L'oratoria dicanica

È un aspetto dell’oratoria, che si occupa dei discorsi in tribunale. L’oratoria dicanica, o giudiziaria, si sviluppò ad Atene nel V secolo, nel momento in cui la democrazia ateniese raggiunse l’apice, prima dell’arrivo dei macedoni. I suddetti discorsi, nel caso in cui l’imputato non era in grado di scriverseli da solo, venivano composti dai logografi che, sotto compenso pecuniario, approfondivano la conoscenza del personaggio in modo da poterne mettere in luce nel discorso le doti morali. Un ‘espediente di cui i logografi facevano largo uso era mettere in risalto i difetti fisici: questo espediente prende il nome di etopea.
I giudici non avevano una cultura elevata, infatti la giuria era popolare, quindi chi si esibiva in tribunale doveva tentare di colpire emotivamente i giudici per portarli dalla loro parte, attraverso la “captatio benevolentiae”.

Il discorso si articolava in 5 fasi:

* prooimion: esordio. Si cerca la captatio benevolentiae.
* diegesis: esposizione. Si racconta la vicenda dimostrando l’irreprensibilità dell’imputato.
* pistis: argomentazione. Citazione di testimoni e lettura di leggi a favore dell’imputato.
*dalousis: confutazione. Confutazione dell’accusa.
*epilogos: conclusione. Si generalizza la sentenza alla città.

Il massimo esponente di tale oratoria è Lisia.
Questo tipo di oratoria si fonda sul concetto di “eikos” ovvero di “verosimiglianza”. A prescindere dalla verità ciò che conta è che la difesa sia inattaccabile per quanto riguarda la verosimiglianza.

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