Plauto


Plauto nacque a Sarsina tra il 225 a.C. e il 251 a.C., secondo quanto riferisce Cicerone ma quasi tutte le notizie che abbiamo su di lui sono incerte a cominciare dal nome. Forse fu attore ma poi dovette subire la schiavitù e girare la macina di un mulino per la disgrazia economica dovuta al fallimento di un’attività commerciale. Il riscatto da schiavitù e povertà sopraggiunse con l’attività di autore comico di successo, amato dal pubblico e imitato da molti. Plauto fu il primo poeta latino che si dedicò esclusivamente a un solo genere teatrale. Compose molte opere riscuotendo grande successo da ognuna e, qualche decennio dopo la sua morte, fu raccolto il corpus delle 130 commedie che gli erano state attribuite, molte delle quali non erano autentiche infatti, il grammatico Varrone divise il corpus in tre parti: 21 commedie autentiche, 19 di attribuzione incerta e tutte le altre spurie.
Per il suo teatro Plauto si ispirò alla commedia nuova greca ed egli stesso affermò infatti di tradurre nella lingua barbara, cioè il latino, originali greci. Il suo tradurre, tuttavia, non era un tradurre alla lettera ma un vertere, ossia un libero riadattamento legato al suo pubblico, quello romano. Per accentuarne l’originalità, Plauto si serve inoltre della contaminatio, che consiste nell’inserire in una commedia che sta ‘traducendo’ scene tratte da un’altra commedia. Un ulteriore segno di indipendenza dai modelli greci è il fatto che Plauto non conservi il nome originale greco, come farà invece Terenzio. Lascia l’ambientazione greca o orientale in cui la commedia era originariamente ambientata al contrario dei personaggi che, pur dipendendo dai modelli greci, non ne possiedono lo spessore psicologico o etico, poiché influenzati dalla dimensione fantastica e buffonesca di maschere e costumi dell’atellana. L’operazione culturale di Plauto, in fin dei conti, non è altro che un aemulatio. La struttura delle commedie di Plauto è caratterizzata da tre momenti principali: il prologo, talvolta preceduta da un argumentum che conteneva un riassunto della trama; l’azione e l’epilogo. Il prologo poteva essere recitato da uno degli attori, da una divinità, da una personificazione o da personaggi allegorici. In qualche caso Plauto si serve dei prologhi per parlare di sé o per infrangere l’illusione scenica e instaurare un rapporto diretto con il pubblico ma, il più delle volte, il prologo plautino ha una funzione informativa e quella di accattivarsi la benevolenza del pubblico. Nello svolgimento dell’azione scenica dei drammi si alternano tre diverse forme di recitazione: i diverba, che sono parti dialogate; i recitativi, che sono parti recitate con particolare enfasi e accompagnate da doppio flauto; i cantica, che sono parti cantate in metri vari, prive di una regolare organizzazione in strofe e accompagnate dalla musica. Le palliate terminano tutte con un lieto fine: nell’epilogo, infatti, grazie all’astuzia del servo, tutte le difficoltà emerse durante la trama trovano la loro soluzione.
Gli spettatori dovevano trovare nel teatro di Plauto un momento di evasione dalla realtà quotidiana. D’altronde, nel mondo romano, le più antiche manifestazioni di spettacolo popolare erano legate a momenti di festa quasi carnevalesca. La festa era quindi un’occasione di rimescolamento sociale e rottura delle gerarchie. Le commedie plautine già solo con la loro ambientazione greca portavano lo spettatore lontano da Roma; questo, però, non era una forma di dipendenza dai modelli greci, ma un consapevole allontanamento dal mondo del suo pubblico. Allo stesso modo i personaggi risultano ‘stereotipati’ e più vicini alle maschere dell’atellana che alla psicologia dei personaggi greci. Inoltre qui i personaggi agiscono a prescindere dalla loro condizione sociale; in questo modo l’autore ci ricorda che questi personaggi sono fittizi. Si è infatti parlato di un ‘metateatro’ plautino, cioè di un teatro dentro a un teatro nel quale l’autore stesso dichiara il compito del poeta che è quello di presentare al pubblico bugie in forma verosimile.
Le commedie plautine hanno una struttura semplice e le tematiche trattate si posso ricondurre a due sole: la disponibilità delle donne e la disponibilità delle ricchezze. La ricerca dell’amore e del denaro sono temi molto cari al pubblico romano e, per questo, garantivano il successo degli autori. Analizzando alcune fra le più riuscite commedie possiamo notare come a volte la priorità dei protagonisti sia quella della ricerca e della conservazione delle ricchezze, a volte, il filo conduttore è l’amore da conquistare e altre volte le due ricerche si svolgono parallelamente. Le vicende si imbrogliano e si sbrogliano per lo più a causa di inganni e beffe che i personaggi architettano gli uni ai danni degli altri ma, accanto alla beffa e all’inganno, c’è un altro momento risolutore che è quello dell’agnizione, cioè il riconoscimento di personaggi prima non conosciuti con la loro vera identità.
I personaggi più riusciti tra quelli plautini sono senza dubbio Euclione, l’avaro misantropo dell’Aulularia; Pirgopolinice, il soldato spaccone e Artotrogo, esempio di ‘parassita’ plautino entrambi del Miles gloriosus; ed infine l’adulescentulus, cioè il giovane innamorato, presente in numerosissime commedie, che spesso deve riscattare una cortigiana, talvolta, però, ad invaghirsi della cortigiana è un vecchio, spesso padre dell’adulescentulus.
Il servo è una figura centrale nei drammi di Plauto, il che accentua ancor di più l’idea che la realtà teatrale fosse molto diversa da quella reale. Il servo era infatti presente nella società romana ma la differenza sta nel fatto che si tratta di una figura positiva e tiene in pugno con la sua astuzia e la sua intraprendenza personaggi di livello sociale superiore al suo. La commedia, dunque, è anche luogo del sogno di un riscatto impossibile per determinati soggetti sociali.
La lingua che usa Plauto per scrivere le sue commedie è piena di voluti arcaismi, per elevarne lo stile, neologismi ed interpretazioni tipiche del linguaggio parlato. Molto evidente è l’uso di grecismi e talvolta anche l’uso dell’incomprensibile lingua cartaginese. Anche lo stile è molto vario. Per quanto riguarda la metrica,abbiamo l’uso di senari giambici nelle parti recitate e moltissimi tipi diversi di metri nelle parti cantate.
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