Poeti elegiaci

Nonostante Archiloco oltre ai giambi aveva composto anche carmi in distici elegiaci, i poeti elegiaci veri e propri che si specializzarono in questo genere letterario furono: Callino, Tirteo e Mimnermo.
Il nome del poeta che ‘inventò’ l’elegia è ancora discusso ma alcuni studiosi pensano che questa invenzione debba essere attribuita a Callino in quanto il poeta viene collocato negli stessi anni di Archiloco se non anche qualche anno prima.

Callino

Nacque a Efeso e visse nella metà del VII secolo a.C. E’ possibile risalire a questa data in quanto in alcuni frammenti lui ricorda l’invasione dei Cimmeri e dei Treri nelle colonia greche dell’Asia Minore e, con l’invocazione a Zeus, sappiamo che si tratta della Lidia che i barbari invasero intorno al 657 a.C. La poesia di Callino si specializza nell’attualità politica e nell’esortazione alla lotta, per questo viene definita “elegia parenetica”. Nonostante ci resti sono qualche distico e un solo testo abbastanza lungo, da questi carme emerge una personalità votata alla difesa della patria infatti, molto ricorrente, è l’esaltazione di chi combatte con eroismo. Per quanto riguarda i TEMI su cui scrive Callino sono riconducibili a quelli del duello eroico tipico dell’epos difatti troviamo la vergogna per chi non combatte in momenti di pericolo, l’onore del combattente e il destino di morte che incombe su tutti solo che, chi muore in battaglia, sarà onorato come un semidio a differenza di chi muore in casa di cui nessuno si ricorderà.

Tirteo

Tirteo nacque a Sparta e visse intorno al 640 a.C. nel corso della seconda guerra messenica; questo dato cronologico è lui stesso nei suoi versi a fornircelo scrivendo, appunto, che la prima guerra messenica fu combattuta due generazioni prima di lui. Le sue produzioni, che ci sono state fornite in elenco dal lessico bizantino Suda, sono la Costituzione spartana che narra la storia di sparta e dei suoi ordinamenti; alcune esortazioni; canti di guerra; e cinque libri di carmi. Nonostante anche in Tirteo ci sia un’ispirazione etico-parenetica, in lui la prassi del combattimento con la falange è una realtà ormai consolidata; infatti, per lui, l’oplita diventa una parte fondamentale della polis, sia dal punto di vista civile che militare. Le elegie di Tirteo non sono, come possono sembrare, canti di battaglia, in quanto, per quelli, erano utilizzati gli anapesti di marcia e composti in dorico, ma erano destinati al simposio seppur di battaglia e di guerra che si celebrava davanti alla tenda dei comandanti.

Mimnermo

Mimnermo, molto probabilmente, nacque a Colofone in Asia Minore e visse nella seconda metà del VII secolo a.C. , secondo la Suda, durante la 37° Olimpiade, avvenuta intorno al 630 a.C. Tra le maggiori innovazioni di Mimnermo, va ricordato l’elegia narrativa, ovvero l’uso del distico elegiaco per la narrazione di fatti storici. Nella produzione poetica di Mimnermo compaiono vari temi della tradizione elegiaca, tra cui l’attualità politica. Altri temi come l’amore, il mito di un suo eroico antenato che combatte i Lidi, la fondazione della città di Colofone e vari temi simposiali. non mancano, però, temi totalmente innovativi come la sua visione della vecchiaia, totalmente fuori dall’ordinario; infatti lui, a differenza dei poeti precedenti, identificava la vecchiaia come un disvalore in quanto ne segue la privazione del più grande piacere, l’amore. Egli ribatte più volte sulla caducità della giovinezza paragonandola alle foglie che, ad un certo punto, si ingialliscono e cadono. I frammenti di elegie attribuiti a Mimnermo sono testimoniati sotto due titoli: Nannò e Smirneide. La Smirneide doveva essere un’elegia narrativa che narrava la storia fra gli abitanti di Smirne e il re di Lidia; anche le elegie che vanno sotto il nome di Nannò hanno contenuti storico-politici. Una delle due opere viene indicata con l’espressione la “grande donna” ma, ancora, si è molto incerti riguardo a quale delle due possa alludere; in ogni caso, con la Smirneide Mimnermo introduce una novità assoluta che è quella dell’elegia narrativa.


