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Commento a "Ode su un' Urna Greca" di John Keats

L'ode descrive sostanzialmente la reazione del "narratore" (con ogni probabilità Keats stesso) di fronte alla bellezza e suggestività di un'opera d'arte greca, considerata come sublime e perfetta manifestazione del genio umano.

Nella prima stanza, viene fornita una descrizione della reazione immediata del narratore al primo impatto con l'urna greca cui si trova di fronte (ed alla quale si rivolge apostrofandola, come fosse un essere vivente): è immediatamente percepibile un senso di riverenza, di meraviglia. Nella seconda parte della stanza, inizia una serie di domande: il narratore, che ha precedentemente ha chiamato l'urna "Narratrice", si chiede chi siano quelle figure rappresentate sull'urna stessa, quali leggende narrino, da dove vengano. Il narratore entra poi più nel dettaglio: probabilmente uno dei rilievi rappresenta un gruppo di uomini che inseguono delle donne.

Nella seconda stanza, il narratore si sofferma su un'altra immagine dell'urna, che rappresenta un giovane che suona un flauto. Il narratore si rivolge al ragazzo, affermando che le melodie inascoltate sono più dolci di quelle mortali, poiché il tempo non può alterarle. Inoltre, dice al ragazzo che non deve addolorarsi per il fatto che non potrà mai raggiungere e baciare la sua amata, poiché la sua bellezza non svanirà mai (l'opera d'arte ha infatti cristallizzato quel momento).

Nella terza stanza, il narratore osserva gli alberi che circondano gli innamorati, ed è felice, poiché questi non perderanno le loro foglie, e perché l'amore non finirà mai, al contrario dell'amore mortale, che pian piano scivola nella "vivente passione umana", per poi svanire, lasciando solo "il cuore addolorato e sazio, La fronte in fiamme, secca la lingua".

Nella quarta stanza, viene esaminata un'altra immagine, che rappresenta un gruppo di contadini che conducono una giovenca al sacrificio. Il narratore si chiede dove stiano andando queste persone, e da dove vengano. Immagina una piccola città, le cui strade rimarranno per sempre vuote, poiché i suoi abitanti sono ora immobili sull'urna.

Nell'ultima stanza, il narratore si rivolge nuovamente all'urna, dicendo che essa, come l'Eternità, "tormenta e spezza la nostra ragione". Egli pensa che, una volta che la sua generazione si sarà estinta, l'urna rimarrà, e conserverà per i posteri la sua enigmatica lezione: "Bellezza è verità, verità bellezza". Il narratore dice che questo è tutto ciò che l'urna sa, ed è tutto ciò che deve sapere.

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