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Odissea

Riassunto dei libri I,II,III,IV,V,VIII,IX dell'Odissea

E io lo dico a Skuola.net
L’Odissea
I libro
Proemio: enunciazione dell’argomento + invocazione alla Musa
Vi sono su entrambi i punti delle osservazioni da fare, poiché ci sono elementi di novità rispetto all’Iliade. Nell’Iliade l’invocazione alla Musa è più generica, mentre ora viene specificatamente connotata. La Musa è legata alla musica e all’arte. Il secondo elemento di novità è il verbo impiegato per indicare l’azione della Musa: "ennepe"(gr.)
L’uso di questi due verbi testimonia un trapasso della poesia orale da canto a dizione. Terzo elemento di novità è il moi che compare nell’Odissea e non c’è nell’Iliade. Questo è significativo perché testimonia la comparsa di una consapevolezza poetica e che il poetica ha della sua arte. Il poeta resta pur sempre un tramite tra l’uditorio e una forma di ispirazione sovrumana, ma non è come nell’Iliade un tramite passivo, ma necessario perché senza egli non sarebbe possibile instaurare un rapporto tra divinità e uomini. Il poeta rivela più consapevolezza della sua importanza. Questi sono elementi di novità che fanno capire che nell’Odissea c’è un altro clima.
Al centro dell’epos non è più uno stato d’animo ma un uomo. È l’uomo che muove le vicende, non è più l’ira che nell’Iliade è di fatto una forza indipendente dallo stesso Achille. Di questo uomo si dice che è polytropon multiforme. Gli epiteti riferiti a Odisseo sono spesso caratterizzati dalla preformante poly- , che rende l’idea della multiformità.

- polytropos --> multiforme, molto saggio

Parlare di un uomo multiforme significa dire che un uomo non è descritto solo in base a un aspetto del suo carattere, ma su più aspetti. Dunque nelle sue vicende l’uomo non mostra mai un solo aspetto di se, come Achille, ma ogni vicenda rivela un lato del carattere di Odisseo, che quindi si definisce attraverso la totalità della sua esperienza. D’altra parte, però, le vicende che Odisseo attraversa gli insegnano qualcosa e Odisseo da esse trae una morale. Ne consegue che il suo carattere ogni volta si arricchisce di nuovi aspetti. L’uomo è concepito come un’entità in fieri, cioè in evoluzione continua. La prima caratteristica di Odisseo è il suo errare, che si carica di 3 valenze di significato:
1) vagare;
2) sbagliare;
3) soffrire.
Anche Odisseo può sbagliare perché è ancora imbevuto dell’etica del kleos dell’Iliade, però impara dai suoi errori e impara a non commetterli più. L’errore, quindi, è fonte di conoscenza. Le peregrinazioni di Odisseo comportano sofferenza perché non riesce a tornare in patria. La dimensione della sofferenza dell’eroe è una conquista dell’Odissea. L’eroe non è tale solo perché vince, ma anche perché soffre. Questa sofferenza non è sterile poiché il risultato del soffrire di Odisseo è una nuova conoscenza. Rappresentare Odisseo che va nell’Ade e ritorna significa che Odisseo ha un’esperienza completa della vita umana, cosa che gli altri uomini non hanno. Questa conoscenza è frutto dell’errore di Odisseo, per cui l’Odissea ci testimonia quello che si definisce trapasso dal pazos al mazos, cioè dalla sofferenza all’apprendimento.

