Le Bucoliche

Il nome “Bucoliche” deriva da “boukòlos”, ovvero pastore; tradotto letteralmente il titolo starebbe a significare “le cose relative ai pastori”, versi pastorali che in un secondo momento vennero definiti “egloghe” (la parola ecloga deriva da “eklègein”, ovvero “scegliere”), componimenti scelti, isolati, divisi l’uno dall’altro.
Il genere bucolico non fu invenzione di Virgilio: infatti, già nella letteratura greca, Stesicoro aveva cantato l’amore infelice di Dafni, ambientando la vicenda in un paesaggio pastorale e legando tra loro campagna e tematica amorosa. Tuttavia, il genere bucolico greco raggiunse il suo apice con Teocrito, vissuto nella prima metà del III secolo: egli scrisse gli “Idilli”, letteralmente “quadretti”, scenette non del tutto pastorali, con ambientazioni campagnole, cittadine e con la presenza di personaggi epici e non.

Il paesaggio degli Idilli di Teocrito è la Sicilia, vista nel suo fulgore dei campi e della vegetazione; i personaggi sono uomini e donne, personaggi concreti e non idealizzati. Lo stile è adeguato alle varie situazioni.
In Virgilio, invece, tutto ciò rimane solo in parte: la campagna non è più caratterizzata da colori forti e vivaci ma diventa una campagna dai colori tenui e sfumati, ricca di nebbie e di ombre.
Notiamo, da parte di Virgilio, un atteggiamento ironico nei riguardi di questi pastori: egli, infatti, li guarda quasi con un senso di superiorità, facendo trasparire il fatto che, dopotutto, la vita di campagna non lo coinvolge poi più di tanto.
Virgilio dedica quindi un’intera opera alla campagna: i pastori sono ora oggetti e soggetti della poesia stessa e l’autore si limita, quindi, a riportare per iscritto i canti di questi personaggi.
Per quanto riguarda la struttura dell’opera, questa è simile, simmetrica a quella dell’opera di Teocrito: infatti l’uno scrive dieci egloghe, l’altro dieci idilli.
Possiamo notare che le varie egloghe sono collegate tra loro a due a due per tematica, non in modo consecutivo: la prima è collegata alla nona (guerre civili), la seconda all’ottava (monologhi amorosi), la terza alla settima (tenzoni poetiche), la quarta alla sesta (egloghe meno pastorali: la quarta ha al centro la nascita di un puer scambiata con la nascita di Cristo; nella sesta abbiamo un’ampia visione cosmologica fatta da Sileno).

Confronto tra Virgilio e Teocrito

Nell’opera di Teocrito troviamo una maggiore varietà di temi: viene presentato anche il mondo della città ed abbiamo una serie di poesie celebrative di alcuni luoghi di ambientazione siciliana o greca. Anche Virgilio, sotto questo punto di vista, spazia: egli, infatti, ci racconta sia di paesaggi Italici sia di paesaggi prettamente Arcadici. Arcadia, da sempre, era stata rappresentata come una terra eterea e indefinita, luogo dove i pastori vivevano tranquilli e potevano incontrare gli dèi, primo tra tutti il dio Pan ed altre divinità agresti e dei boschi. Ma quella di Virgilio, è una Arcadia diversa, è una terra dove tutti i giorni giungono notizie di campi sottratti e di persone in disgrazia, è una Arcadia non più terra di sogno, ma una terra dove esistono realmente i problemi, una terra adatta, quindi, per riflettere (traccia dell’educazione epicurea ricevuta da Virgilio e delle sue vicende personali).
Teocrito nel descriverci i suoi “quadretti”, ci descrive paesaggi raffinati e precisi attraverso tutta la sua arte, ma non attraverso una partecipazione attiva. Con Virgilio, invece, questo distacco scompare ed abbiamo che il poeta si immerge nel dramma dei suoi personaggi. Teocrito, dunque, era più realistico, mentre in Virgilio il mito campestre diventa poesia soggettiva: la campagna è specchio di sentimenti come gioia e malinconia.
Virgilio fa intuire il rapporto che sussiste tra i suoi personaggi ed i paesaggi che li circonda: abbiamo una antitesi tra la pace del paesaggio e la guerra che si svolge al suo interno, all’interno dell’animo delle persone.

Il mondo descritto da Virgilio è metafora della visione della vita dell’intera umanità: abbiamo una Arcadia che è terra di tutti gli uomini, un terra piena di scontri e contraddizioni, una terra dove i pastori diventano rappresentanti dell’umanità intera.
Rispetto a Teocrito, abbiamo in Virgilio dei nuovi temi: innanzitutto, il tema delle guerre civili e delle conseguenze che da esse scaturiscono, come, per esempio, l’esproprio dei campi; l’altro è il tema dell’aspirazione ad una vita serena e vicina alla natura, dove l’uomo sia in sintonia con gli animali. La gioia ed il dolore degli uomini vengono dunque riflessi negli animali, con l’instaurarsi di una armonia tra uomini ed animali che soffrono allo stesso modo. Altro tema fondamentale è quello della malinconia: i pastori non sono reali ma sono idealizzati ed incarnano l’ideale del poeta. C'è una aspirazione ad un mondo di pace e, d’altro canto, la constatazione che tale mondo di pace non può esistere a causa dell’odio e dell’ingiustizia presenti nella nostra realtà. E’ costante questa coppia di antitesi tra desiderio e verità, tra gioia e dolore, tra amore e sofferenza, tra vita e morte, una antitesi che ci trasmette proprio questa sensazione di malinconia che, non a caso, troviamo alla fine di ben sei egloghe, attraverso la metafora del giungere della sera.
Abbiamo in Virgilio l’esaltazione della poesia e del canto: la poesia è espressione di libertà, della personalità interiore, è un mezzo per placare le passioni attraverso l’armonia: la pace dell’ambiente dà pace all’anima.

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