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Epica: deriva dal greco epos che significa "parola, discorso, poesia". In Grecia definiva un tipo di poesia in esametri (è il verso proprio dell’epica).
L’epica latina trae spunto dal suo corrispettivo greco rappresentato da autori quali Omero (Iliade, poema guerresco per eccellenza, ed Odissea, poema del viaggio) e Apollonio Rodio (Argonauti), Callimaco, Esiodo.

L’epica è presente nella letteratura latina fin dalle origini: ricordiamo Livio Andronico (III sec a.C.) che curò una versione in saturni (metro tipico romano) dell’Odissea.
Poco dopo, tra il III-II sec a.C., Nevio e Ennio si dedicarono al filone dell’epica storica per celebrare le gloriose imprese del popolo romano e per esaltare i suoi ideali; essi trattarono di eventi recenti e contemporanei nobilitandoli con l’uso del mito. Accanto al filone storico ed eroico, fioriscono gli epilli(vedi carme 64 di Catullo) e il poema didascalico di argomento scientifico-letterario (vedi De rerum Natura di Lucrezio). Nell’epos vero e proprio, quale genere con uno stile alto o sublime, s’inserisce ovviamente l’Eneide di Virgilio che riesce a conciliare l’impostazione e l’impianto narrativo dell’Odissea e dell’Iliade (formularità) nonché la componente amorosa propria delle Argonautiche, e le Georgiche (dello stesso autore), esempio tipico di poema didascalico che risente dell’influsso alessandrino. Accanto a queste due opere ricordiamo le Metamorfosi di Ovidio che si riallacciano alla tradizione epica mitologica inaugurata dalla Teogonia di Esiodo.

Nell’età Neroniana (54-68 d.C.) il filone stoico ebbe uno sviluppo importante e innovativo per Lucano il quale tratta nel suo Belllum civile la guerra tra Cesare e Pompeo eliminando l’apparato mitologico che solitamente sorregge il poema epico. Anche nell’età dei Flavi (ultimo decennio I sec.) fu ampiamente coltivato con le opere di Stazio e Flacco.

Fin dalle origini l’epica, destinata a diventare il genere poetico più importante a Roma, fu modellata secondo i caratteri formali di quella greca, non solo omerica ma anche di età ellenistica.
Tipicamente romani sono, invece, la materia e i valori dei quali essa si fece portavoce: l’epica latina presenta un carattere spiccatamente nazionalistico, nel senso che celebra sempre le virtù del popolo e dei personaggi che resero grande Roma. All’intento celebrativo indirizzò subito il racconto epico sviluppando temi storici, anche per il profondo impatto emotivo provocato dall’esito delle guerre puniche che imposero Roma come nuova potenza nel Mediterraneo. Così, all’epica venne affidato anche il compito di propagandare il sistema di valori sui quali si fondava la grandezza di Roma e che coincideva sostanzialmente con quello del ceto dominante, l’aristocrazia senatoria prima, il principato di Augusto poi.

Il Primo poema epico latino risale alla seconda metà del III sec. a.C.: Livio Andronico traduce in saturni, il metro locale, l’Odissea. La sua versione dell'Odissea non è una traduzione letterale, ma una «traduzione artistica», in cui, il testo omerico veniva rielaborato alla luce di esperienze culturali successive.

Con Nevio l’epica latina entra nel vivo della storia: il suo Bellum Poenicum non nasce all’interno della scuola, ma dall’esperienza del suo autore che aveva partecipato alla prima guerra punica. Al tema storico si unisce nel poema quello mitico della fondazione di Roma secondo uno schema che rimarrà caratteristico della poesia epica latina.
Se Livio Andronico fu il creatore di un linguaggio epico, è a Nevio che si deve la nascita di quello che può dirsi senz'altro il contenuto più tipico dell'epica romana, che differenzia quest'ultima dalla tradizione greca e ne fa una creazione originale: il rapporto fra mito e storia. Il mito si precisa come mito delle origini di Roma, la storia è la storia contemporanea.

La linea di continuità che lega Livio Andronico e Nevio si spezza con Ennio, colui che alle generazioni successive, prima che Virgilio componesse l'Eneide, sarebbe apparso il vero grande poeta epico nazionale. Come Nevio, Ennio sceglie come argomento del suo poema, gli Annales, episodi di storia nazionale; ma, come indica chiaramente il titolo, non opera una selezione di fatti da raccontare ma si rifà alla tradizione annalistica del racconto anno per anno. Nella sua epica si ebbe la convergenza di più esigenze che egli avvertiva contemporaneamente: da un lato, il ritorno alla grande poesia omerica, chiamata ad imprimere alla nascente epica latina il crisma dell'ufficialità; dall'altro, la grande consapevolezza di letterato aperto alle più varie esperienze, che lo conduceva ad aderire alla nuova poetica alessandrina; dall' altro ancora, l'ambizione di essere un poeta nazionale.

Nelle mani di Lucano il poema epico stravolge le caratteristiche che gli sono state proprie a Roma, fin dai tempi di Nevio e Ennio: da monumento eretto a testimonianza delle glorie nazionali si trasforma in denuncia della guerra fratricida, del sovvertimento di tutti i valori morali, dell’avvento del regno dell’ingiustizia. Lucano sembra proporsi la sistematica confutazione del modello virgiliano mediante una sorta di ribaltamento delle sue affermazioni, una ripresa a “rovescio”: una tecnica allusiva che offre la possibilità di elaborare in forma diversa lo stesso materiale fornito dal modello. Ciò serve a dare voce a contenuti di profonda indignatio nei confronti del modello: è come se Virgilio avesse perpetuato un inganno, coprendo con un velo idilliaco una realtà tragica e sconfortante: la fine della libertà romana e la trasformazione da res publica in dominatio. (da saggi di Emanuele Narducci su lo studio di rapporti tra Bellum civile e Eneide)

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