Odisseo, però, non è un eroe isolato; infatti uno degli aspetti che lo connota è la socialità. Odisseo non sconfigge Polifemo solo perché è astuto, ma perché è espressione di un mondo che conosce la cooperazione tra persone. Odisseo fa causa comune con i suoi compagni e la riprova di questo fatto sta nel fatto che molte delle sue sofferenze sono legate ai suoi sforzi per riportare a casa i suoi compagni. Purtroppo Odisseo fallisce e Omero introduce l’elemento della contrapposizione tra Odisseo e i compagni.
I compagni di Odisseo, infatti, sono nepeioicioè pazzi, sciocchi. Il nepheios è sciocco in quanto ha la capacità di affrontare la vita di un bambino. Odisseo, quindi, è costretto a fare da padre ai suoi compagni. Essi, però, non hanno la capacità di imparare dagli errori commessi e ogni volta ripetono gli stessi errori.
Omero rievoca nel proemio l’episodio che segna la condanna dei compagni di Odisseo, cioè l’aver mangiato le vacche del Sole. Questo episodio è determinante perché rivela che, neanche dopo essere stati avvertiti del pericolo, i compagni di Odisseo sono in grado di evitarlo. Infatti nel libro XI, Tiresia aveva predetto a Odissea l’arrivo all’isola di Trimachia, in cui pascolavano le vacche del Sole. Tiresia aveva avvertito di non avvicinarsi alle vacche, e Odisseo aveva riferito il pericolo ai compagni. Essi, però, in assenza di Odisseo uccidono le vacche e Apollo si adira. Così, quando la nave di Odisseo riparte, Zeus scatena una tempesta da cui solo Odisseo si salva. Questo episodio sintetizza la nepiotes dei compagni di Odisseo.
Subito dopo il proemio, ai versi 11-21, vi è l’enunciazione della situazione. Sono passati 10 anni dalla Guerra di Troia, gli eroi scampati alla Guerra sono tornati in patria, tranne Odisseo. Egli è trattenuto nell’isola di Ogigia dalla ninfa Calipso che, per allettarlo, gli promette l’immortalità. Parlando dell’isola di Ogigia, Atena non la denomina direttamente, ma dice che lì è l’ombelico del mare. Di fatto, questa immagine suggerisce che quest’isola è completamente al di fuori del resto del mondo. Dopo aver annunciato la situazione, inizia la prima situazione del poema: il Concilio degli Dei. A questo concilio manca Poseidone, che è andato dagli Etiopi. Zeus e Atena ne approfittano per stabilire il ritorno di Odisseo. Nel libro I dell’Iliade, ai versi 420-427 vi è un episodio in cui si fa riferimento agli Etiopi. Teti aveva risposto ad Achille che doveva aspettare 12 giorni prima di poter parlare con Zeus, siccome egli si era recato con gli altri dei a banchetto nella terra degli Etiopi.
Zeus – Etiopi (Iliade)
Poseidone – Etiopi (Odissea)
C’è un rapporto divinità – Etiopi per cui quando gli dei sono a banchetto dagli Etiopi succede o non succede qualcosa. Il Concilio degli Dei è importantissimo soprattutto per le parole di Zeus. Egli sta ripensando alla storia di Egisto, che uccise Agamennone e sedusse Clitemnestra e poi venne ucciso a sua volta da Oreste. Ripensandoci, Zeus dice che gli uomini accusano gli dei di essere l’origine dei loro mali. In realtà sono loro stessi a procurarsi il male commettendo crimini. Prova ne sia la vicenda di Egisto, che aveva ignorato l’avvertimento degli dei. Queste parole sono importanti perché qui l’Omero dell’Odissea corregge l’Omero dell’Iliade, che disse che il male era originato dagli dei per punire gli uomini. Infatti, la felicità permanente è condizione esclusiva degli dei. L’uomo a cui le cose vanno sempre bene si viene a trovare in una condizione di hybris, travalicando il limite umano per avvicinarsi agli dei. Allora gli dei, per ristabilire l’equilibrio, mandano il dolore all’uomo. L’Omero dell’Odissea, quindi, contraddice quello che si è detto nell’Iliade a proposito della causa del male. Nei confronti degli uomini, gli dei hanno un atteggiamento protettivo. La sofferenza dell’uomo non viene pianificata, ma è conseguenza delle scelte operate. È evidente, quindi, che Iliade e Odissea non sono opera dello stesso autore e che l’Odissea è posteriore all’Iliade. Nell’Iliade non c’era l’idea di una responsabilità dell’uomo, ma la hybris è una condizione oggettiva in cui l’uomo si viene a trovare. A partire dall’Odissea, il concetto di hybris si carica della nozione di colpa.
Atena, dopo le considerazioni di Zeus, ricorda la situazione di Odisseo. Sul piano retorico, si può notare che Atena inizia subito il suo discorso dando ragione a Zeus, per ingraziarselo. Questo artificio è detto captatio benevolentiae e si tratta di un artificio retorico per cui si cerca di catturare la simpatia dell’uditorio per persuaderlo. Inoltre Atena ricorda a Zeus che Odisseo è sempre stato un uomo pio verso gli dei. Viene stabilito l’imminente ritorno di Odisseo in patria e Atena si reca sulla terra sotto mentite spoglie.

