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Macchine spettacolari e fantastiche
(Anonimo, De rebus bellicis 17)

Analisi del testo

Oltre a catapulte e baliste, non furono molte le macchine da guerra usate dai romani. Le descrive il tardo e anonimo autore del trattato De rebus bellicis("Le cose della guerra"), vissuto nel IV secolo d.C., nelle cui succinte pagine sfilano per lo più macchine che sviluppano applicazioni più o meno semplici: balliste, carri falcati(cioè corredati di lame che amputavano tutte le membra umane che incontravano sulla loro strada), ponti di otri(su cui attraversare fiumi)ecc.
Accanto a queste macchine ne compare qualcuna decisamente curiosa, come la liburna spinta da ruote a pale mosse dalla forza di buoi. Si esclude che una nave simile potesse essere realizzata: ipotizzando la forza motrice fornita da tre coppie di buoi, bisogna prevedere uno spazio di almeno tre metri di diametro per il movimento di ogni coppia, il che avrebbe comportato una lunghezza non inferiore a 12-13 metri, per la quale la forza di sei buoi sarebbe stata insufficiente.

Non per questo, però, si deve concludere che si trattasse di un progetto insensato. In primo luogo perché, come ha osservato Andrea Giardina, <<il macchinismo fantastico è sempre stato parte non secondaria del pensiero relativo alle tecniche fino e oltre le soglie dell’età contemporanea>>
D’altre parte, a differenza dei mezzi di lavoro, la macchina bellica aveva soprattutto lo scopo di suggestionare e di terrorizzare, di diffondere un’ostentazione di forza e di progresso tanto più efficaci quanto meno visibili alla luce del sole.

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