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SOFOCLE PROBULO E IL GOVERNO DEI QUATTROCENTO.
IL FILOTTETE

(Il governo dei quattrocento è il primo esperimento oligarchico, il secondo esperimento oligarchico avverrà nel 403 dopo la sconfitta di Atene ad Egospatami per mano di Lisandro Spartano, nel 404).
Abbiamo visto come Sofocle fosse dedito alla vita cittadina a differenza di Euripide che se n’è tenuto ai margini: l’ultima carica che ricoprì a servizio di Atene fu quella di Probulo nel 413. dopo il disastro della flotta ateniese a Siracusa fu assegnato il compito di far fronte ad una situazione chiaramente grave all’indomani del disastro Siciliano al collegio dei probuli:si tratta di una magistratura che ha poteri superiori a quello del consiglio(dei 500) preordinato “per assumere decisioni politiche” come dice Tucidite. Secondo Aristotele tale magistratura è proprio tipica dell’oligarchia(Politica). Si tratta di un organismo non permanente ma appunto legato ai provvedimenti straordinari richiesti dal grave aumento: primi fra tutti, precisa Tucidite, (VIII,1, 3)la ricostruzione della flotta, l’approvvigionamento della città e il controllo sugli alleati; il popolo commette Tucidite, come suole nei momenti di pericolo “Era pronto ad una condotta disciplinata. Vi è dunque nell’inverno 413-412 una consapevole autodisciplina popolare sotto la guida dei dieci anziani tra i quali l’ottantacinque Sofocle.