Telemaco e Oreste hanno delle affinità: entrambi non possono avanzare pretese sulla successione al trono perché non sono stati designati eredi. In questa situazione, però, Penelope diventa il personaggio chiave, così come lo era stata Clitemnestra. Egisto, divenuto amante di Clitemnestra, ha di fatto preso il posto di Agamennone a Micene così come i pretendenti aspirano a sposare Penelope per legittimare il loro diritto di successione. La moglie del Vanax assume un ruolo chiave perché resta di fatto l’unica figura che garantisce una continuità. Tra le due figure femminili, però, corre una sostanziale differenza: se Clitemnestra è la moglie adultera che tende insidie al marito, Penelope è la moglie fedele che aspetta il marito e ritarda la scelta del nuovo marito. Clitemnestra riassume in se l’immaginario misogino del mondo greco. In questa contrapposizione ravvisiamo il carattere di enciclopedia tribale dell’Odissea.
Durante il Concilio viene deciso di inviare Ermes dalla ninfa Calipso, col compito di trasmetterle l’ordine di lasciar partire Odisseo. Atena, invece, si reca da Telemaco per spronarlo all’azione. Gli consiglia di cacciare i pretendenti e intraprendere un viaggio a Sparta e a Pilo, da Menelao e Nestore, per avere notizie del padre. Parallela all’odissea di Odisseo c’è l’odissea di Telemaco, che è la ricerca del padre. Questo viaggio coincide con il riconoscimento di Telemaco come figlio di Odisseo. Telemaco, per la prima volta, deve mettersi in mare con la responsabilità dell’equipaggio ai suoi ordini. Quando Menelao e Nestore danno notizie a Telemaco del padre, convalidano la sua pretesa alla successione. Atena accompagna a Pilo Telemaco, sotto le spoglie di Mentore e dice a Telemaco di parlare di persona a Nestore, senza intermediari. Questo è importante perché segna il passaggio di Telemaco nel mondo degli adulti. Nella società arcaica, l’anziano era considerato dal giovane con soggezione. Non ci si rivolgeva mai direttamente ad un anziano, ma sempre con la mediazione di un adulto. Il viaggio di Telemaco è anche viaggio di formazione. Infatti egli parteciperà alla vendetta contro i pretendenti.
Quando Atena – Mente giunge a Itaca, i pretendenti stavano giocando a dama davanti al portico e non si curano nemmeno dell’ospite. Non solo i pretendenti sono arroganti, ma anche irresponsabili. Non si curano di altro se non di gozzovigliare. L’accoglienza di un ospite a palazzo era un fatto di politica estera e l’indifferenza dei pretendenti segnala la loro inadeguatezza a comandare. Essi sarebbero dei sovrani laoboroi. Telemaco, invece, rivela di essere ospitale e più responsabile di loro. Egli manifesta ad Atena – Mente i motivi del suo cruccio. Telemaco cerca di impietosirlo perché se costui sa qualcosa del padre glielo dica. Atena – Mente risponde che il ritorno di Odisseo è imminente e subito dopo si ha la prima agnizione di Telemaco. Egli continua a piangere la morte del padre, anche se non sa effettivamente se egli sia morto o meno. Questa è una morte di fatto che legittima la situazione del palazzo. I pretendenti delle isole vicine e di Itaca stessa si sono dati convegno a casa di Telemaco e gli dilapidano il patrimonio. Telemaco non può nemmeno cacciarli di casa perché non è stato ancora riconosciuto come successore del Vanax. Atena – Mente dà alcuni consigli a Telemaco su come comportarsi con i pretendenti. Per prima cosa consiglia a Telemaco di cacciare i pretendenti, rimandare Penelope al suo ghenos di origine perché i suoi genitori provvedano a farla risposare e infine di partire per Pilo e Sparta per chiedere notizie del padre. Atena, per questo terzo consiglio, prospetta delle alternative: se Odisseo è vivo, sopportare i pretendenti ancora un anno oppure se Odisseo è morto, dargli un degno funerale e scegliere un nuovo marito per la madre. Queste due opportunità paiono in contraddizione con i consigli precedenti. Infatti, Telemaco perché dovrebbe aspettare un altro anno? Non aveva già cacciato i pretendenti? Inoltre Atena – Mente consiglia a Telemaco di scegliere un nuovo marito per Penelope, se Odisseo è morto; ma non doveva rimandarla al suo ghenos di origine?
Questo testo è un groviglio di contraddizioni e gli analitici avevano affermato che ogni aedo aveva aggiunto una parte. Entra in gioco ancora una volta il carattere di enciclopedia tribale dell’Odissea. sono presentate sullo stesso piano tutte le possibilità che si avevano a disposizione per dirimere una situazione simile a quella di Telemaco.

