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Vir bonus, dicendi peritus
L’arte dell’oratoria deriva dal latino “orator” da “os, oris”, che significa bocca.
Nell’antichità rappresentava l’unico mezzo di comunicazione che era comprensibile alle masse, essenziale per la vita politica e privata.
L’orator, colui che possiede l’arte della parola, aveva il compito di:
• Docere, dimostrare
• Delectare, divertire il pubblico
• Movere animum, persuadere il pubblico

Nell’arco di tempo in cui Roma espande i suoi territori verso il bacino del Mediterraneo si attua una profonda evoluzione sociale, politica e culturale.
In opposizione alla corrente filoellenica e modernatrice del “Circolo degli Scipioni” Catone è l’esponente della parte conservatrice, che in nome dei mores maiorum si oppone ai cambiamenti.

Egli è il primo grande oratore dell’età arcaica. Gli antichi ci tramandano che avesse straordinarie qualità oratorie le quali gli permisero di divenire un modello per i suoi posteri, dando le basi per la nascita di un nuovo genere letterario a Roma: l’oratoria.

Catone compilava una versione scritta delle sue orazioni, la maggior parte delle quali non pubblicate.
Ci sono pervenuti circa 250 frammenti delle orazioni catoniane, conosciamo diversi titoli di orazioni, incentrate soprattutto su questioni politiche, interne ed estere. Le più importanti sono:
• Orazione per la Lex Oppia, composta nel 195 a.C. con lo scopo di mantenere in vigore la legge che limitava il lusso delle matrone romane, approvata in seguito alla battagli di Canne, poi abrogata a causa delle proteste delle donne;
• De consulatu suo, con questa orazione Catone difese il suo consolato. ( 191/190 a.C. );
• De sumptu suo, del 194 a.C., composta con intendi encomiastici;
• Orazione tenuta ad Atene nel 195 a.C. , Catone, in missione diplomatica, parlò in latino per sottolineare il nuovo ruolo della sua lingua nella diplomazia internazionale;
• Contra Minucium Thermum, polemica contro Minucio Termo che si era comportato male con i Liguri;
• Pro rodhiensibus, in cui Catone si oppone al progetto di punire i Rodesi, accusati di essersi schierati con i Macedoni nella guerra contro i Romani. ( 167 a.C. )

Nelle sue orazioni Catone traccia un ritratto del buon civis Romanus, che dovrebbe essere parsimonioso, impegnato nella lotta contro il lusso e la degenerazione dei costumi, dedito all’attività politica; qualità che egli sostiene di racchiudere in se stesso.
Nella figura dell’oratore egli dimostra chiaramente la su romanità.
Nei “Libri ad Marcum filium” Catone definisce l’oratore quale
“vir bonus, dicendi peritus”, “ uomo di valore, esperto nel dire”.

L’aggettivo bonus denota la necessità dell’oratore di possedere buone qualità,di essere depositario dei mores maiorum.
Egli è un costruttore di messaggi, guida del suo popolo, deve convincere l’ uditorio tramite le sue parole, perciò non può che essere onesto.
Catone è certo che per svolgere in modo adeguato un’attività è d’obbligo conoscere regole e strumenti;
dunque la “peritia” , l’essere esperti, è fondamentale, anche se secondaria alla qualità della “bonitas”.

L’oratoria catoniana è legata alla “res”, alla verità che l’oratore è tenuto a trasmettere quindi si può definire pragmatica, ovvero realistica; infatti alla base di qualsiasi discorso vi è la conoscenza approfondita dell’argomento.
Con l’affermazione che Catone rivolge al figlio
“Rem tene, verba sequentur”, “se possiedi bene il contenuto, le parole verranno da sole”, tale concetto viene esplicitato: se l’oratore ha una conoscenza sicura dell’argomento non avrà difficoltà a trovare le parole giuste da usare, che verranno in modo naturale.
Le parole sono strumento per trasmettere messaggi morali, non vengono usate per falsificare; dunque si può ben capire come Catone si distacchi dall’uso eccessivo di artifici retorici che hanno lo scopo di abbellire esteriormente per prediligere uno stile semplice e conciso, disadorno, paratattico, caratterizzato da frasi taglienti di influsso greco.
Analizzando le sue opere si può però constatare come l’autore conosca a fondo le tecniche della scrittura e faccia uso di diversi artifici stilistici usati dai retori greci, i quali nel 161 a.C. verranno cacciati da Roma ad opera dello stesso.

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