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Medea

Medea si trasforma in un certo qual modo, all'interno dell'opera. Essa passa dall'essere una fanciulla pudica e indifesa nel III libro, piena di paure e insicurezze, ad essere innamorata e pronta a tutto nel IV libro, spietata al punto tale da uccidere il suo stesso fratello. Infatti, mentre è Giasone che, grazie al suo aiuto uccide il fratello di lei Apsirto, è lei quella che si copre gli occhi in un gesto enormemente ipocrita, come per non vedere il crimine di cui si è commessa. Ma ciò che serve a poco: il sangue di Apsirto infatti arriva a macchiarle il vestito, segno che è anche lei responsabile e partecipe al delitto dell'amato. Si compie così per lei un vero e proprio rito di iniziazione: Medea diviene da questo momento in avanti portatrice di morte.
Molto ha lavorato Apollonio Rodio, nell'intessere la psicologia della sua protagonista. La più grande introspezione dedicatale si trova nel libro III, prima sotto forma di monologo (in cui la principessa passa la notte insonne, combattuta dal desiderio di aiutare l'amato e l'obbedienza al padre), poi sotto forma di sogno (in cui le sopraggiungono tutta una serie di elementi premonitori).

Ella è come un farmacon, veleno e rimedio al tempo stesso: così lei, salvifica e rovinosa insieme, lacerata tra il pudore e il desiderio di Giasone, per cui si innamora a prima vista nel palazzo reale e per cui poi ha il suo turbamento, nel tempio di Ecate (chiarissimi in questi due brani i richiami a Saffo), ove Medea, barbara, sa di essere fuori ai valori di Giasone, che tenta di 'rassicurarla' raccontandole la storia di Arianna e Teseo.

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