Telemaco non è obbligato a seguire tutti i consigli prospettati da Atena – Mente, ma può scegliere quello più adatto. In un contesto come quello in cui Telemaco viene a trovarsi: assenza del padre, nessun successore, pretendenti al trono e alla moglie del Vanax, varie sono le possibilità di soluzione. Dopo aver ascoltato i consigli di Atena – Mente, Telemaco la invita a scegliere un dono ospitale. Vi è, però, un’anomalia: Mente rifiuta il dono ospitale. Per questa anomalia si dice che l’ospite non era Mente, ma una dea presentatasi in forma umana. Telemaco intuisce che il suo ospite era un dio per la forza che questo dialogo gli infonde.
Durante il banchetto, Femio sta cantando i ritorni degli eroi da Troia, che la dea Atena rese amari per gli Achei. Accade un fatto anomalo: Penelope sente il canto di Femio e scende nella sala del banchetto. Penelope chiede di cambiare argomento perché il canto di Femio le ricorda la lontananza del marito. Telemaco, però, risponde bruscamente alla madre. Le sue parole sono identiche a quelle del congedo di Ettore e Andromaca. Telemaco risponde alla madre dicendo che non deve vietare al Femio di cantare come la Musa lo ispira perché non è lui la causa di ciò che succede, ma Zeus. Inoltre Telemaco afferma che questi canti sono i più nuovi e, dunque, suscitano una curiosità maggiore. Infine non compete a Penelope, una donna, stabilire cosa un aedo debba o non debba cantare. Sono delle parole dure per un figlio, tuttavia c’è una chiusa che è un caso di rottura del tono oggettivo dell’epica. Omero sottolinea che le parole di Telemaco sono sagge, cioè fa sue le parole del personaggio. Penelope, scendendo dalle sue stanze, ha violato uno spazio che non la riguarda. È entrata nella sala dove gli uomini banchettano e questo entrare nello spazio degli uomini non ha solo valore fisico. A lei tocca coordinare il lavoro delle schiave, nulla di più.
Nelle case greche, infatti, uomini e donne vivevano in ambienti separati: androceo e gineceo. Omero, con le sue parole, ristabilisce l’ordine violato da Penelope. Ecco perché le parole di Telemaco sono sagge. Subito dopo, Telemaco affronta i pretendenti per la prima volta, ingiungendo loro di andarsene. Comunica che riunirà un’assemblea a Itaca in cui inoltrerà questa richiesta. Telemaco mette in atto uno dei consigli di Atena – Mente. Tuttavia, i pretendenti danno varie risposte. Antinoo, il capo, sembra non dare peso alle parole di Telemaco e la sue risposta è beffarda. Antinoo da un lato sa che Telemaco ha possibilità limitate d’azione, dall’altra sa di avere tutti i pretendenti dalla sua parte. Diverso, però, è il discorso di Eurimaco. Egli cerca di conquistarsi la simpatia di Telemaco per capire le sue intenzioni. Poi, però, inizia a fare una serie di domande su chi era l’ospite e cerca di capire se Telemaco ha avuto notizie di Odisseo da lui. Eurimaco vuole estorcergli informazioni, ma Telemaco non si fa cogliere alla sprovvista.

II libro
Telemaco riunisce l’assemblea e vi partecipano anche i laoi; questo è un prototipo di ekklesia.
L’ ekklesia in età arcaica diventerà l’organismo più importante della polis. Telemaco cerca di risolvere la questione in una pubblica assemblea. I laoi vengono coinvolti nel problema di Telemaco in quanto vivono a Itaca. Ciò basta a far sì che il problema della successione di Odisseo coinvolga anche loro. La società micenea era caratterizzata da una rigida gerarchia piramidale per cui da una parte c’erano il Vanax e i basileis e dall’altra i laoi. Tra queste componenti sociali non c’era contatto diretto. I laoi erano coloro che lavoravano le terre degli aristocratici gratuitamente. L’unico rapporto tra aristocratici e laoi è sancito dalle corvées. In tempo di guerra, essi contribuivano a fornire leve all’esercito, ma erano estranei dalle decisioni. In politica si ha potere decisionale nella misura in cui si appartiene all’aristocrazia e aristocratici si nasce. Nella situazione del II libro, invece, i laoi partecipano all’assemblea, anche se la loro presenza può essere comunque ignorata. Questa situazione connota la polis arcaica. È una realtà ancora connotata in senso molto aristocratico. Infatti, i laoi partecipano solo come uditorio. Possiamo, quindi, tracciare un quadro dell’evoluzione sociale del mondo greco dal XII al VIII sec. a.C.
Quando una civiltà collassa, con essa collassano strutture sociali e relazioni sociali. Si tratta di sostituire alle strutture che non ci sono più, strutture e relazioni nuove. Negli anni del Periodo Oscuro, il mondo greco faticosamente cerca di ricostruirsi socialmente. Da questo punto di vista, la dicitura Medioevo Ellenico è corretta. Il risultato finale di questa ricerca è la polis. Il mondo greco si è ridato una struttura, un’organizzazione sociale molto meno rigida di quella micenea. Determinante in questa minore rigidità è stata la semplificazione dei rapporti sociali che ha caratterizzato il periodo oscuro. Quando rinascono le città, al concetto di basileus si sostituisce quello di polites. Il II libro dell’Odissea ci dà il quadro di questa trasformazione. Di poleis “democratiche” nel mondo greco ce ne fu una, Atene. Rimane nella polis greca una forte connotazione aristocratica ma, rispetto all’età micenea, c’è una maggiore apertura.

