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Livio Anadronico

Vita

Primo intellettuale e letterato romano. I limiti cronologici esatti della vita di L. ci sono sconosciuti: sappiamo soltanto che era un ex schiavo, probabilmente di Taranto (Svetonio lo chiamerà "semigraecus"), e che partecipò alla guerra tra Taranto e Roma al seguito del suo protettore, il senatore Livio Salinatore, il quale lo affrancò e gli concesse il "prenomen", dopo avergli affidato l'educazione dei figli (a Roma L. è "grammaticus", "professore di scuola"). Due sono, comunque, le tappe importanti a noi note della sua carriera: 240, quando una sua opera fu il primo testo drammatico rappresentato a Roma (è da questo momento che tradizionalmente si fa cominciare la storia della letteratura latina); 207, quando compose un "partenio" in onore di Giunone, ovvero un "carmen" propiziatorio cantato in una solenne processione per le vie di Roma, durante la II guerra punica. Riconosciuta, infine, fu la sua "associazione professionale", il "collegium scribarum histrionumque", la corporazione di scrittori ed attori, con sede nel tempio di Minerva, sull'Aventino.
Opere e considerazioni.
Opere minori. L., dunque, si può giudicare, a buon diritto, l'iniziatore della letteratura latina: di lui, abbiamo 9 titoli di tragedie dedicate alla guerra di Troia, mito "eziologicamente" caro ai Romani (Achilles, Aiax mastigophorus [la follia e il suicidio di "Aiace armato di frusta"], Equos troianus ["Il cavallo di Troia"], Aegisthus [adulterio di Critennestra con Egisto e uccisione di Agamennone], Hermiona [Ermione, figlia di Menelao e di Elena: Neottolemo, suo promesso sposo e uccisore di Priamo, è ucciso da Oreste], Andromeda, Tereus, Danae e Ino); una palliata ("Gladiolus", ovvero "Sciaboletta", una sorta di soldato "ammazzatutti"), cioè una commedia d'ambientazione greca (con modelli in Menandro e Filemone), genere di cui può ben dirsi l' "inventor" (egli fu anche attore delle sue rappresentazioni); il già citato "partenio" (= canto per un coro di vergini), di cui però nulla conserviamo. Di questa intensa produzione, di cui ci restano pochissimi frammenti se non addirittura solo i titoli, è difficile dire quanto si trattasse di semplici traduzioni, di adattamenti o di riduzioni di opere greche, e quanto fosse invece il contributo della farsa italica.

Odyssia, traduzione artistica. Ma il suo capolavoro è certamente la traduzione - o forse è più esatto dire l’ "adattamento artistico", "letterario" - in lingua latina e in versi saturni, dell'Odissea di Omero ("Odyssa" o "Odusia"), fatica che ebbe una importanza storica enorme. L'operazione aveva infatti finalità sia letterarie che culturali: l'Odissea rappresentava un testo fondamentale della cultura greca ed è per questo che la traduzione di L. non rimase solamente in ambito scolastico. Essa, inoltre, appariva più "moderna" dell'Iliade, più vicina alla sensibilità del mondo ellenistico (cosmopolitismo, viaggi ed avventure, passioni e sofferenze umane), dal quale lo stesso L. proveniva, e più legata all'Occidente ed al gusto dei Romani, tra l'altro oramai già abituati a solcare i mari.

Difficoltà da battistrada. Ma essere il primo a tentare un esperimento simile comportava una miriade di difficoltà; in specie, non avendo una tradizione epica alle spalle, L. cercò di dare per altre vie solennità e intensità al suo linguaggio letterario: all'inizio della traduzione egli rende, ad es., la "Musa" di Omero con l'antichissima "Camena", divinità italica delle acque; ancora, alcuni dei passi scritti da Omero non erano concepibili per i Romani e L. si trovò così a dover modificare e "tradire" spesso il testo originale dell'Odissea (tipicamente romana, ad es., è la considerazione dell'eroe che si evince dall'opera, reso quasi pari agli dei).

Ideologia. In effetti, di questa "Odyssia", noi non possediamo che pochi frammenti isolati e molto brevi, ma la scelta del soggetto lascia intravedere lo scopo che L. si proponeva: dietro la sua epopea, infatti, possiamo indovinare i racconti leggendari etruschi e l'epopea "orale" del Lazio etruschizzato. E adattare l'Odissea in latino non era forse (anche) rendere delicato omaggio ai Romani che, dall'Italia centrale, ritornavano da liberatori alla patria di Ulisse?

Solennità dello stile. Infine, tipica della sua poesia è pure la ricerca del "pathos", della tensione drammatica, della solennità: non disdegna, così, arcaismi, o di ricorrere al formulario religioso. I modelli tragici cui s’ispirò, a tal proposito, furono verosimilmente testi attici del V sec. (soprattutto Sofocle ed Euripide).

Meriti di L. Ora, il merito di L. non fu tanto di introdurre a Roma la letteratura greca, o di coniugare il momento dell'oralità con quello della scrittura, quanto piuttosto di concepire la possibilità stessa di una letteratura in lingua latina sul modello delle opere greche, e di nobilitare al tempo stesso la lingua e la metrica latine. Egli, come visto, compose - su questa riga - paritempo tragedie, commedie e un'epopea, fondando così tre generi che avrebbero dato origine, molto presto, ad una straordinaria fioritura.

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