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La Favola


La favola è un racconto fantastico, avente come protagonisti animali parlanti legati a ruoli fissi e noti, ma è anche un racconto essenziale, privo di dettagli descrittivi che racchiude untende a rappresentare le problematiche sociali dando così voce ai più deboli, che soggetti ai più potenti sono caratterizzati da una sorta di fatalismo; infatti non hanno alcuna speranza di cambiare la loro posizione.
E’ presente il tema della denuncia, e per questo si può definire anche il suo carattere realistico.

Fedro


Vita e opera


Fedro è il fondatore della favola latina, la quale acquista una dimensione autonoma e una specifica forma poetica.
Vive tra il 20 a.C. e il 50 d.C., era di origine tracia, giunge a Roma come schiavo, poi affrancato diviene liberto di Augusto e durante l’Impero di Tiberio si dedica alla scrittura di Favole.
Ci sono stati tramandati cinque libri con 93 fabulae in senari giambici. Una trentina di altre favole compare in appendice a un manoscritto dell’umanista Nicolò Perrotti, note come Appendix Perottina.

La favola esopica


Fedro coltivò il genere esopico, consistente in un racconto di fantasia i cui protagonisti, perlopiù animali ma anche uomini, dei, oggetti, sono allegoria del mondo umano(es: lupo allegoria dell’uomo prepotente, la volpe dell’uomo astuto).
Il racconto dell’azione è preceduto o seguita da un altro enunciato, non narrativo che fornisce la chiave di lettura (promitio e epimitio).

La lingua e lo stile


Il ritmo narrativo è accelerato dalla brevitas: nomi sono sigle del carattere; morale vicina al proverbio, usa gli astratti per essenzializzare i comportamenti.
Il metro è il senario giambico.

T1 Superior Stabat Lupus ( La legge del più forte)


Il lupo, cercando una causa di litigio, accusò l'agnello di sporcare l'acqua che lui stava bevendo, anche se la cosa era impossibile visto che egli si trovava più in alto dell'agnello. Fallito questo stratagemma, il lupo quindi accusò l'agnello di aver detto male di lui, ma appreso che l'agnello al tempo dei fatti non era ancora nato, il lupo concluse che dovesse essere stato il montone, suo padre, e lanciatosi sull'agnello lo uccise e lo mangiò.
L'espressione Superior stabat lupus vuole indicare la situazione di chi, forte dei propri mezzi ma privo di una giustificazione per le sue mire, accampa una qualunque scusa per agire. Definisce il rapporto tra umili e potenti, affidando al lupo il ruolo negativo del prepotente oppressore e all’agnello il ruolo della vittima.

T2 Un padrone vale all'altro


Un vecchio faceva pascolare il suo asino quando all’arrivo dei nemici lo invita a fuggire mentre l’asino rimane convinto che la sua condizione non sarebbe cambiata sotto il nuovo servitore.
L'asino è il simbolo della parte emarginata della società mentre il nemico incombente e il vecchio padrone sono la rappresentazione dei potenti che indipendentemente da chi vincerà, non cambieranno la situazione dei più deboli. Questo breve racconto vuole rispecchiare la condizione dei più umili che non muta con il mutare del potere (fatalismo di Fedro).

T3 La legge del taglione


La volpe e la cicogna erano unite da un’amicizia di lunga data. Un giorno la volpe, che era alquanto invitò a pranzo la cicogna. Approntò per lei una buona minestra e gliela servì in un piatto abbastanza largo. La cicogna, essendo dotata di un becco molto lungo, purtroppo non riuscì a cibarsene. Poté bagnarsi a malapena l’estremità del becco. Si alzò da tavola più affamata di prima e molto amareggiata per il torto ricevuto.  L’amica cicogna ricambia “la cortesia” con un’uguale risposta e invita la volpe a casa sua per il giorno dopo. La cicogna preparò per la volpe uno squisito pranzetto, servendolo in un recipiente stretto e lungo, adatto più propriamente alla conformazione del suo becco che al muso dell'amica. In virtù di ciò la volpe dovette accontentarsi di leccare la parte esterna del contenitore, rimanendo, parimenti a quanto successo il giorno prima all’amica cicogna, completamente  a digiuno.
Nella vita non bisogna mai fare un torto o un danno ad alcuno, ma se, per caso, se ne riceve, allora è bene ricambiare l’artefice con la stessa moneta, rendendo “pan per focaccia” secondo la legge del taglione. Questa favola rappresenta lo sfogo di chi ha scoperto le violenze e gli inganni su cui fonda la società e per questo non si rassegna a tacere.

La Satira


La satira presenta due tipologie:
• La satira menippea, mista di prosa e versi e di toni seri e scherzosi, è rappresentata in età imperiale dall’Apocolocynthosis di Seneca e dal Satyricon di Petronio.
• La satira esametrica di tipo luciliano-oraziano è coltivata in età imperiale da Persio e Giovenale.