III libro
Telemaco parte per Pilo. Alla fine del II libro, durante i preparativi, Telemaco rivela grandi capacità organizzative. Quando lui annuncia ad Euriclea, la sua nutrice, l’intenzione di partire ella gli dice due cose:
1) Perché egli, così giovane, vuole avventurarsi in un viaggio così rischioso?
Euriclea è stata la nutrice di Telemaco e tra loro vi era un rapporto “materno”.
2) Se Telemaco se ne va, lascia campo libero ai pretendenti, che potranno fare da padroni a casa sua e possono approfittare per tramare alle sue spalle. Infatti, i pretendenti elaborano un piano per uccidere Telemaco.
3) Euriclea consiglia a Telemaco di non partire.
Telemaco, nonostante tutto, non torna sulla sua decisione. Le parole di Euriclea non lo smuovono anzi, egli tiene a risponderle che il suo disegno non è senza un dio, il che è un modo per dire che prima di compiere questo viaggio ci ha pensato su. Telemaco ha messo in conto i rischi che Euriclea gli prospetta, ma parte comunque. Egli non si fa più guidare dalla madre o dalla nutrice; ascolta i loro consigli ma, se ciò che gli dicono non lo persuade, non cambia idea. Omero sottolinea questo fatto definendo Telemaco “saggio”. La saggezza è un ulteriore aspetto che lega Telemaco a Odisseo. Telemaco, però, impone a Euriclea di giurare di non rivelare nulla alla madre, prima che siano passati 12 giorni o che lei stessa lo cerchi o che lo sappia partito. La seconda clausola è importante perché vuol dire che Euriclea deve tacere per 12 giorni, dopo di che non necessariamente è tenuta a rivelare a Penelope che Telemaco è partito. Se Penelope non chiede nulla del figlio a Euriclea, lei non è tenuta a parlare. Telemaco si giustifica dicendo di non voler che la madre sciupi la sua bellezza nel pianto. In realtà è un modo gentile per dire che non vuole perdere tempo e non ha intenzione di discutere ulteriormente sulla sua decisione. Telemaco impone un giuramento, quindi si pone con autorità nei confronti di Euriclea. Egli si pone come Vanax nel momento in cui, presa una decisione, non la discute ulteriormente. Telemaco ha già vagliato la situazione e sulla base delle possibilità ha preso una decisione. Euriclea obbedisce e non aggiunge una parola di più. Telemaco ha l’assistenza di Atena, che fa addormentare tutti i pretendenti ubriacandoli. Atena si ripresenta a Telemaco non come Mente, ma come Mentore, il primo ministro di Odisseo. Atena si riserva nei confronti di Telemaco il compito di guida. Non appena Telemaco arriva alla nave, prende subito possesso delle sue funzioni. Telemaco per la prima volta ha il ruolo indiscusso di Vanax. Atena – Mentore consiglia a Telemaco di avvicinarsi a Nestore e di parlargli personalmente. Telemaco rimane imbarazzato perché è la prima volta che deve parlare ad un anziano ed esplicita la sua incertezza. Telemaco non solleverebbe questo dubbio, se non fosse la prima volta che interpella un anziano di persona e afferma che è vergogna che un giovane interroghi un vecchio. Il giovane deve parlare all’anziano tramite un adulto perché non ha ancora l’esperienza di vita che gli permette di capire l’anziano. La risposta di Atena – Mentore è chiarissima: qualcosa penserà o qualcosa gli ispirerà un nume, in ogni caso egli non è nato e cresciuto a dispetto degli dei. Questa risposta è importante non solo perché dice che Telemaco gode del favore degli dei ma anche perché sancisce che egli è cresciuto ed è quindi in condizione di parlare a Nestore. Telemaco ha già compiuto con successo una parte del suo viaggio perché è arrivato a Pilo. Egli ha già dimostrato di saper assolvere con responsabilità la funzione di Vanax.

Pisistrato, figlio di Nestore, porge la coppa di vino a Mentore per primo perchè è più anziano di Telemaco. Anche Pisistrato è ormai adulto, ma rispetta rigidamente una gerarchia d’età. Non importa che Telemaco abbia un ruolo più importante rispetto a Mentore, ma conta il fatto che quest’ultimo è più anziano. Atena – Mentore è contenta del comportamento di Pisistrato e la sua contentezza è un artificio per sottolineare la giustezza del comportamento di Pisistrato. Atena – Mentore augura il bene a Nestore e ai suoi figli, poi prega per tutti i Pili, invocando l’etica del dono e del contraccambio. Poi prega per se e per Telemaco, che hanno partecipato al banchetto. Questa preghiera segue una ritualità fissa. Chiedere a Poseidone di ricambiare Nestore per quanto ha fatto, è il contraccambio dell’ospitalità. Nestore inizia a parlare e chiede agli ospiti chi sono e da dove vengono. Telemaco risponde a Nestore, seguendo il consiglio di Atena – Mentore. Dice subito da dove viene e di essere in visita per ragioni private. Allora si presenta come figlio di Odisseo e chiede a Nestore notizie del padre. Telemaco conclude la sua richiesta con una supplica: chiede a Nestore di raccontargli la verità, qualunque essa sia. Se Nestore dice ciò che sa, almeno toglie Telemaco da uno stato di sospensione. Nestore, allora, inizia un lungo discorso. I reduci di Troia sono degli spostati, che si chiedono tutti cosa sono andati a fare a Troia. In questo discorso, più volte ricorre la parola patire. Gli Achei credevano di coprirsi di gloria ma in realtà hanno solo patito. La Guerra di Troia ha spazzato via il meglio di una generazione. Il mondo che essi hanno lasciato è andato avanti senza di loro. Questi eroi che ora sono pentiti delle loro scelte, sanno che non possono fare altro che rimpiangere il passato e tornare con la mente a episodi dolorosi che vorrebbero rimuovere. Gli eroi dell’Iliade sono andati a Troia perché facevano dell’onore il valore supremo. Gli eroi tornati, invece, capiscono che il valore supremo è la vita e i migliori di quella generazione la vita non l’hanno più. Il senso dell’inutilità e della perdita di tempo domina il discorso di Nestore.

