Ominide 50 punti

Publio Terenzio
(166 a.C.–159 a.C.)

Vita:
La prima commedia di Terenzio fu rappresentata nel 166 a.C., vent’anni dopo la morte di Plauto. Roma ha appena conquistato l’intera Grecia, fase decisiva del processo di espansione nel Mediterraneo. Possediamo una biografia dell’autore scritta da Svetonio, ma in ogni modo troviamo anche qui dati insicuri e contrastanti. Nacque in Africa, a Cartagine, e venne a Roma come schiavo di un senatore che lo fece istruire come uomo libero e poi lo affrancò.
Ebbe come amici e protettori molti uomini illustri come gaio Lelio e Scipione l’Africano, e secondo alcune dicerie questi sarebbero i veri autori delle sue commedie: cosa che però è stata smentita dall’improbabilità della cosa, in quanto l’ideale di humanitas espresso da Terenzio non fu un’emanazione del Circolo degli Scipioni. Con i suoi amici ricchi, famosi politicamente o socialmente, ha in comune le idee di ampie vedute e vorrebbe adeguare la cultura ai nuovi tempi attraversi gli scritti.

Opere:
Scrisse sei commedie, conservate e di cui conserviamo la data di rappresentazione (dal 166 al 160 a.C.):l’Andria (la ragazza di Andro) che fu accolta favorevolmente; l’Hecyra (la suocera) che fu un fiasco; l’Heautontimorumenos (il punitore di se stesso) del 163 a.C., riutilizzato poi da Gozzano; l’Eunuchus (l’eunuco)che fu il suo più grande successo del 161 a.C.; e il Phormio (Formione).
In occasione delle ludi funebri di Lucio Emilio Paolo, figlio di Scipione Emiliano, fu rappresentata l’ultima opera scritta del poeta, gli Adelphoe (i fratelli), e fu ripresa l’Hecyra con esito nuovamente infelice (solo poi nei ludi Romani dello stesso anno venne apprezzata).Poco dopo Terenzio partì definitivamente per la Grecia e poi per l’Asia Minore dove morì nel 159 a.C. ( quasi 25 anni) per cause incerte.

Rapporti con i modelli greci:
Conosciamo i titoli e gli autori dei modelli di tutte le opere di Terenzio, che però non si sono conservati: quattro sono attribuite a Menandro, mentre due (Hecyra e Phormio) e un commediografo greco seguace di Menandro.
Le sue commedie tengono maggiore fedeltà agli originali greci rispetto a Plauto e il pubblico romano era più preparato a capire i testi greci portati in latino senza modifiche. I titoli, infatti, sono costituiti da parole greche traslitterate ad eccezione di Phormio. Terenzio adottò la tecnica della “contaminazione”, cioè dell’inserzione, in una commedia derivata da un determinato modello principale, di una o più scene tratte da un testo greco (ad esempio contaminò alcune opere di Menandro con parti o personaggi tratti da altre commedie dello stesso autore o altri). Non ci sono per lo più quasi per nulla pezzi cantati (cantica), scritti in metri lirici; e nemmeno il prologo espositivo. In Terenzio i prologhi non contengono l’esposizione dell’antefatto e l’esposizione degli eventi successivi dell’azione e del suo scioglimento. L’autore usa il prologo per esporre il suo modo di fare poesia e risponder alle critiche che gli rivolgevano.

Per la lingua e lo stile si distacca molto da Plauto: tende a riprodurre il linguaggio della conversazione ordinaria e sceglie un livello medio (purismo lessicale, sobrietà e misura); ci sono pochissimi giochi di parole e la parodia e del linguaggio tragico viene eliminata; riduce molto i tratti buffoneschi e farseschi e i modi troppo popolari e volgari (umorismo amabile, sorridente e sottile). Esso fu apprezzato per l’accurata selezione del materiale linguistico: divenne modello di Latinitas (linguaggio semplice, naturale e corretto). Lo stile Terenziano possedeva calore e vivacità, specialmente nei “monologhi patetici”, quando sottolinea la psicologia dei personaggi in preda a dolorosi conflitti interiori: esprime i sentimenti e le emozioni dei protagonisti, ma anche il coinvolgimento e l’immedesimazione del commediografo (sympathia).

