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Tito Maccio (cfr. Maccus) Plauto (romanizzazione dell’osco Plotus, “cane dalle lunghe orecchie” o “piedipiatti”) cittadino italico libero, ma non romano, nato a Sarsina, in Umbria, intorno al 255-50 a.C., ebbe la sua fioritura intorno al 200 e morì probabilmente intorno al 184. Nasce durante la I guerra punica, ma vive in pieno la II (219-202). È il primo autore a dedicarsi a un solo genere: la palliata. È un teatrante ed un autentico genio comico. Riuscire a cogliere l’uomo dietro la maschera è per noi impossibile, ma Plauto appare più un conservatore dagli accenti catoniani, che un progressista scipionico. Nel II a.C. circolavano circa 130 commedie sotto il nome di Plauto, ma Marco Terenzio Varrone ci ha tramandato 21 commedie certamente plautine: Amphitruo (unica d’argomento mitologico), Asinaria, Aulularia, Bacchides, Captivi, Casina, Cistellaria, Curculio, Epidicus, Menaechmi, Mercator, Miles Gloriosus, Mostellaria, Persa, Poenulus, Pseudolus, Rudens, Stichus, Trinummus, Truculentus, Vidularia (stato fortemente lacunoso).

Quanto alla cronologia, sappiamo solo che lo Pseudolus è del 191 e la Casina presuppone avvenimenti del 186. La commedia più lunga è il Miles (1437 versi), la più breve il Curculio (729).

Genere
Scrive solo fabulae palliatae

Titoli
Plauto latinizza spesso, come anche Nevio, i titoli delle commedie. Il cambiamento dei titoli, talvolta del tutto mutati, denuncia sovente un mutamento di prospettiva. In vari casi, inoltre, egli inventa titoli di carattere comico-fantastico, che sottolineano l’abbandono del realismo per il ludus scenico. I titoli tratti dal nome di schiavi, poi, sono un’assoluta novità.

Intrecci
Plauto deriva tutti i suoi intrecci dalla commedia di mezzo e dalla Nea (commedia Nuova), pur con marcati rimaneggiamenti e inserti (contaminatio e aggiunte). Gli intrecci, molto prevedibili, sono ulteriormente chiariti nei prologhi espositivi.

Trattamento degli originali
Lavora per assimilare; assimila per distruggere. Gli argumenta sono quelli dei testi base, cioè le commedie della Nea, ma Plauto ne turba e sconvolge gli sviluppi con pesanti tagli e modifiche, che provocano talvolta contraddizioni e situazioni incomprensibili. Cancella gli atti e utilizza poi la contaminatio per vivacizzare la trama, non preoccupandosi troppo di fondere i materiali, poiché quello che gli interessa è che il congegno teatrale si sviluppi di scena in scena. Utilizza delle personali aggiunte consistenti in battute, giochi di parole e scurrilità gratuite (autentici pezzi di repertorio), molto indicativi della sua mentalità. Se colloca il ridicolo nell’altrove, in una geografia lontana da Roma, egli tuttavia romanizza le sue commedie con continui riferimenti e ambientazioni di cultura romana. Sconvolge l’unità ambientale e cronologica degli originali.

Personaggi
I personaggi si riducono a un numero limitato di “tipi”, al punto da essere spesso indicati dal termine tipologico e basta: (senex, adulescens, leno, parasitus, meretrix, etc.). Sono vicini alle maschere e avranno fortuna millenaria: il soldato spaccone, il servo imbroglione, la prostituta furba, il lenone insaziabile, il vecchio pruriginoso o scioccone, il medico saccente, il mangiatore a sbafo, l’avaro, etc. Plauto cambia i nomi dei personaggi, sostituendoli con nomignoli latini, composti mezzo latini - mezzo greci o roboanti nomi che sanno di parodia tragica, forse derivati dai fliaci. I personaggi non hanno lo spessore, la ricchezza e, soprattutto, la coerenza degli originali. Non c’è mimesi realistica: sono stereotipati. Talvolta si abbandonano a scintillanti variazioni verbali o all’ironia e al lirismo comico, grazie al quale l’azione diviene libero gioco creativo.
Il personaggio più caratteristico del teatro plautino è il servus callidus: egli medita, agisce e, infine, trionfa: è il vero regista dell’azione, assimilabile, sul piano teatrale, al dominus gregis, al capocomico, di cui rappresenta una sorta di doppio. È l’eroe della frode, centro drammatico e linguistico di tutta l’azione.