Nestore è consapevole di aver sprecato dieci anni della sua vita. Qui la guerra è vista come evento che ha spazzato via un’intera generazione. Gli Achei, dopo la guerra, cominciano a litigare tra di loro. L’esercito si divide e ognuno torna a casa per conto suo. Questi soldati sono stati insieme dieci anni e hanno condiviso un obiettivo comune, tutto questo come se non ci fosse mai stato. Al ritorno, Agamennone viene ucciso dalla moglie. Nestore, invece, vive con un’ossessione spaventosa per il figlio morto in guerra. Questi eroi conducono tutti una vita da spostati e sono tutti infelici. Essi credevano di tornare carichi di gloria e invece si sono ritrovati solamente infelici. Quando gli eroi sono tornati, hanno trovato un mondo cambiato e che loro non sono più riusciti a capire. L’Omero dell’Odissea ha capito che il valore portante è la vita, non l’onore. Il culmine di questo discorso è nell’episodio di Achille nell’Ade. L’Achille dell’Odissea si pente amaramente della sua scelta di una vita breve ma gloriosa.

IV libro
Telemaco va a Sparta con Pisistrato. L’auriga vada Telemaco e Pisistrato arrivare e lo riferisce a Menelao, chiedendogli se devono ospitarli o mandarli via. Menelao risponde sdegnato, perché in tutti i casi l’ospite si accoglie. Si sancisce ancora una volta questo principio e Menelao aggiunge che tante volte, tornando da Troia, sono stati ospitati. Atena – Mente nel I libro viene ospitata, anche se i pretendenti non la degnano. Questo caso è diverso perché Telemaco e Pisistrato si recano sulla soglia del palazzo, il loro arrivo viene annunciato e si chiede se ospitarli o meno. La domanda che Omero fa dire all’auriga vale a ribadire con enfasi maggiore la risposta di Menelao e l’obbligo di ospitare. Questi primi libri svolgono un discorso normativo per fissare le regole di comportamento verso gli ospiti. Si dice come non ci si deve comportare con un ospite (i pretendenti). Poi si dice come ci si deve comportare. Nell’episodio di Nestore, si chiarisce che si accoglie l’ospite indipendentemente dall’identità e dallo scopo per cui è venuto. Nell’episodio di Menelao si chiarisce che in qualunque condizione ci si trovi l’ospite va accolto.

La ricchezza di Menelao sembra quella di un dio e Telemaco ne è stupito. Telemaco, infatti, abbina la ricchezza alla felicità e pensa che Menelao, in base alle sue ricchezze, sia un uomo felice. Dalla risposta di Menelao si capisce che egli non è assolutamente felice. Questa associazione ricchezza – felicità che Telemaco fa è falsa. Subito Menelao, esordendo, dice che con Zeus un uomo non può gareggiare perché la sua casa e le sue ricchezze sono immortali, mentre le ricchezze degli uomini sono caduche. Menelao afferma che le sue ricchezze sono costate la morte di altri. Poi afferma che chi è ricco non è felice per forza. Menelao, a vedere le sue ricchezze, non gioisce perché quello che vede gli rievoca la sua sofferenza. Menelao dice di avere tante ricchezze perché nelle sue peregrinazioni ha incontrato diverse popolazioni talmente ricche da non dover lavorare per vivere. Ma mentre lui raccoglieva ricchezze, suo fratello moriva ucciso a tradimento. Menelao si chiede a cosa gli siano servite quelle ricchezze, se poi non è riuscito a salvare il fratello. Menelao regna su ricchezze, non su persone, perché sono morte. Egli preferirebbe avere 1/3 delle ricchezze ma che fossero vive le persone morte a Troia. Menelao passa il tempo a piangere, pur sapendo che non serve a nulla. Allora la sofferenza evoca Odisseo, che non si sa se è vivo o morto. Telemaco scoppia a piangere e nasconde il suo volto. Egli, infatti, può piangere ma non deve essere visto dagli altri perché il dolore è un fatto personale. Chi ostenta il pianto, forse, lo fa per un secondo fine. Appare Elena, moglie di Menelao, paragonata ad Artemide. Dopo 20 anni, lei è ancora giovane e bella. Questo, però, non significa che Elena sia felice. Elena riconosce Telemaco, dicendo che è tutto suo padre. Essa si definisce cagna, cioè arriva a definirsi una bestia. Elena è perennemente tormentata dal senso di colpa e il suo sembrare eternamente giovane e bella diventa per lei causa di tormento. Telemaco tace perché è saggio. Il saggio, nell’Odissea, è colui che in primo luogo sa tacere quando è il momento. Poi Pisistrato aggiunge di essere stato mandato da Nestore con Telemaco per farsi consigliare azione o parola. Pisistrato allude anche alla funzione di Nestore e Menelao nella vicenda di Telemaco, che si trova insidiato dai pretendenti. Menelao e Nestore hanno il compito di difendere Telemaco e questo compito passa attraverso l’agnizione di Telemaco. Riconoscendo Telemaco come figlio di Odisseo, Nestore e Menelao lo legittimano come successore al trono. Gli eroi tornati da Troia sono profondamente diversi da quelli dell’Iliade. La vita è il bene principale, nell’Odissea.
Nel XI libro, Achille dice a Odisseo che preferirebbe essere l’ultimo schiavo sulla terra ma essere vivo, piuttosto che primeggiare tra i morti. Achille si è pentito amaramente di aver scelto una vita breve ma gloriosa.

