.
E’ l’ode più conosciuta del Canzoniere oraziano.
Alla sua notorietà ha contribuito non tanto il valore estetico, che pure è notevole, quanto la presenza dell’espressione carpe diem, un’espressione che a ragione si può definire la più famosa e allo stesso tempo la più fraintesa della letteratura di tutti i tempi.
Per i motivi espressi, il carme si può accostare all’ode I,9, della quale presenta gli stessi elementi strutturali.

Vi è infatti il medesimo ricorso al “tu” dialettico: l’interlocutore di turno è qui una donna, Leuconoe, legata affettivamente al poeta, presentata nella veste della ragazza sinceramente devota, al punto che si preoccupa prima del destino di Orazio e poi del suo, ma anche ingenua e credulona con la sua mania di consultare gli astri per conoscere il futuro.
Anche qui lo sfondo della riflessione lirica del poeta è rappresentato da un paesaggio invernale, un mare in tempesta che “si debilita” nello scontro con gli scogli che gli resistono.
E il paesaggio presenta la stessa connotazione psicologica, se è vero che gli anni sono metaforicamente chiamati hiemes e l’usura della vita è simboleggiata dal debilitarsi del mare sugli scogli.

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