Livio e Nevio a confronto


Livio Andronico si dedicò prevalentemente al genere tragico con una preferenza verso il ciclo troiano, come si può notare facilmente dalla scelta dei suoi titoli: Achilles, Equos Troianus, ecc. Della produzione comica abbiamo pochi frammenti, tra cui Gladiolus.

L’opera più importante è l’Odusìa, traduzione latina in versi saturni dell’Odissea, che venne usata come testo scolastico. Egli era in continua ricerca di equivalenti romani per tutti i campi greci, soprattutto sui nomi delle divinità: invece di Musa, per esempio, lui usò Camena.

La sua era una poesia dotta e intellettuale, che faceva da modello di grammatica ai contemporanei, tanto che l’Odusìa venne usata come testo scolastico. Livio diventò un punto di riferimento per lo sviluppo successivo del genere epico, e cominciò a rappresentare per i romani ciò che Omero rappresentava per i greci.

Nevio, che nacque in Campania intorno al 275-270, spiccò soprattutto nell’ambito della commedia; scrisse comunque sei cothurnatae e inventò la praetexta, cioè la tragedia di tipo romano, con ambientazione romana e protagonisti romani. Tra queste tragedie solo due titoli sono giunti a noi: il Romulus, sul fondatore di Roma, e il Clastidium, dove Nevio celebra la vittoria sui Galli a Casteggio da parte di Marco Claudio Marcello.

Nevio nel Bellum Poenicum cambia il codice antropologico sotteso alla narrazione rispetto al modello greco, rendendolo completamente romano, cioè l’eroe non è un essere superiore che sovrasta tutti i suoi cittadini, bensì un eroe alla portata di tutti e che antepone sempre l’interesse collettivo a quello personale, e che ha il dovere di sacrificarsi non per una ricompensa, ma per evitare la vergogna.

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