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Publio Terenzio Afro

Su Terenzio, a differenza di Plauto, abbiamo molte notizie biografiche. Esaminando il suo cognome Afer, cioè ‘Africano’, comprendiamo che era originario di Cartagine; infatti i Romani indicavano con il termine Afer tutti i popoli dell’Africa settentrionale. Era uno schiavo e per questo prese il suo nome dal padrone Terenzio Luciano che lo emancipò. Incerta la nascita, forse nel 195 a.C.. Lo storico Fenestella sosteneva che Terenzio non fosse stato schiavo, ma noi oggi riteniamo sia stato portato come schiavo a Roma. Il suo padrone lo fece educare e poi lo liberò, notando la sua intelligenza. In seguito al suo avvicinamento agli Scipioni, Terenzio ricevette varie accuse e, probabilmente perché molte volte passava da ‘raccomandato dagli Scipioni’, non rientrò neanche nel Collegium scribarum Histriorumque. Avendo il desiderio di visitare di persona gli ambienti greci, intraprese un viaggio che divenne fatale.

L’autore fu accusato di essere il prestanome degli Scipioni. Le accuse che lui riceve lo portano a dar vita ad un’innovazione: quella del prologo in cui si difendeva da esse, dicendo che tutte le colpe, in realtà, erano frutto di lode poiché era accompagnato da persone importanti.

Nel suo teatro appaiono elementi di carattere statario, contro l’aspetto plautino. Terenzio era sicuro delle sue idee e del suo ruolo di pedagogo e innovatore. Infatti, come aveva fatto Ennio, introduce aspetti pedagogici che portarono al confronto due modelli educativi: quello di Catone, la trasmissione del sapere posto al servizio del vir bonus (esperto nel dire), e quello di Terenzio, modello umanistico con il fine di definire il valore dell’homo, considerando la "paideia" (educazione greca) e l’umanitas (insieme dei valori umani) che emerge con la celebre frase ‘Sono un uomo. Nulla di ciò che è umano mi è estraneo’.

Richiama nelle sue commedie il ‘prologo’: elemento indispensabile per Plauto grazie al quale introduceva i personaggi, i luoghi e gli antefatti. Terenzio invece lo usa per rispondere, non provocare, alle critiche degli avversari. (Egli dice di ‘perder tempo nel scrivere i prologhi’) Il solito antagonista è identificato come ‘malevolus vetus poeta’ (vecchio poeta malevolo) senza mai nominarlo. Uno storico lo identifica in Luscio Lanuvino, commediografo di cui conosciamo solo due commedie, portavoce del collegium. Dai prologhi ricaviamo le quattro accuse principali da cui Terenzio deve difendersi:
Contaminatio: innesto tra brani di una commedia greca su un’altra commedia principale col significato di ‘rovinarla’. Accusa: è una vergogna contaminar commedie.

• Furtum: comporre una commedia prendendone una già utilizzata era considerato un furtum = plagio. È anche accusato di copiare due personaggi di Plauto e Nevio al quale il poeta porge le scuse.
• Stile: contrariamente a Plauto lui sceglie la commedia stataria = l’azione e i personaggi sono calmi, senza tanti colpi di scena. Paragonabile alla moderna sit-com in cui, per ogni puntata, l’ambiente e i personaggi non cambiano.
• Prestanome: accusa respinta dal poeta.

Ci sono giunte integralmente solo 6 commedie. Dopo il titolo c’era la didascalia contenente la data della prima rappresentazione, i nomi degli attori, di chi commissionava e del flautista. Segue l’argumentum (sommario) che riassumeva la trama.

Quattro commedie sono tratte da Menandro e due da Apollodoro; tutte mantengono i titoli greci.
Le trame si rifanno a quelle comuni, ossia l’amore di un giovane per un fanciulla e il superamento degli ostacoli per arrivare al matrimonio finale. In Terenzio, però, come abbiamo detto, mancano le complicazioni e i colpi di scena poiché la commedia è stataria.

L’autore dà poca importanza alle figure del servo e anche della donna (solitamente presenti ma mute) poiché approfondisce i caratteri del figlio che deve conquistare il volere del senex. Pertanto nasce un rapporto educativo tra padre e figlio difficile, complicato, ma risolvibile.

Quindi, quali sono gli elementi di innovazione in Terenzio? Sicuramente è il prologo, che dall’interno è spostato all’inizio della commedia; la contaminatio con un possibile raddoppiamento dell’intreccio; l’ampliamento musicale.

Lo scopo terenziano era quello di portare i cittadini romani nell’universo greco attraverso la scena (Atene) anche se la lingua è il latino. Novità importante è l’introduzione di un liberto in una commedia che, come molti pensano, rappresenta lo stesso autore, posto nella commedia a firma della stessa.

La lingua è quella media, quotidiana senza neologismi o arcaismi: il sermo urbanus scorrevole e dotato di intelligenza. Lo stile è discorsivo, uniforme e ricco di figure retoriche.

Per quanto riguarda il realismo di Terenzio, notiamo come lo spettatore è invitato ad identificarsi in questo gioco in cui il reale è trasfigurato. Infatti, si parla di ‘aspetto borghese’ poiché il tono usato è quello medio tra plebei e patrizi e le vicende sono piuttosto quotidiane, dal momento che vogliono comunque allontanarsi dalla realtà. Mentre Plauto porta la realtà, Terenzio si separa dalla realtà anche se comunque ci possono essere elementi reali o storici. Dà voce a tutti i personaggi perché son degni di essere considerati senza luogo e senza tempo.

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