Le commedie:
Le commedie hanno tutte al centro della vicenda una o più storie d’amore ostacolate che, dopo una serie di peripezia, si realizzano felicemente; si ritrovano i soliti personaggi (senes, adulescentes, schiavi, cortigiane, parassiti,…) e i soliti stereotipi (equivoci, inganni, riconoscimenti.

ANDRIA: il giovane Panfilo, aiutato dal servo davo, ama Glicerio, una ragazza dell’isola di Andro, che vive presso una cortigiana. Il padre di Panfilo vuole che sposi Filomena, una vicina di casa, amata da un amico di Panfilo. Il riconoscimento scioglierà i nodi dell’intricata vicenda: Glicerio, che nel frattempo ha dato alla luce un bimbo, si scopre figlia di Cremete, padre anche di Filomena, e può sposare Panfilo, mentre Filomena andrà in sposa all’amato, amico di Panfilo.

* EAUTONTIMORUMENOS: Menedemo conduce una vita di privazioni e fatiche per punirsi di aver ostacolatoli il figlio Clinia nell’amore per una ragazza povera, causandone l’arruolamento a soldato. Clinia torna all’insaputa del padre ed è ospitato da un amico, innamorato di una cortigiana. Dopo una serie di equivoci la vicenda si scioglie grazia al riconoscimento: la fanciulla amata da Clinia si riconosce sorella dell’amico; ci sarà un doppio matrimonio perché l’amico sposerà una ragazza di buona famiglia.

* ADELPHOE: Demea e Micione hanno allevato i loro figli secondo sistemi educativi opposti. Demea, padre autoritario e burbero, è odiato e temuto dal figlio, innamorato di una cortigiana che riesce a conquistare grazia all’aiuto del fratello (allevato da Micione). Micione, padre affettuoso e comprensivo, scopre che il figlio ha una relazione con una ragazza povera, ma lo perdona volentieri, e alla fine questo sposerà l’amata. Alla fine Demea sembra convertirsi ai metodi del fratello, ma in realtà si dimostra compiacente e generoso a spese di Micione che, per quieto vivere, acconsente a tutto.
Le prime tre commedie, il cui tema centrale è il rapporto padri e figli, presentano due adulescentes innamorati: si manifesta la tendenza ad arricchire e complicare gli intrecci.

* EUNUCHUS: Taide è contesa da un ricco soldato e dal giovane Fedria. Il soldato porta in dono all’amante una ragazza libera, Panfila, rapita da piccola dai pirati. Il fratello di Fedria con la complicità di un servo, si introduce in casa di Taide, fingendosi un eunuco, e seduce Panfila. Alla fine il fratello di Fedria sposerà Panfila, Taide resterà con Fedria e il ricco soldato, grazia alla mediazione di un parassita, otterrà un posto nella famiglia mantenendo tutti quanti.

* PHORMIO: due adulescentes, aiutati da uno schiavo e dall’astuto parassita Formione, riescono l’uno a conquistare una cortigiana, l’altro a sposare una ragazza senza dote che alla fine è riconosciuta di buona famiglia.
Nelle due commedie sono in primo piano gli inganni del servo e del parassita, mentre sono assenti l’impegno ideologico e pedagogico (simile alla comicità convenzionale). Gli intrecci sono congegnati con maggior cura (fondamentali il funzionamento e le svolte improvvise).
Nell’Hecyra non si ha una coppia di adulescentes ed è l’unica che si conclude con un matrimonio e con un’unione matrimoniale preesistente.
HECYRA: Panfilo, dopo una relazione con una cortigiana, ha sposato Filumena per ordine del padre. Al ritorno da un viaggio scopre che la moglie è tornata a casa dei genitori a causa della suocera (così credono il servo e il padre di Panfilo). In realtà Filumena sta per dare alla luce un figlio, frutto della violenza arrecatale da uno sconosciuto, prima del matrimonio. Panfilo decide di separarsi dalla moglie, ma la cortigiana permette di chiarire che il violentatore in realtà è lo stesso Panfilo.

Terenzio esige l’attenzione degli spettatori per l’intreccio complicato della trama e li fa partecipare ai sentimenti dei personaggi, li guida a scoprire la verità.
Alla fine si trova una morale: ad esempio nell’Hecyra è che i fatti smentiscono le attese, i sospetti si rivelano infondati, i presunti colpevoli non sono tali (infatti, la suocera è disposta a ritirarsi in campagna per non essere di ostacolo). Gli spettatori constatano che l’apparenza inganna, che anche chi riveste i ruoli più ingrati può essere migliore dell’immagine stereotipata comune.
Per favorire il coinvolgimento del pubblico Terenzio, pur mantenendo i procedimenti convenzionali (monologhi, a parte, origliamenti.) elimina le forme di rottura dell’illusione scenica. La commedia diventa una forma chiusa, che dà l’impressione di un mondo autonomo a sé stante, una realtà in cui entra lo spettatore, in questo modo la morale è rafforzata.