Questo stato di cose durò anno e mezzo fino all’instaurazione nel maggio-giugno 411 dell’oligarchia detta dei 400. Sulla presa del potere da parte oligarchica abbiamo due racconti quello di Tucidite e quello di Aristotele nella Costituzione di Atene.
Quello Tuciditeo pone l’accento sulla dinamica del colpo di stato sull’azione cioè efficace dei congiurati. Una descrizione puntuale che in alcuni tratti fa pensare ad una testimonianza diretta oculare di Tucidite(a questo proposito consultare il mistero di Tucidite di Canfora).
Aristotele invece fa un racconto inquadrato in una storia della trasformazione costituzionale dello Stato Ateniese. Come dice bene il Willamovitz : i probuli dovevano restaurare lo spirito pericleo e invece per debolezza passarono la mano all’oligarchia. Effettivamente i probuli o per passività o per pazza ingenuità politica crearono le premesse perché il colpo di stato dei Quattrocento si realizzasse .
Caduta l’oligarchia dopo circa quattro mesi di governo inefficace nella tarda estate del 411 alcuni dei capi fuggirono altri come Antifonte restarono in Atene e furono condannati a morte. Antifonte, in questa occasione, pronunciò un’orazione oggetto di ammirazione di Tucidite che elogiò la sua δεινοτής (abilità). Pisandro uno dei responsabili tentò di coinvolgere nel processo anche Sofocle il quale come leggiamo nella retorica di Aristotele, riconosce la sua responsabilità nell’aver creato le premesse per il colpo di stato aggiungendo “ in quel momento non c’era di meglio”.
Mentre ad Atene c’era il governo dei Quattrocento nell’isola di Samo si era formata una specie di contro-stato una sorta di Atene in esilio con i suoi organismi politici e con un suo collegio di dieci strateghi così in quegli anni risultano ben due collegi: gli strateghi di Samo e quelli dell’oligarchia ad Atene. Fu proprio allora che quei marinai e quei comandanti come Trasillo che all’oligarchia non si erano mai piegati si erano resi promotori di grandi vittorie navali nello Stretto dei Garganelli(Sesto Abido Cizico) 470.
A Samo erano state aperte le porte ad Alcibiade, l’esule che era stato condannato in contumacia per lo scandalo dei Misteri eleusini il quale si era tenuto fuori dalla trama oligarchica. Nel 409 si instaura la democrazia ad Atene grazie a queste vittorie navali e tutte le speranze sono puntate su Alcibiade ancora esule ma da più parti invocato. Lo stesso Teramene che aveva preso parte egli stesso al governo dei Quattrocento e nel contempo aveva abilmente pilotato la liquidazione del governo dei Quattrocento più volte aveva invitato Alcibiade a tornare ad Atene e proprio per questo motivo aveva fatto votare un decreto. Ma Alcibiade non si fidava di Teramene “l’abile coturno” così veniva soprannominato per la straordinaria ambiguità politica. Alcibiade dunque non tornò subito ad Atene; anzi grazie a quelle vittorie navali Atene riebbe il dominio sugli stretti eeed impose il dazio a tutte le navi in transito dal e per il Mar Nero e anche consentì che il grano potesse arrivare ad Atene dalla Crimea.
Nelle Dionise del 409 Sofocle rappresenta il Filottete, quella delle Dionise del 409 è una cerimonia politicamente importante perché comprende l’incoronazione di Trasibulo, un meteco che in questa occasione ricevette il dono della cittadinanza ateniese. Era presente anche Trasillo in questa cerimonia ma il grande assente era Alcibiade il quale giustamente non si fida dell’invito del coturno Teramene e rientrerà ad Atene nel 408. Ciò che lo trattiene lontano da Atene nonostante ad Atene si era instaurata la democrazie e la città aveva votato per il suo ritorno, è la delicata questione della condanna per empietà. Una condanna per empietà di non estinguersi mai e di ridiventare un domani operante (come infatti capiterà ad Andocite pur dopo l’amnestia generale del 403 proprio per gli stessi reati): finchè la macchia non è lavata chiunque potrà nuocergli, del resto le potenti famiglie sacerdotali di Atene avevano reagito con veemenza all’ipotesi di un rientro di Alcibiade ed avevano scongiurato di non farlo rientrate tale era l’enormità dei suoi misfatti nella faccenda dei Misteri (Tuc VIII, 53) ecco perché Alcibiade ha considerato con sospetto l’eventualità di rientrare in virtù di un semplice provvedimento di amnestia, , inspirato da Teramene. Mai come in questa faccenda politica e religione si sono intrecciate dal primo momento.
Nei mesi in cui campeggia il problema Alcibiade e si sviluppa l’azione peer il suo rientro, Sofocle mette in scena nelle Dionise del 409 il Filottete: un dramma il cui tema richiama alla mente di utti il problema del giorno, ossia il rientro di Alcibiade. La trama è molto semplice.
Filottete, l’eroe che ha ereditato da Eracle iol prodigioso arco è stato abbandonato nell’isola di Lemno perché reso innavicinabile dalla piaga purulenta e e maleodorante procuratagli dal morso di un serpente. Dopo la fine della lunga guerra però (è proprio qui ha inizio l’azione del dramma di Sofocle) essi devono mandarlo a prenderlo perché secondo un Vaticinio, il Vaticinio di Eleno, figlio di Priamo e prigioniero dei Greci, solo per opera sua Troia potrà essere conquistata.
Vengono incaricati per questa azione l’astuto Odisseo e Neottolemo, si è osservato che la missione all’inizio non appare del tutto chiare: si potrà portare a Troia Filottete con l’arco o soltanto l’arma?.
Questo dato nella tragedia è stato mantenuto volutamente incerto; un oscillazione questa giudicata da Willamovitz “urtante” e che Sofocle fa emergere un poco alla volta il contenuto del Vaticinio di Eleno e fa in modo che solo alla fine emerga che è necessario Filottete in persona e non solo il suo arco, per vincere.
L’allusione alla necessità della persona in Atene dio Alcibiade non potrebbe essere più chiara. Il riferimento ad Alcibiade appare chiaro quando Eracle esortò Filottete a raggiungere il campo Troiano dove sarà liberato dal male e combatterà insieme a Neottolemo come un leone. Con la prima espressione, con chiarezza Sofocle fa riferimento alla condanna in contumacia dei misteri. Nella seconda espressione con la definizione di leone si adatta bene ad Alcibiade che nelle Rane di Aristofane veniva designato come l’erede di Pericle, un cucciolo di Leone.
Il dramma pertanto riveste un significato allusivo attuale:gli spettatori potevano riconoscere in Odisseo il troppo abile Teramene giacchè era stato un leader dei Quattrocento e poi promotore del rientro di Alcibiade. Nel giovane leale Neottolemo potevamo ravvisare Trasillo che aveva giurato fedeltà nella democrazia dei marinai di Samo, il restauratore della democrazia di Atene e il vincitore con Alcibiade negli stretti.
Così Sofocle con questo dramma prende le distanze da Teramene-Odisseo e si schiera per la democrazia restaurat, per una democrazia che abbia in Alcibiade una guida sicura. È un necessario chiarimento voluto da Sofocle che in qualità di probulo aveva contribuito ad avallare il governo oligarchico dei Quattrocento con il pressante invito rivolto nel dramma al Filottete-Alcibiade; raggiungere il campo troiano, Sofocle intende rivolgersi allo stesso Alcibiade che come cucciolo di leone è degno erede della politica democratica periclea.
Nel dramma del Filottete, Odisseo e Neottolemo appaiono come due figure contrastanti, l’uno ingannatore, malvagio e astuto che cerca di ingannare Filottete per strappargli l’arco, l’altro invece nobile,leale e generoso che di fronte alle sofferenze di Filottete confessa la menzogna. Il dramma è risolto con la figura del Deux ex machina con l’apparizione di Eracle; Eracle con la sua parola mette fine alla resistenza di Filottete, lo esorta a raggiungere il campo troiano con l’arco.
Il periodo in cui visse Sofocle è il periodo della sofistica. Oran nel campo dell’educazione gli spiriti erano divisi: gli uni restavano fedeli all’antica concezione aristocratica che la natura innata (φυσις) decide dell’azione dell’uompo mentre i sofisti come Antifonte ponevano l’accento sull’educazione.
Ora il Filottete è un dramma che si professa a favore dell’’antica concezione ellenica aristocratica che troviamo in Pindaro: “molto si vale per altezza innata di spirito. Ma chi ha soltanto imparato è un uomo oscuro”.(Nemea 3,40). Senza dubbioNeottolemo si trova in una situazione tragica in questa missione perché al servizio di Odisseo fa violenza alla propria natura e si sottrae un compito che potrebbe assolvere soltanto al prezzo della distruzione del suo interno valore.
Egli stesso dice: “tutto è odioso quando si abbandona la propria natura”.
E quando ha restituito l’arma a Filottete questi dice: “tu hai manifestato il carattere da cui sei cresciuto”.
Il Filottete pertanto può essere giudicato come il dramma della φυσις indistruttibile. La trama del Filottete si trova anche in Eschilo e in Euripide,li il coro era formato da abitanti di Lemno; Sofocle, invece introdusse un’innovazione importantissima facendo di Lemno un’isola deserta.
Così il Filottete non è soltanto l’eroe escluso dalla comunità dei Greci ma anche insofferente che trascina in solitudine un’esistenza miseranda procurandosi di che vivere con la sua anima.

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