Persio


Nato a Volterra da un’aristocratica famiglia etrusca, vive dal 34 al 62 d.C.; studia a Roma presso il filoso Anneo Cornuto e abbraccia la filosofia stoica.
L’opera
Scrive 6 satire dedicate a temi morali (il vizio e la sapienza, la libertà morale, il sentimento religioso) e di costume, con toni spesso dominati dall’intransigenza e dal disgusto per la situazione del suo tempo.
1. Rivolta ai poeti del tempo, che non hanno nulla da dire e mirano a ottenere solo facili consensi.
2. Tratta della preghiera e del sentimento religioso, che devono essere puri e no limitarsi alla semplice richiesta di aiuto da parte della divinità.
3. Colpisce la cattiva educazione, che alleva giovani schiavi dalle passioni, come il giovin signore, che vive tra l’ignoranza e i bagordi.
4. Illustra il precetto “conosci te stesso” mettendo in scena un dialogo tra Socrate e Alcibiade, nella cui figura si può scorgere un riferimento a Nerone.
5. Ringrazia il filoso e maestro Cornuto, e poi illustra il tema della libertà, stoicamente intesa come controllo delle passioni.
6. Verte sull’uso delle ricchezze, nelle quali bisogna mantenere il giusto mezzo.

Giovenale


Vita e opere


Nasce tra il 50 e il 60 ad Aquino, la famiglia di provenienza non era povera, gli permise di andare a Roma per gli studi di avvocatura, ma non riuscì ad affermarsi in questo campo. Marziale in uno dei suoi epigrammi ci parla di Giovenale che era costretto a bussare alle porte per chiedere benefici, quindi anche Giovenale era un cliens, e questa condizione provoca in lui profonda amarezza e anche un astio nei confronti dell’ingiustizia sociale.

L’opera


Scrisse 16 satire raccolte in 5 libri di cui le più importanti sono: la prima in cui afferma che per lui la satira è il giusto strumento letterario attraverso il quale egli può esprimere la sua ira e il suo forte sdegno, la settima dove sottolinea la condizione miserrima degli intellettuali e dice che l’intellettuale a stomaco vuoto non può avere di certo una vena poetica.
Le satire di Giovenale, che cominciò a scrivere dopo la morte di Domiziano, non sono indirizzate contro dei personaggi, ma contro i costumi e la corruzione della società, ma mentre il tono delle prime satire è di un acceso, tanto che il paramento di valutazione per lui è il mas maiorum, nelle satire restanti il tono si fa più pacato, smorzato. La protesta sociale di Giovenale è contro i scrupoli e le ingiustizie compiute dalla società e di cui sono oggetto i poemi , ma mentre marziale aveva presentato la problematica in modo più rassegnato, invece Giovenale è fortemente sdegnato contro questa situazione. Giovenale ribalta uno dei luoghi moralistici più comune cioè quello secondo il quale i poveri sono felici e i ricchi non lo sono, lui afferma l’esatto contrario. Nell’opera ricordiamo il suo atteggiamento, sdegnato, chiamato indignatio, sdegno ma anche odio, egli infatti odia i ricchi, coloro che provenienti dal basso si sono arricchiti, odia i greci e gli orientali, ma in lui è presente anche una forte xenofobia. Giovenale distingue nella popolazione due fasce: i ricchi e i poveri, i primi sono coloro che vivono in maniera lussuosa, e sono superbi, schiacciano i poveri, li maltrattano e godono nel far ciò. Giovenale a questo proposito ribalta un altro luogo comune secondo il quale alla ricchezza deriva la corruzione, dice invece che dal delitto e dall’ingiustizia deriva la ricchezza. I temi delle satire: si professa contro la perversione, contro la parità dei sessi, e contro la lussuria che egli dice sono forme caratteristiche delle classi più alte. Ad esempio ci parla in maniera sdegna degli uomini effemminati e della donna che per lui è creatura diabolica, perversa, fonte di tutti i mali per l’uomo. Un altro tema è il disgusto per la metropoli cittadina , per Roma, di cui egli sottolinea il caos convulso, e a questo disgusto si unisce l’amara constatazione che in Roma accanto agli edifici splendidi dove risiedono i ricchi, ci sono le catapecchie dei poveri, è la consapevolezza di tale decadenza che fa dipingere a Giovenale il mondo della campagna che per lui non è una soluzione ai mali. La satira di Giovenale è di denuncia e non educativa, egli testimonia la realtà del tempo, ma non propone soluzioni perché dice che la corruzione ormai ha toccato il fondo ed è tale e tanta che non si può ne andare oltre ne tornare indietro. La sua poesia è quasi sempre indignata, ma quando si fa più pacata perde le sue caratteristiche vitali. Nonostante la satira sia un genere umile, l’indignatio costringe Giovenale a far uso di uno stile più elevato.