I personaggi e la morale:
La complessità degli intrecci consentono all’autore di delineare meglio i caratteri e l’interiorità dei singoli. Terenzio, pur continuando a utilizzare i tipi tradizionali tende a farne figure più credibili, con cui lo spettatore può identificarsi. I protagonisti non sono più i servi, ma vengono portati in primo piano padri e figli. Le sofferenze amorose sono rappresentate con simpatia e partecipazione. Quanto ai padri, pur mantenendo il ruolo di antagonisti, risultano disponibili al dialogo e al all’indulgenza. Padri e figli non sono nemici ma legati da affetto e rispetto reciproci; le difficoltà nascono dal passaggio dei figli dall’adolescenza all’età adulta, segnato dal matrimonio.
Il problema dell’educazione dei figli è affrontato nell’Adelphoe, che è indicata come il prototipo della commedia a tesi.
Secondo Terenzio è preferibile che i padri assumano verso i figli un atteggiamento meno severo, rigido e autoritario ma indulgente, comprensivo e affettuoso.
L’autore mostra un finale non troppo coerente e più conciliante perché la tesi andava contro i valori romani del mos maiorum e del patres familias.
Terenzio riflette la crisi del modello educativo patriarcale anche in altre opere, indicando come metà la solidarietà tra le generazioni e un’autorità paterna fondata sull’amore.
Il messaggio principale si può riassumere nell’amore e il rispetto per gli altri, nati dalla consapevolezza della comune vulnerabilità, debolezza e fallibilità: solo in questo modo l’uomo si realizza completamente. Un altro aspetto è la gentilezza e l’affabilità, la buona educazione, che sono il segno esteriore del rispetto reciproco (ad esempio alla fine dell’Hecyra la cortigiana e Panfilo si dimostrano molto cortesi l’una con l’altro nonostante le difficoltà).
Il modo di prospettare i rapporti sociali e interpersonali anche con i personaggi di origine più umile era nuovo a Roma, rispetto alle consuetudini e ai pregiudizi correnti.
Secondo Terenzio la realtà è troppo complessa per essere racchiusa in schemi rigidi e assoluti (questa ideologia viene espressa in particolare nell’Adelphoe, l’opera più impegnata dal punto di vista ideologico; l’opera è percorsa da una comicità vivace, basata sull’ironia e può considerarsi il capolavoro del poeta).

Rapporto padri-figli:
Il rapporto conflittuale costituisce uno dei temi principali della commedia teatrale. Ritroviamo due caratteri fondamentali: il vecchio austero e conservatore che basa la sua educazione sulla tradizione; e il figlio scapestrato che agisce seguendo i suoi istinti giovanili. Terenzio mette in scena conflitti e problemi che caratterizzano la vita familiare di ogni epoca.
Un padre in crisi (Heautontimorumenos vv. 81-168), può capitare che lo scontro non sia tra padri e figli ma tra due padri con metodi di educazione completamente differenti; questo dimostra le nuove problematiche familiari che nascevano a Roma nel periodo. Nell’opera troviamo il modello educativo “conservatore” di Menedemo e quello di Cremete più “progressista”. Quando parla Menedemo al figlio prevalgono termini come meum e ego per sottolineare la sua educazione più severa. Tutte le sue espressioni esprimono autorità, possesso e minaccia; mentre il figlio deve accettare passivamente. Nel testo Menedemo condivide il suo cruccio con Cremete; infatti, egli ha rimproverato severamente il figlio, poiché questi era innamorato di una ragazza di umili origini. Sostiene che lui quando era giovane era in guerra e non pensava ai piaceri, così il giovane si arruola come soldato in Asia all’insaputa del padre. Ora Menedemo se ne pente amaramente lascia tutti i suoi averi come punizione, sostenendo che li meritava di più il figlio che ora non c’è più. Cremete lo consola e gli dà alcuni saggi consigli.
Le rivendicazioni di un figlio (Heautontimorumenos vv. 213-222). Il figlio di Cremete si lamenta all’inizio del II atto. L’incomunicabilità nasce dal fatto che gli adulti, dimenticando tutto ciò che riguarda la loro giovinezza, trattano i figli come se fossero nati già vecchi. Così il giovane sostiene che lui con i suoi figli sarà diverso. In poche versi la figura di Cremete viene demolita: i suoi rimproveri sono inopportuni e inadeguati.
Non è così facile essere padre “progressista” (Heauton. vv. 915-934), nel V atto Cremete scoperto l’inganno minaccia di diseredare il figlio e Menedemo cerca di calmarlo ripetendogli le stesse parole che egli stesso gli aveva ripetuto tante volte sull’educazione dei figli. Cremete così si rivela com’è in realtà. Menedemo è, infatti, il progressista che cerca di riconoscere i suoi errori, mentre Cremete si preoccupa solo della figura che sta facendo davanti al vicino e della punizione che infliggerà al figlio.

