Contro il timore della morte

I versi contro la paura della morte sono tratti dall'opera del poeta e filosofo latino Tito Lucrezio Caro, nato intorno al novantaquattro a.C.. La maggior parte della vita di Lucrezio è ignota. Egli non compare mai sulla scena politica romana né sembra esistere negli scritti dei contemporanei in cui non viene mai citato. Ignoto risulta anche il luogo di nascita, che tuttavia taluni hanno creduto essere la Campania, e più precisamente Pompei o Ercolano, per la presenza di un Kepos (giardino) epicureo in queste città. Neppure la sua militanza politica sembra essere ricostruibile. Lucrezio, per il periodo in cui è vissuto, è stato un personaggio scomodo; infatti, gli ideali epicurei corrodevano le basi del potere di una Roma alla vigilia della congiura di Catilina. In un'epoca di tensioni repubblicane, infatti, isolarsi dalla realtà politica all'otium epicureo significava estraniarsi dal vivace mondo della città e uscire di conseguenza anche dalla sfera d'influenza del potere. Lucrezio muore o nel cinquanta a.C. secondo San Girolamo, oppure nel cinquantacinque secondo Donato, ma si tratta di una data simbolica.

La produzione di Lucrezio si compone di un unico importante poema filosofico in versi, scritto in esametri: “De rerum natura”. La natura poetica dell'opera, fa sì che Lucrezio col suo pessimismo esistenziale avanzi profezie apocalittiche, visioni quasi allucinanti, critiche e ambigue espressioni, che caratterizzano il poema. Alcuni teologi cristiani come San Girolamo, hanno dato di lui l'immagine di un ateo psicotico in preda alle forze del male. Appoggiandosi alle teorie di psicoanalisi i critici sostengono che in certi bruschi cambiamenti di immagine e di pensiero ci siano i sintomi di una pazzia delirante o di problemi di ordine psichico. Infatti l'opera fu scritta negli intervalli di follia, e ciò è giustificato dall'alternarsi di luci ed ombre che suggeriscono paesaggi ostici e oscuri, e dall'incompiutezza dell'opera successivamente revisionata da Cicerone. I dedicatari dell'opera sono Caio Mimmio, pretore nel cinquantotto a.C., ostile all'epicureismo, e l'intera classe politica romana, definita vulgus. L'opera presenta un duplice fine, quello didascalico e quello di indicare la strada giusta verso la verità, testimoniata dalla presenza dell'epicureismo. L'opera si compone di sei libri, organizzati in diadi, e vengono trattate tematiche disparate, come la fisica epicurea, la concezione dell'anima e della natura.
Il passo tratto dal “De rerum natura” è incentrato intorno al primo dei quattro pharmaka epicurei, ovvero la necessità di eliminare la paura della morte.

Comprensione complessiva del testo

I versi contro la paura della morte si compongono di tre sequenze. La prima, dal verso ottocentotrenta al verso ottocentoquarantasei, con il titolo “Distinzione tra animus e anima” è caratterizzata, nel testo latino, dalla presenza di due parole fondamentali: animi (verso 830) e animai (verso 838), che vengono riproposte anche a verso 844 con animi e animae. Infatti, Lucrezio utilizzando questi termini presenta un elemento di novità rispetto la dottrina di Epicuro. Egli si fa fautore della teoria della mortalità dell'animus, ovvero la componente razionale, e dell'anima, la componente vitale, che all'atto della morte del corpo si separano dal corpo togliendo all'uomo ogni capacità percettiva. Nella seconda sequenza, dal verso ottocentoquarantasette al verso ottocentosessantatré, con il titolo “Mortalità del corpo”, l'autore si focalizza nella descrizione di ciò che avviene dopo la morte. Infatti anche se la materia, dopo la morte, fosse riordinata nuovamente perderebbe la conoscenza della vita precedente. L'ultima sequenza, dal verso ottocentosessantaquattro al verso ottocentosessantanove, con il titolo “E' sbagliato temere la morte”, presenta il messaggio cardine della dottrina espressa da Lucrezio. Infatti, la liberazione dal timore della morte è per l'autore latino il dono più grande che il maestro Epicuro abbia lasciato all'umanità e ha precise ragioni di carattere fisico. Secondo Lucrezio, quando giunge la morte, l'uomo non esiste più, e per questa ragione essa è un fatto che non lo riguarda. Morire, dunque, è come non essere mai nati, e il futuro oltre la vita non ci deve spaventare al pari del passato precedente alla nostra nascita, perché anche del tempo passato non conosciamo nulla e non manteniamo alcun ricordo.

La tematica principale espressa nel passo tratto dal “De rerum natura” di Lucrezio è certamente la liberazione dalla paura della morte, appartenente alla teoria del tetrapharmaco proposta dall'Epicureismo. I quattro rimedi individuati da Epicuro, fondamentali per raggiungere l'atarassia, ovvero l'imperturbabilità, oltre ad esprimere l'inutilità del timore della morte, ammoniscono gli uomini dal timore degli dei, e li invitano a fuggire il male e, di contro, a compiere il bene, che è facile da perseguire.

Analisi del testo

Lo stile che caratterizza i versi tratti dal “De rerum natura” di Lucrezio, è costituito da versi in esametro, non molto armoniosi e talvolta rigidi a causa della presenza di un lessico nuovo introdotto da Lucrezio, funzionale al fine didascalico dell'opera.
Inoltre, nei versi “Nella morte non vi è nulla da temere” è presente una chiara allusione, a verso ottocentotrentatré, al ricordo delle guerre puniche, un vero e proprio incubo per generazioni di Romani. Il fine di questa citazione è quello di conseguire un'enfatica imitazione dello stile epico enniano. Non è un caso che Lucrezio si senta una sorte di sacerdote che sta rivelando una verità misteriosa e assoluta. Proponendosi quindi come poeta vate, ribadisce l'originalità della sua opera e si pone allo stesso livello di Omero e Ennio, imitandone lo stile.
Infine, lo stile che caratterizza i versi tratti dal “De rerum natura” di Lucrezio, si costituisce di un largo uso di allitterazioni, che caratterizzano l'intera produzione dell'autore latino.

Interpretazione e approfondimenti

Volendo contestualizzare i versi tratti dal “De rerum natura” di Lucrezio, è impossibile non notare le numerose affinità e differenze tra l'autore latino e il maestro greco. Lucrezio riprenderà la dottrina della fisica epicurea, l'esaltazione e la venerazione di Epicuro e la condanna della religio, ovvero la superstizione. Ma al tempo l'autore latino apporta delle importanti differenziazioni, inserendo la teoria del clinamen e utilizzando un tono puramente pessimistico.

Osservando i versi “Nella morte non vi è nulla da temere” è possibile non individuare la più grande differenza tra i due pensatori. Infatti, mentre Epicuro condanna aspramente la poesia poiché la considera non reale e creatrice di un regno di falsità; Lucrezio, di contro, elogia la poesia didascalica, poiché crede che questo genere sia un ottimo strumento e veicolo per divulgare il pensiero e la sua dottrina grazie alla musicalità e l'armonia del verso.

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