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TERENZIO

Di lui possediamo una biografia scritta da Svetonio, da cui apprendiamo che Terenzio era di origine africana, di Cartagine. La data di nascita risalirebbe intorno al 184 o 185 a.C. poi Terenzio venne condotto molto giovane a Roma come shivo del senatore Terenzio Lucano, che lo educò ed affrancò tanto che da lui lo scrittore prese anche il nome ed il prenome (Publius Terentius). Entrò in contatto, per mezzo del suo patrono, con l’aristocrazia intellettuale dell’epoca, che faceva capo al circolo degli Scipioni. In questo clima formò la sua personalità di poeta. Si narra che l’amicizia con l’anziano commediografo Cecilio Stazio fosse nata in occasione della redazione dell’Andria, prima ed importante commedia terenziana. L’incoraggiamento di Cecilio e degli amici del Circolo degli Scipioni indusse Terenzio a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura drammaturgica. Nell’arco di sette anni scrisse infatti sei commedie, non sempre accolte con favore a causa della loro patina arcaica. Nel frattempo, si diffondevano pettegolezzi e malignità sulla vita di Terenzio:

1. USO DELLA CONTAMINATIO: allontanandosi troppo dai modelli greci, egli li avrebbe solo sciupati senza riuscire a fare del buon teatro latino. (In realtà Terenzio tiene presente nei suoi testi altre commedie, anche di autori diversi, ma non da mai, come Plauto, l’impressione di voler scompaginare il prototipo di partenza. Il suo “contaminare” lo conduce semmai ad arricchire di ritmo e spessore psicologico il suo modello); Egli si difende portando ad esempio i suoi predecessori che se n’erano serviti: Nevio, Ennio e Plauto.

2. MANCANZA DI VIVACITA’ E DRAMMATICITA’: stile lezioso e scolorito; egli si difende sostenendo che la comicità a cui egli mira si fonda su LEVITAS e TENUITAS. Se il popolino nn l’apprezza, pazienza…

3. IMITAZIONE SINO AL PLAGIO dei greci e di latini come Ennio e Plauto; Egli si difende sostenendo che non è la novità dell’argomento a conferire valore all’arte, ma l’interiore trasformazione dei caratteri e delle situazioni.

4. APPROPRIAZIONE INDEBITA DEL LAVORO ALTRUI: secondo i maligni, infatti, le opere di Terenzio non sarebbero opera sua ma di qualche suo potente protettore. A tale calunnia egli risponde che il fatto che le sue commedie vengano attribuite a personaggi illustri non può fargli altro che onore.

Dopo la messa in scena della sua ultima commedia, Adelphoe, Terenzio, si recò in Grecia dove morì nel 159 a.C. Sei commedie ci son state tramandate intere dall’antichità e sono:

1) ANDRIA
2) HECYRA
3) HEAUTONTIMORUMENOS
4) EUNUCHUS
5) PHORMIO
6) ADELPHOE.
Sono tutte commedie palliatae, di titolo e ambientazione greca, derivate da modelli greci come APOLLODORO DI CARISTO e MENANDRO. (Da Menandro Terenzio si differenzia soprattt per la funzione del FATO nelle commedie. Se nella Nea la tyche volge a proprio capriccio gli eventi, in Terenzio il fato appare come una forza benevola ed ordinatrice) Terenzio si allontana dall’italum acetum plautino e si volge ad un raffinamento morale e letterario del teatro comico, ricercando una verosimiglianza scenica e approfondendo la psicologia dei personaggi: ama soffermarsi sui lati sorprendenti delle individualità. L’opera terenziana appare permeata di una fondamentale monotonia, specie se rapportata ai lavori di Plauto. La grecizzazione investe anche l’intelaiatura stessa delle commedie, i personaggi e le situazioni.
Terenzio incarna sulla scena teatrale degli ideali che sembrano disegnare una sorta di nuova HUMANITAS: l’amore per esempio non è più desiderio, libido ma dedizione e slancio del cuore. Le donne assumono una connotazione diversa, più delicata (basti pensare alla suocera). Le cortigiane si mostrano una diversa dall’altra. Spesso si ricorre al contrasto fra due personaggi per focalizzarne meglio la personalità. Dal lirismo comico di Plauto si passa al realismo comico di Terenzio: quest’ultimo riduce le parti musicate, compone i suoi testi in senari giambici, il verso parlato per eccellenza, tende ad una complessiva armonia di sintassi e metrica, signorilità di lessico, linguaggio teatrale intriso di URBANITAS. Tuttavia sono riscontrabili analogie col teatro plautino, in quanto anche Terenzio usa diminutivi, proverbi, aforismi battute sentenziose.

L’URBANITAS DI MICIONE

Benché il rapporto fra Micione ed Eschino sia improntato ad amicizia e confidenza, il giovane non ha avuto il coraggio di rivelare al padre adottivo il proprio amore per Panfila e sopratto il fatto di averne avuto un bambino. I due sono ora a confronto: Micione rimprovera il figlio per questa mancanza di sincerità e fiducia, ma anziché punirlo lo aiuta ancora una volta richiamandolo ad assumersi le proprie responsabilità.

UNA CORTIGIANA DAL CUORE D’ORO

In questa scena è Bacchide, la cortigiana con cui Panfilo ha avuto una lunga relazione a svelare al pubblico i particolari del fortunoso riconoscimento che ha consentito di fugare tutti i dubbi e di illuminare la vicenda. Ma Bacchide non è solo una pedina nel gioco della sorte: è una figura ricca di umanità, una figura anticonvenzionale nella sua felice generosità.

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