L’uomo in ogni uomo:
Terenzio indaga “dentro” l’uomo, pone interrogativi sulle sue esigenze,e sull’autenticità del suo modo di vivere e di rapportarsi con gli altri.
Homo sum… (Heauton… vv. 53-80), Cremete, di fronte alla replica di Menedemo, si appella a principi filosofici per giustificare quella che il vicino giudica una violazione della sua privacy. Cremete si rivela sensibile e diverso dalla cultura arcaica latina. Cremete sostiene che il vicino si impegna troppo per la sua età e ai suoi mezzi, quando potrebbe far lavorare i suoi servi al posto suo e in quanto la sua terra è la più fertile della zona. Menedemo replica di farsi i fatti suoi e Cremete risponde che è un uomo e che tutto ciò che è umano lo riguarda. Deve semplicemente interpretare le sue parole come un consiglio.
Una suocera comprensiva (Hecyra vv. 577-606), La suocera parla con il figlio ringraziandolo per averla preferita alla moglie, ma in realtà lei non è la causa della fuga della moglie. Ora lei vuole ricompensarlo della fiducia, e decide di andare in campagna per non ostacolare il matrimonio del figlio. Chiede semplicemente al figlio che torno con la moglie in modo che non si pensi che la colpa sia tutta della suocera se la donna è fuggita, questo è il suo unico desiderio.
I buoni sentimenti di una cortigiana (Hecyra vv. 816-840), la cortigiana accetta la richiesta del padre di Panfilo di recarsi a casa di Filumena per assicurargli che la sua relazione con il marito è ormai finita. Allora emergono le qualità positive della cortigiana, in assoluto contrasto con lo stereotipo della cortigiana.

Cortigiana onesta:
Il personaggio della cortigiana onesta ricorrerà spesso nel teatro rinascimentale e moderno, ad esempio ne “La signora delle camelie” di Gautier e ne “La Traviata” di Verdi. La donna di “facili costumi” sacrifica il suo amore e acquista dignità che le sarebbe stata preclusa nella sua condizione. Si ricorre al fatto che l’amore legato ai sensi non dura a lungo come argomento di persuasione. Alla fine le cortigiane si rivelano felici di poter dare l’amore e rendere felici i loro amati ed esprimono lo esprimono con le parole o tramite un regalo.

