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I carmina
Il fatto che la letteratura a Roma nasca solo nel 240 a.C non significa certo cheprima di questa data nessun cittadno conoscesse o praticasse qualche forma di attività poetica, ma che a tale attività mancava la dimensione letteraria. I componimenti, cio, che non venivano scritti, ma che erano ripetuti e tramandati oralmente, non si inserivano in un sistema letterario compiuto, ma erano finalizzati di volta in volta al rituale, all'invocazione degli dei, al motto mordace, al divertimento conviviale o festivo, al rafforzamento de vincoli sociali attraverso la memoria delle imprese degli antenati e così via. I romani chiamavano Carmina tali compoimenti e includevano in questa definizione sia quelli scritti in verso saturnio che quelli scritti in prosa. Il senso più comune del termine Carmina, infatti, è "poesia, composizione poetica". Distintiva dei Carmina arcaici non era il metro, ma piuttosto lo stile, fatto di continue assonanze e di ripetizioni formali, che producevano una sorta di cadenza ritmica che ne facilitava la memorizzazione. Esistono vari tipi di Carmina come ad esempio: il Carmen Arvale, il Carmen Saliare e i Carmina Triumphalia.

Carmina Arvales
Il collegio dei dodici Fratres Arvales aveva compiti di carattere agrario, legati alla fertilità ed alla difesa dei terreni. Nei Carmen sono invocati i Lari, gli dei del focolare, Marte ed i Sermoni anch'essi divinità agresti. Lo stile è quello tipico dei carmina rituali, ricco di ripetizioni e di fgure di suono, come omoteleuti ed allitterazioni.

Carmina Saliaria
La confraternita dei Salii era formata da dodici sacerdoti di Marte, che portavano in processione due volte all'anno un ancile (uno scudo di bronzo) che, per i Romani, era come una sorta di talismano. Di questi Carmina Saliaria conoscimo solo singole parole ed alcuni versi.

Carmina Triumphalia
Il comandante vittorioso in una campagna militare aveva il diritto di essere acclamato Imperatore dai suoi soldati e, tornato a Roma, di celebrare una grande festa, dai risvolti insieme politici e religiosi, il trionfo. Vestito con una toga color porpora e con altri accessori regali, come ad esempio la corona di alloro e lo scettro, che servivano a renderlo come Giove, l'Imperatore guidava il corteo formato da soldati, da una parte del bottino e dai prigionieri. Il Corteo attraversava il Campo di Marte sino al Foro. Si trattava del più alto onore cui un cittadino romano poteva aspirare ed era concesso ai soldati un atto apotropaico che rientra nella concezione romana della religione, quello cioè di rintuzzare la malasorte indirizzando al trionfatore motti ironici e scherzi, con doppi sensi spesso assai volgari ed offensivi, che servivano a ricordare all'Imperatore i sui difetti e le sue debolezze. Non è rimasto nulla dei carmina triunmphalia.

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