Differenze con Orazio


Orazio giudica e vede con comprensione i difetti degli uomini, Giovenale aggredisce gli individui con l’animo insofferente di chi si ribella alla società di cui fa parte. Le sue satire hanno un carattere sociale, ma anche politico, derivante dal fatto che è proteso nostalgicamente verso il passato.

Stile


Consiste in un crudo e potente realismo , perseguito con mezzi semplici, ma efficaci, ad esempio al sola scelta del sostantivo e del verbo perché nel verbo sa accumulare la forza generatrice di più aggettivi; il periodare è spezzato e il tono e sostenuto e concitato.

Marziale


Marziale nasce in Spagna tra il 38 e il 42 dc. Venuto a Roma nel 64, conduce una vita modesta, da cliente. Svolge anche attività poetica d’occasione, componendo e recitando i suoi epigrammi per feste e altre ricorrenze. Raggiunge presto una certa notorietà: già nell’80 gli viene commissionata una raccolta di epigrammi per celebrare l’inaugurazione dell’Anfiteatro Flavio. Dall’84-85 comincia pubblicare regolarmente i propri componimenti in libri. Sembra però che non gliene venissero consistenti vantaggi economici. Nell’87 decide di lasciare Roma per tornare nel paese natale, dove muore verso il 104.

Epigrammi


Di Marziale ci resta una raccolta di Epigrammi in 12 libri, composti e via via pubblicati tra l’86 e il 102. A questi vanno aggiunti un altro libro a parte, il Liber de spectaculis composto nell’80, e i due libri di Xenia (“i doni per gli ospiti”) e Apophoreta (“da portar via”), raccolte di distici che accompagnano i doni che si inviavano durante le feste dei saturnali, e i doni che si offrivano ai convitati durante i banchetti.

L’origine dell’epigramma risale all’età greca arcaica dove la sua funzione era essenzialmente commemorativa: era inciso ad esempio su pietre tombali, o su offerte votive, a ricordare una persona, un monumento, un luogo o un evento famoso. In età ellenistica però l’epigramma, pur conservando la sua caratteristica brevità, mostra di essersi emancipato dalla forma epigrafica e dalla destinazione pratica: è un tipo di componimento adatto alla poesia d’occasione, a fissare nel giro di pochi versi l’impressione di un momento, di un piccolo avvenimento quotidiano. I temi sono di tipo leggero: erotico, simposiaco, satirico-parodistico, accanto a quelli più tradizionali, ad esempio di carattere funebre. Marziale contrappone la mobilità e la varietà dell’epigramma alla pesantezza dei generi illustri come l’epos o la tragedia, accusandoli di tenersi lontani dalla realtà della vita quotidiana. È proprio il realismo che Marziale rivendica come tratto qualificante della propria poesia. Ma, a dire il vero, Marziale osserva lo spettacolo della realtà e dei vari personaggi che ne occupano la scena con l’occhio deformante della satira che ne accentua i tratti grottesche e li riconduce a tipologie ricorrenti. L’atteggiamento del poeta è quello di un osservatore attento ma per lo più distaccato, che raramente si impegna nel giudizio morale e nella condanna: una satira sociale priva di asprezza, che di fronte allo spettacolo assurdo del mondo cui si trova ad assistere preferisce il sorriso all’indignazione risentita e tutt’al più ama vagheggiare qua là una vita fatta di gioie semplici e naturali, di passatempi tranquilli e affetti sinceri, un sogno che assume talora gli idillici contorni della patria spagnola.

I temi degli epigrammi di Marziale sono vari, e investono l’intera esperienza umana: accanto a quelli più radicati nella tradizione, altri riguardano più da vicino le vicende personali del poeta o il costume sociale del tempo.

Ma in generale, rispetto alla tradizione greca, l’epigramma di Marziale sviluppa l’aspetto comico-satirico. In ciò Marziale continua un processo avviato da un altro epigrammista, il greco Lucillio, che aveva fatto largo spazio a personaggi caratterizzati da difetti fisici, a tipi e caratteri sociali rappresentati comicamente. Ma da Lucillio e Marziale ricava anche alcuni procedimenti formali caratteristici, come la tecnica della trovata finale, la battuta che chiude in maniera brillante (l’aprosdoketon o “inaspettato”).

Una scelta di poesia realistica come quella praticata da Marziale comporta un linguaggio e uno stile che sappiano aprirsi alla vivacità dei modi colloquiali e alla ricchezza del lessico quotidiano. Accanto ai termini che designano la realtà umile e ordinaria, Marziale si compiace di introdurne altri osceni. Ma un poeta duttile come Marziale sa alternare forme espressive molto varie, passando da toni di limpida sobrietà ad altri di maggiore eleganza e ricercatezza.

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