Gli Adelphoe:
La commedia fu rappresentata nel 160 a.C. e deriva dall’omonima commedia di Menandro. La vicenda è concentrata sul confronto di due modelli di educazione estremamente diversi. Le diverse scelte educative dipendono anche da opposti modelli di vita: infatti, Demea vive in campagna mentre Micione in città (humanitas).
Tale argomento era già stato affrontato da Terenzio nell’Heautontimorumenos.
Il monologo di Micione: due modelli a confronto (atto I, vv. 26-77)
Questa scena fornisce agli spettatori le informazioni per seguire l’azione e consiste in un lungo monologo di Micione.
In Un servo bugiardo e un vecchio presuntuoso (atto III, vv. 355-434; atto IV, vv. 540-591) vediamo che la scena è un dialogo divertente tra Demea, che sospetta che il figlio abbia partecipato al ratto della suonatrice, e un servo di Micione, aiutante dei due giovani. Questo, per nasconder il rapimento della cortigiana, finge di deplorare con Demea l’accaduto e gli fa credere che il figlio è estraneo al fatto. La comicità tocca il culmine nell’ultima parte dove Demea, autocompiacendosi, illustra al servo il suo modello educativo, mentre quest’ultimo gli fa il verso, affermando che egli usa lo stesso metodo anche per istruire gli sguatteri in cucina.
Nell’atto successivo inganna nuovamente Demea, indicandogli un luogo falso in cui incontrare Micione.
Un monologo patetico e un dialogo chiarificatore (atto IV, vv. 610-712), si ha quando Eschino, dopo aver chiarito con il padre la questione del rapimento, ha saputo che Panfila e sua madre credono che egli le abbia tradite e abbandonate. Allora pronuncia un tipico monologo “patetico”, esprimendo i suoi dubbi e le sue ansie: lo stile è ricco di interrogative, esclamative e interiezioni. Eschino va a casa di Panfila, da lì esce Micione che, informato di tutto ha già preso accordo per il matrimonio: ritroviamo l’incontro tra il padre saggio e generoso e il figlio timido e impacciato. Micione fa credere al figlio che l’amata sposerà un altro, per metterlo alla prova e punirlo per la sua mancanza di coraggio e di fiducia. Alla fin il padre gli risparmia l’umiliazione della confessione, quando il giovane scoppia in lacrime, lo assicura confermandogli il suo amore; lo rimprovera poi affettuosamente, richiamandolo ai suoi doveri e alle sue responsabilità.
Due diverse mentalità a confronto (atto IV,vv.713-762; atto V, vv. 787-835) si hanno quando Demea si incontra con Micione, di fronte al fatto che il fratello abbia accettato così bene il fatto del figlio lo scandalizza (dovrebbe almeno fingere di essere irato poiché il figlio sposerà una donna senza dote). Si fa un paragone tra la vita e il gioco dei dadi, detto proverbiale presente anche in Platone e nella commedia nuova; ma in Terenzio c’è una maggiore fiducia nelle capacità dell’uomo di intervenire sulla realtà. Micione assume con il fratello un atteggiamento di bonaria ironia che aveva già avuto con il figlio che nasce dalla sua superiorità intellettuale e morale. Demea scopre che il figlio passa il suo tempo in casa di Micione con la suonatrice e si dispera (parodia dello stile tragico), Micione cerca di calmarlo dicendogli che il suo patrimonio non sarà intaccato; gli dice che non ci sono norme di comportamento valide in assoluto; si deve dar fiducia ai ragazzi con un’indole buona, anche se facessero azioni degne di biasimo (posizione opposta a quella di Demea).
Qeusto sucita la provocatoria sfida di Demea (atto V, vv. 855-881), che non si sente messo in crisi dal comportamento del fratello, grazie al quale si è conquistato la simpatia e l’affetto dei figli. Continua ad essere convinto di avere ragione tuttavia prende atto che ad essere premiato è proprio il comportamento a suo parere egoistico del fratello. A Micione tutti sorridono e vogliono bene; a lui invece vanno l’odio, la riprovazione e il disprezzo. Allora vuole dimostrare al fratello quanto è facile farsi amare facendo il generoso e l’indulgente. Non c’è traccia di conversione nel monologo di Demea e non c’è neppure reale confronto tra i due metodo educativi: egli non ammette che il comportamento di Micione sia basato su una riflessione.
L’ambiguo finale (atto V, vv. 984-997) si ha con Demea che, dopo aver compiuto gesti di generosità, spiega nella battuta finale di aver adottato i sistemi del fratello per dimostrare che essi non sono ispirati correttamente e propone se stesso come educatore modello, a lui, si affida Eschino in chiusura della commedia. La fine è sconcertante perché sembra che Micione sia lo sciocco e Demea il saggio, contrariamente a come si è pensato per gran parte della commedia, e non si capisce più quale sia il corretto metodo di educazione. I critici hanno espresso diverse soluzioni a questo problema:
* Imparzialità comica: Terenzio prende le distanze da entrambi i padri e non si identifica in nessuno dei due;
* Appendice Farsesca: sarebbe un'appèendice frarsesca estranea all’azione drammatica vera e propria, da non esaminare ai fini del messaggio che vuole trasmettere il testo;
Entrambe le interpretazioni tendono a “salvare” la coerenza della commedia.
* Incoerenza: Una terza soluzione (la preferibile) consiste nell’ammissione di incoerenza per accontentare il pubblico romano.

Registrati via email