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Nascita della letteratura greca

Il medioevo ellenico (XII – IX secolo a.C.) viene spesso associato al nostro Medioevo, un periodo buio, in cui addirittura la scrittura scompare. Secondo altri è un momento di passaggio: è proprio in questa fase della storia greca che si mettono le basi per quella che sarà in futuro la struttura della società greca, quindi la polis. Si costruiscono le filiadi, le tribù e prende forma piano piano quella che poi, alla fine del Medioevo ellenico, avrà già delle sue caratteristiche chiare. La polis prevede un lungo processo che ha inizio nel Medioevo Ellenico, quindi non si può dire che sia un periodo di buio. Durante questo periodo è stato così tanto il fermento sociale, politico, che ha permesso l’inizio del processo di fondazione della polis.
La polis esiste perché ci sono i politai, i cittadini. E’ formata dalla città, astiu, ed è formata dal territorio che appartiene alla città, nel quale si svolgono le attività lavorative. La polis (che comprende anche il contado, le terre da coltivare) non è propriamente la città, ma insieme alla parte centrale (quella che prevede le funzioni politiche, sociali ed economiche) esiste anche tutto il territorio, parte integrante della città, che ne fa la ricchezza e la grandezza. Le polis sono città-stato perché sono indipendenti le une dalle altre, hanno una loro storia, una loro nascita, un loro sistema (alcune saranno democratiche, altre governate da re). Questo costituirà forza e debolezza del popolo greco: forza perché ogni città darà il meglio; debolezza perché questa divisione fra loro ‘porterà la Grecia alla rovina, perché se è vero che tutte le poleis saranno unite per combattere contro i persiani, è anche vero che nella guerra del Peloponneso(431 – 404 a.C.) le vedremo divise e contrastanti le une con le altre.

La lingua greca che studiamo oggi è il dialetto attico, il dialetto di vari autori come Lisia, Demostene etc. C’è anche il dialetto ionico e il dialetto dorico.
Le poleis sono città stato, tengono molto alla propria indipendenza hanno origini diverse perché derivano da popolazioni che hanno usi, costumi e tradizioni diverse. Il popolo si riconosce nelle stesse leggi, nelle stesse usanze, nella stessa lingua, per il mondo greco arcaico questo non accade, perciò diventa anche difficile parlare di popolo inteso come gruppi di persone che hanno qualcosa di simile. Quello che invece fa dei greci qualcosa di unitario è il mito. La parola mito viene da mutos, che significa racconto, favola. Ma la radice di questa parola deriva dal verbo muomai, che significa stare zitti, accettare senza discutere. Il mito perciò è qualcosa che si deve accettare così com’è, contrapposta al logos, la parola, la logica, la discussione. Non è solo questa la differenza fra mutos e logos.
Oggi noi diciamo mito riferendoci ad un personaggio, ad una storia, ad un evento, che sono particolari, che esulano dalla normalità. Nel mondo greco il mito aveva la funzione di unificare un gruppo che, diverso per lingua e diverso per origine, non avrebbe mai trovato alcun tipo di incontro. Il mito serve ai greci per sentirsi culturalmente uniti. Il mito è ricco di elementi, di personaggi, di situazioni da seguire, da imitare. Con l’Iliade e l’Odissea avremo un’enciclopedia del sapere molto vasta, perché ci dirà attraverso i personaggi come Achille, o come Paride quali siano i modelli di vita da seguire e da evitare. Sarà anche un’enciclopedia pratica: ci dirà come deve essere strutturata una preghiera, come si costruisce una nave, qual è il rapporto corretto che l’uomo deve avere con Dio. E’ una vera e propria enciclopedia del sapere, teorico e pratico. Il mito era così importante che coloro che lo narravano (gli aedi) avevano una posizione sociale particolarmente rilevante.
Nei poemi omerici possiamo individuare importanti figure di aedi: nell’Iliade, nel libro XI, le funzioni di aedo sono svolte da Achille mentre canta con la cetra le gesta dei guerrieri. Nell’Odissea troviamo due aedi che eseguono canti durante dei banchetti: Demodoco, alla corte di Alcinoo, e Femio, l’aedo di Odisseo che canta al banchetto dei pretendenti.
Nel libro VIII dell’Odissea, quando Ulisse arriva alla corte dei Feaci, il re Alcinoo lo invita a cena. In seguito viene chiamato l’aedo, Demodoco, che deve rallegrare il banchetto. In tale libro è ben descritta l’importanza dell’aedo che viene definito “divino cantore” (verso 87) al quale la “Musa insegna le tracce dei canti”. Da tale libro si evince la rilevanza sociale che aveva l’aedo, definito al verso 62 “aedo insigne” che aveva ricevuto dal dio “un bene e un male”(verso 63), privandolo della vista ma dandogli il dolce canto “per dilettare” ma anche “per cantare le cose insigne degli uomini” (verso 73). L’aedo, quindi, con il suo racconto deve sia dilettare, rallegrare i banchetti ma anche educare gli uomini con gli esempi, con i modelli di vita,di virtù e comportamento.
Durante il banchetto, sia Ulisse sia gli altri hanno parole di elogio per l’aedo, che riesce a rallegrare (“dilettare” oltre che educare) con il suo canto, sa raccontare con ordine gli avvenimenti, è la voce del passato.
L’aedo sa cantare con ordine ma anche con pathos, non meccanicamente. Egli, infatti, riesce a placare con il suo canto il dolore di Ulisse e a suscitare il pianto di quest’ultimo nel momento in cui l’aedo narra la sorte toccata agli achei che patirono molto sofferenze. L’aedo dunque fa addolcire il dolore con il suo “dolce canto” , dona gioia e allontana la tristezza. La funzione dell’aedo è importante perché egli si trova a corte, presso il re. Fa anche le sue esibizioni fuori dalla corte, in occasioni particolari quando il pubblico è chiamato ad assistere ai suoi versi.
L’aedo è memoria di tutti quei sistemi di rapporti del passato che il mito trasmette. Egli è il portavoce di una conoscenza riferita al passato.
Anche nell’Iliade troviamo un tratto simile: mentre invitano Achille a tornare in battaglia, Ulisse sta suonando la cetra e sta narrando storie.
L’aedo è cieco, così come l’indovino. “Su tutti lo predilesse la Musa e un bene e un male gli diede: lo privò della vista ma gli diede il dolce canto”. L’aedo, come l’indovino, non vede: i suoi occhi sono chiusi sul presente ma ha gli occhi della mente aperti sul passato e sul futuro. L’aedo ha gli occhi, strumento fisico inutilizzabili, ma ha gli occhi della mente completamente aperti, poiché trasmette ciò che è stato. È memoria e voce del passato storico e mitico.
Omero è l’aedo per eccellenza.
Ci si è chiesti come poteva un aedo memorizzare migliaia e migliaia di versi? Kate Perry ha studiato, verso la metà del secolo scorso, le popolazioni slave che da poco avevano avuto la possibilità di tramandare per iscritto i propri ricordi; in questa occasione ha conosciuto persone che sapevano a memoria migliaia e migliaia di versi. Si è quindi capito che si possono memorizzare: aiuta la poesia, aiutano gli accorgimenti stilistici, aiuta la ripetizione di alcune parti che si ripetono identiche. Gli aedi per ricordare si servivano della metrica.

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