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La questione omerica

La questione omerica inizia con la contestazione da parte dell'abate d'Aubignac sulla reale esistenza del poeta Omero. Successivamente questa idea fu ripresa da Giambattista Vico, che sosteneva che i poemi omerici fossero un'opera collettiva, cioè fosse il frutto dell'ingegno di vari poeti nel corso dei secoli. Wolf sosteneva un'ipotesi simile, quando nel 1795 affermava che Omero in realtà non è mai esistito e che l'Iliade e l'Odissea siano il risultato dell'unione di entità minori, ovvero che ogni canto era stato composto da un autore diverso e poi tutti i lavori singoli erano stati compattati in due grandi opere collettive. Durante l'800 invece prevale una nuova linea di pensiero concernente la questione omerica: la tendenza analitica. Si tende quindi ad individuare gli strati che dovevano comporre i due poemi. Questa analisi riprendeva le tesi della stratificazione linguistica e dei canti, secondo cui col passare dei secoli all'opera originale si erano sovrapposti vari cambiamenti, soprattutto sul piano della lingua. Infatti in Omero troviamo termini e parole derivate da vari dialetti distanti tra loro sia nello spazio che nel tempo, e inoltre riferimenti a usi, costumi, oggetti, fatti e persone appartenenti a periodi storici diversi da quello narrato e di composizione. Ad esempio il carro viene usato in Omero come una specie di “taxi” per spostarsi sul campo di battaglia. Noi invece sappiamo dalle fonti che a quei tempi il carro veniva usato anche durante i combattimenti, che non erano solo corpo a corpo. Questo ci fa capire che all'epoca della composizione dei poemi si era ormai perso il ricordo dell'uso originario del carro sul terreno di battaglia.

Dopo la tendenza analitica ci fu un ritorno alle origini, Schadewaldt e i critici unitari sostenevano infatti che l'Iliade è talmente complessa e piena di riferimenti interni che deve per forza essere frutto di un'unica persona. Nel '900 lo studioso Parry si concentra invece sulla composizione orale, analizzando l'opera dei cantori serbi che sebbene analfabeti ricordavano a memoria migliaia di versi, e scopre il linguaggio formulare, necessario per facilitare la memorizzazione. Si sposta quindi l'interesse dalla figura dell'autore ai meccanismi della poesia orale.

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