Solone

Solone è il primo poeta ateniese di cui si ha memoria; considerato il “legislatore” per eccellenza, il suo impegno politico e le sue vittorie si riflettono nei suoi versi. I carmi che scrisse Solone sono ricchi di riferimenti autobiografici, per questo sappiamo che nacque ad Atene da una famiglia nobile intorno al 640 a.C. e diede alla città una vera e propria costituzione. A causa delle fazioni in lotta dovette fuggire in Egitto e poi a Cipro e morì all’età di circa ottant’anni. Secondo una delle tradizioni antiche, Solone conquistò Salamina, a quel tempo l’isola era contesa fra Atene e Megara, e ci riuscì esortando i cittadini ateniesi a riprendere con decisione le armi e allontanare la minaccia megarese dai porti ateniesi, come riferisce Plutarco, l’elegia composta da Solone per questa esortazione era di cento versi nella quale lui avrebbe finto di essere pazzo e li avrebbe declamati nella piazza ma non fu così. Molto probabilmente, questa fu una diceria frutto della propagando politica dei suoi nemici; inoltre, il carme, essendo un’elegia simpodiale, non fu di certo recitata in piazza. Ma egli non fu abile solo in politica estera ma anche in quella interna con alcune riforme mirate anche al benessere delle classi più basse. Sul piano monetario, eliminò i debiti e la schiavitù per debiti; sul piano delle istituzioni politiche, divise la città in quattro classi in base al censo così si vennero a formare i: pentacosiomedimni, che avevano una rendita di 500 medimni; i cavalieri con 300 medimni; li zeugiti con 200 medimni; e i teti con meno di 200 medimni. La prima classe aveva più diritti ma tutti, compresi i teti, potevano partecipare all’assemblea e al tribunale del popolo. La più lunga composizione conservata di solone è l’elegia alle Muse. Nella prima parte del carme, dopo l’invocazione, si susseguono in ordine sparso considerazioni etiche sul fatto che l’uomo desideri cose punibili dagli dei come ricchezza, felicità e fama. Nella seconda metà, invece, troviamo l’elenco di tutti i mestieri limitandosi, però, a quelli che legati alle arti e mestieri, in quanto Solone promuove un’etica aristocratica. Dell’elegia alle Muse sono state a lungo messe in dubbio, ingiustamente, l’unità e l’autenticità. Il pregiudizio più resistente riguarda l’unità, in quanto le idee e le immagini sono intrecciate con continue ripetizioni e salti in avanti e in dietro. Nel simposio soloniano, l’eros non poteva mancare e, ritroviamo anche, la difesa della vecchiaia che Mimnermo aveva svalutato.

Teognide

Abbiamo poche notizie su Teognide e, per lo più, fornite dai suoi versi. Sappiamo, però che nacque a Megara durante la 59° Olimpiade e che fu esiliato e da questo ne deduciamo che fosse un aristocratico. Le esortazione di Teognide riflettono un ideale educativo aristocratico, spesso rivolto all’educazione di un giovinetto nobile di nome Cirno. Tutti i suoi versi non costituiscono un’opera unitaria ma un corpus per il canto simposiale. Il corpus è diviso in due libri ed entrambi hanno come tema centrale l’amore omosessuale. Per la formazione di questo corpus, si deve pensare ad un nucleo centrale megarese e all’aggregazione di tutti gli altri versi attici, dove il corpus si sviluppò. L’identificazione di un nucleo centrale teognideo è legata al controverso problema della sfragis (in greco) cioè il “sigillo” che il poeta stesso afferma di aver apposto alla sua opera per evitare plagi e salvaguardarne l’identità. Purtroppo, però, non si è ancora capito in che consista questo sigillo ma, l’ipotesi più accreditata, è quella del vocativo Cirno, che compare in molte elegie. Il corpus, dall’ordine interno delle elegie, mostra segni della sua origine simposiale. Infatti, le prima quattro sono invocazioni agli dei, perché il simposio cominciava, appunto, con queste preghiere e poi la formazione di vere e proprie catene simposiali, destinate a essere cantate una dopo l’altra da simposiasti diversi. L’elegia di Teognide e del corpus comprende tutte le tematiche tipiche del genere simposiale. Il programma educativo sta al centro infatti nei suoi versi, Teognide educa Cirno ai valori ispiratori dell’azione politica. Lui condanna i matrimoni misti e la classe dei nuovi ricchi, con la quale dice che non bisogna vere nulla a che fare. L’eros è quasi tutto confinato nel secondo libro mentre nel primo c’è più elegia politica o etica. In ogni caso, Teognide tratta la poesia amorosa in modo diverso rispetto agli altri poeti simposiali. Adotta, infatti, un tono gnomico e si dimostra quasi ossessivamente impegnato nell’insegnamento. Per quanto riguarda invece la tematica matasimposiale, il corpus offre significativi richiami alla conversazione, cuore del simposio, vista nelle sue varie sfaccettature.

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