Schema e temi
Lo schema consueto è quello della lotta per il possesso di un bene: una donna e/o del danaro (che serve in genere per riscattare la donna, ma può anche essere il fine ultimo). L’adulescens, con l’aiuto del servus callidus, ha la meglio sul senex (che può essere il padre, il lenone, un mercante, etc). La forma preferita da Plauto è la “commedia del servo”, dove questi è al centro dell’azione (sono le opere più mature) come vero demiurgo e campione dell’imbroglio. Accanto o insieme alla commedia del servo, vi è quella dell’agnizione, dove un personaggio, generalmente la ragazza, ma non sempre, scopre, alla fine della commedia, la sua vera identità (in genere, ciò implica una nascita libera e la possibilità di celebrare le nozze). Alcuni dispositivi narrativi complicano le trame: fondamentale è il ruolo della Τύχη, alleata o antagonista del servo, e il meccanismo dei simillimi (due personaggi perfettamente uguali): entrambi rallentano e dilatano la trama, creando ritardi ed equivoci (la Τύχη, però, può anche scioglierla). Il cibo, il corpo, il sesso, l’inganno e la beffa, temi farseschi sovente conditi di scurrilità, battutacce e doppi sensi, sono tutti elementi del comico plautino. Ad alcune commedie non è estraneo un elemento avventuroso che vivacizza ulteriormente la narrazione.

Verosimiglianza
Quella plautina è una realtà teatrale, scenica, in netta contrapposizione alla vita reale; di qui, proviene anche il metateatro plautino (il teatro che parla di sé), consistente nell’abitudine dei personaggi di Plauto (del servus callidus, in particolare) a rompere la fictio scenica per interloquire direttamente col pubblico in sala, non solo mettendolo a parte di particolari oscuri agli altri personaggi, ma anche fornendo loro pareri e delucidazioni di carattere “drammaturgico”: la beffa, in particolare, ordita e attuata con la complicità del pubblico, riproduce il congegno di un teatro in progress.

Pubblico
Plauto non presuppone un pubblico ellenizzato, ma romano e italico, a cui non chiede di identificarsi, ma solo di “sospendere” la realtà ed evadere da essa nello spazio finto del teatro. Plauto non vuole che il pubblico rifletta, né che apprenda: Plauto vuole il riso e l’applauso.

Finalità
Il teatro plautino è un teatro d’evasione, scevro da finalità didascaliche d’alcun tipo. Il comico è in un altrove che si può prendere in giro, perché si trova in Grecia e greci sono i personaggi e i luoghi, sebbene i riferimenti a Roma, alle sue leggi, alla sua cultura e al suo stesso quotidiano siano tantissimi. Il teatro plautino inscena un mondo alla rovescia, dove i padroni le buscano e gli schiavi trionfano, dove i figli disubbidiscono ai padri e i padri gareggiano in voluttà coi figli, un mondo dove può essere dignitoso voler sposare una cortigiana e derubare un pater familias di soldi e autorità: tutto ciò, però, ha possibilità di rappresentazione solo nello spazio di un comico inteso come inversione carnevalesca dei ruoli, in modo non dissimile da come doveva avvenire in altre forme di comicità anche italica (atellana, fescennini). Quest’opera di dissacrazione aveva lo spazio e il tempo di uno spettacolo di teatro, al termine del quale, ogni cosa tornava al suo posto.

Lingua
Ristruttura la metrica dei modelli. È una delle poche fonti (con Terenzio, Catullo e le epistole di Cicerone) di sermo urbanus, la lingua d’uso del romano mediamente colto. Prevalgono la funzione emotiva e conativa, eppure la sua lingua tende alla paratassi e all’economicità: sovente vi è l’ellissi del soggetto o del verbo essere, abbondano le frasi nominali. L’ubertas sermonis plautini è costituita dalla forte presenza di grecismi e non mancano neppure tratti arcaici. Plauto abolisce gli intermezzi della Nea, ma dilata le parti cantate. Ritroviamo così nelle sue commedie parti solo recitate (deverbia o diverbia, in senari giambici), parti recitate con possibilità di accompagnamento musicale (recitativi, in settenari o ottonari trocaici, più raramente giambici) e parti liriche, cioè cantate, a una o più voci (i cosiddetti "cantica", la vera novità plautina, in polimetri, d’incredibile ricchezza e varietà).

Plauto fu un genio musicale: Gellio (Noctes Atticae, I 23), citando Varrone, riferisce un epigramma che sarebbe stato composto dal poeta stesso: Postquam est mortem aptus Plautus, Comoedia luget, Scaena est deserta, dein Risus Ludus Iocusque et Numeri innumeri simul omnes conlacrimarunt

Stile
È un funambolo della parola, di un’intelligenza linguistica inesauribile, un inventore straordinario di immagini, similitudini, metafore: particolarmente gustose sono le metafore militari, in cui il servus callidus viene assimilato ad uno stratega in guerra. Lo stile di Plauto è coerente e non è mutuato dagli originali greci: giochi di parole, bisticci, metafore e similitudini, enigmi, doppi sensi, toponimi fantastici e neologismi arditi, allusioni scherzose alle istituzioni e al linguaggio militare di Roma; tutto ciò travolge lo spettatore in un crescendo comico irresistibile. L’evasione plautina è la concentratissima e perciò potente esplosione liberatoria e catartica di una storicità pesante di tensioni drammatiche. La commedia plautina è più che mai figlia della Roma dei suoi tempi, un’espressione comica, ma perfettamente adeguata, significativa e congruente con la seconda guerra punica e le guerre macedoniche.

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