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I Fescennini

Accanto alle forme d'arte che possiamo definire "dotte", in quanto espressione dell'aristocrazia, esiste una pre-letteratura tipicamente popolare. Si allude, qui, ad una produzione anonima di cui non ci rimane quasi niente, ma della cui esistenza ci informano scrittori posteriori. Si tratta di proverbi, canti di lavoro, formule di scongiuro, ninne nanne. La forma più antica di arte drammatica presso i Romani è rappresentata dai Fescennini, una sorta di farsa campagnola in cui alcuni contadini, affidandosi all'improvvisazione, si scambiavano insulti volgari ed osceni(Fescennini versus). Orazio, nel II libro delle Epistole, ci informa sulle occasioni in cui, nella fase più antica, si dava luogo a questo spettacolo. I contadini, dopo aver messo al sicuro il raccolto, facevano festa offrendo doni agli dei e dando vita a questa singolare forma di divertimento. Sull'origine del termine "Fescennino" ci illumina Festo (grammatico del II secolo d.C.), il quale ci offre due interpretazioni:

la prima connette i Fescennini con la città etrusca di Fescennium: la prassi di collegare la forma di spettacolo con il nome della città di origine non è un fatto isolato, visto che l'Atellana, altra forma di farsa rustica, è collegata alla città di Atella, in Campania.
La seconda interpretazione fa derivare Fescennino da "fascinum" (malocchio), ponendo, quindi, l'accento sulla funzione apotropaica dei Fescennini: lo scambio di insulti accompagnato dall'oscenità di linguaggio e dall'esibizione di oggetti indecenti, avrebbe la funzione di allontanare il malocchio e di augurare abbondanza e fertilità; questo spiega il motivo per cui i Fescennini erano connessi principalmente con la cerimonia delle nozze e con la festa del raccolto e della vendemmia. Le feste nuziali erano le occasioni più propizie per dare sfogo alla Fescennina locatio,perché durante la deductio della sposa a casa dello sposo, il coro di amici e familiari si esibiva in scherzi e lazzi di ogni genere con chiaro valore allusivo. Tali scherzi non erano tipici solo dei matrimoni popolari, ma spesso trovavano accoglienza anche nelle nozze di personaggi appartenenti alla più antica nobiltà, come si evince dal carme LXI di Catullo (epitalamio composto dal poeta per festeggiare le nozze dei nobili amici Manlio Torquato e Vinia Aurunculeia.
Fescennini versus dovevano essere anche quelli che venivano cantati davanti alle porte dei vicini. Sia che si trattasse di bollare una donna infedele, sia che si volesse sfogare la rabbia dei plebei contro i patrizi, sia che si volesse vendicare un torto subito, queste battute avevano raggiunto, già nel V secolo a.C., una tale asprezza da trasformarsi in diffamazione sfrontata; fu pertanto necessaria un'apposita legge (contenuta nelle XII tavole) che, come attesta Orazio, pose fine alla Fescennina Licentia.

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