V libro
Il Concilio degli Dei mette in moto l’Odissea. Mentre Atena scende a Itaca per incoraggiare Telemaco, Zeus manda Ermes da Calipso con l’incarico di recapitare l’ordine di lasciar partire Odisseo. Dunque non c’è unità d’azione oppure unità di luogo. Da due luoghi diversi partono due azioni parallelamente. Ci è stata presentata per prima la vicenda di Telemaco perché essa è legata alla dea Atena, che ha introdotto il problema del ritorno di Odisseo. Mentre Atena scende a Itaca, Ermes si reca da Calipso. Ne consegue che, mentre Telemaco parte per il suo viaggio, Odisseo parte da Ogigia e raggiunge l’isola dei Feaci. Pertanto la Telemachia e il Nostos sono costituiti con l’artificio del momento ritardante, cioè si presentano in successione eventi paralleli. Il momento ritardante viene usato in modo complesso e diventa elemento strutturale di 2/3 del poema. Zeus ordina a Ermes di recarsi dalla ninfa Calipso. Vi è una descrizione molto dettagliata dell’isola di Ogigia e, a fine descrizione, vi è una strana chiusa:”a venire qui persino un nume immortale doveva rimanere incantato”. Infatti, in un posto così lontano nessuno si aspetterebbe uno spettacolo del genere. Ogigia è un luogo in cui gli dei non si recherebbero mai. Calipso è una dea, però non ha alcun rapporto con gli dei dell’Olimpo. Ci sono tre cose da notare in questo brano:
1) Ogigia è un’isola lontana;
2) Gli dei non si recherebbero mai sull’isola di Calipso
3) Calipso non ha alcun rapporto con gli altri dei.
Calipso è sorpresa dalla visita di Ermes e si comporta da perfetta padrona di casa, ospitandolo. Anche gli dei seguono l’etica dell’ospitalità al pari degli uomini.
L’isola di Ogigia è la trasposizione geografico – narrativa dell’isolamento di Calipso. Ermes comunica categoricamente l’ordine di Zeus perché se ne vuole andare al più presto. La battuta d’inizio del discorso gioca su due piani:
- Ermes è stato costretto a venire;
- L’ordine da lui trasmesso è indiscutibile.
Calipso, nel suo discorso, ripete alcune parole di Ermes. Essa parte accusando gli dei di malignità ed invidia, siccome non tollerano che una dea goda dell’amore di un mortale e, tutte le volte che questo succede, gli dei uccidono l’uomo. Ora gli dei le ordinano di lasciar partire Odisseo; ma quegli dei, quando Odisseo era in difficoltà, non hanno fatto nulla. Proprio Zeus ha scagliato la folgore contro la nave di Odisseo, uccidendo tutti i compagni. Se non ci fosse stata lei, Odisseo sarebbe morto. Calipso ha salvato Odisseo e lo ama, ma egli è infelice alla prospettiva dell’immortalità. Per tutto il giorno, Odisseo non fa che piangere perché vorrebbe partire ma non può. Calipso trasmette a Odisseo che lo lascia partire e che gli darà provviste, lo vestirà e gli manderà dietro un vento favorevole, se gli dei lo vogliono. Alle sue parole, Odisseo si spaventa perché non si fida di Calipso. Nonostante tutti i dubbi che Calipso cerca di instillargli, Odisseo si fida degli dei e non di lei. Allora fa giurare a Calipso di non avere intenzioni ingannevoli. Il giuramento di Calipso impegna il Cosmo, cioè l’ordine voluto dagli dei. Questo è un giuramento vincolante per un dio. Allora Calipso dà l’ultimo pasto a Odisseo e cerca ancora di trattenerlo dicendogli che, se sapesse cosa lo aspetta, non vorrebbe tornare ma resterebbe per sempre con lei. Tra l’altro, Odisseo gode della compagnia di una dea, che certamente è più bella di Penelope. Odisseo risponde deciso a questo velato ricatto. Egli sa bene che Penelope, rispetto a lei, non vale nulla perché invecchia, nonostante ciò desidera tornare a casa. Calipso gli aveva promesso l’immortalità cioè quello che gli uomini più desiderano per se. Ogigia è un luogo isolato, dimenticato, lontano dagli dei e dalla vita. Il nome Calipso deriva dal verbo greco kaluptw, che significa “nascondere”. Calipso, dunque è colei che nasconde e vive lontana da ogni forma di vita.

È probabile che Calipso sia il relitto di un pantheon antecedente a quello olimpico. Forse era una dea elladica che, con l’arrivo dei micenei, è stata spodestata dal rango di divinità. Come gli dei olimpici, Calipso è immortale ma poiché è isolata, la sua eterna giovinezza non ha più alcuna funzione. Odisseo è da 5 anni che è presso di lei e nessuno sa se egli è vivo o morto. La situazione di morte di fatto cui la distanza di Odisseo è equiparata, è la conseguenza della permanenza presso Calipso. Malgrado l’immortalità promessa, Odisseo rifiuta perché gli uomini vogliono l’eterna giovinezza degli dei dell’Olimpo, signori della vita. Se Odisseo avesse accettato, si sarebbe trovato ad essere immortale ma relegato in eterno in un luogo sperduto che nessuno sa dove sia. Per Odisseo è meglio la morte che essere confinati nel limbo di non – vita di Calipso. Odisseo, allora, riparte e giunge nell’isola dei Feaci.

VIII libro
Odisseo giunge nell’isola dei Feaci e si rivela quando l’aedo Demodoco rievoca l’episodio di un diverbio tra Achille e Odisseo nella Guerra di Troia. Odisseo si copre il volto e spiega il perchè del suo pianto.

IX libro
Le vicende del viaggio non vengono più narrate dall’autore, ma dal protagonista. Infatti solo Odisseo può raccontare le sue vicende. Egli ha toccato terre dove mai nessuno si è spinto ed è giunto fino nell’Ade. Per questo, nessun altro può raccontare il suo viaggio.
La descrizione dell’isola dei Ciclopi è un invito alla colonizzazione. Il mondo greco si riapre all’esterno e scopre in altre terre ricchezze da usare. A questo invito si sovrappone la consapevolezza di essere più evoluti e organizzati delle altre popolazioni che stanno al di là del mare e che non sanno mettere a frutto le loro risorse. Il contrasto tra Odisseo e Polifemo è tra astuzia e forza bruta, ma soprattutto tra socialità e asocialità. L’astuzia è legata all’intelligenza e la forza, se non è illuminata dall’intelligenza , è caratteristica dei mostri come Polifemo. L’unico occhio di Polifemo indica la sua visione parziale del mondo. Il contrasto tra Odisseo e Polifemo è in primo luogo il contrasto tra un mondo organizzato, in cui esiste la dimensione della socialità, e un mondo in cui la socialità viene negata. I ciclopi hanno come ideale di vita la totale autosufficienza. Polifemo viene sconfitto perché Odisseo, per accecarlo, collabora con i suoi compagni.
Quando essi giungono sull’isola dei Ciclopi, infatti, Odisseo insiste sulla solitudine di Polifemo e sulla sua non – somiglianza ad un uomo. La mostruosità fisica di Polifemo è segno esteriore della sua asocialità. Odisseo va in avanscoperta portandosi dietro un otre di vino, che viene descritto accuratamente. Questo vino era stato ricevuto da Marone, sacerdote di Apollo. Odisseo aveva fatto una scorreria tra i Lestrigoni e in quell’occasione aveva salvato la vita a Marone che, per ringraziarlo, gli aveva donato il vino. Se Odisseo si fosse comportato in maniera empia e avesse ucciso il sacerdote, non si sarebbe salvato dall’incontro con Polifemo. Odisseo e i compagni entrano nell’antro di Polifemo e lo trovano ordinato: i formaggi sono appesi, gli animali sono separati per età. Il concetto di ordine, però, non implica il concetto di socialità. Polifemo, tenendo le sue cose in ordine, mira a garantirsi la sua autosufficienza. Egli tiene in ordine il suo mondo per non avere bisogno degli altri, ma non pensa a mettere ciò che ha a disposizione degli altri. Le parole di Polifemo rispecchiano quelle di Nestore nel III libro. Nestore, però, prima offre ospitalità e poi interroga l’ospite. Polifemo, invece, per prima cosa chiede in tono irritato chi sono e poi addirittura divora dei compagni di Odisseo.
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