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Le Baccanti e Dioniso: un dio "diverso"

Che sia un dio ad introdurre la tragedia non è un fatto eccezionale; quello che è senza paralleli è il fatto che questo dio non sia una fugace apparizione, destinata solo ad introdurre la vicenda, per limitarsi poi a sorvegliarne da lontano lo svolgimento, ma ne rappresenti il personaggio principale. D'altra parte, anche quando il personaggio che pronuncia il prologo è un essere umano, è frequente che esso scompaia poi dalla scena senza prendere più parte all'azione; è assai raro invece nelle tragedie di Euripide che il prologo sia affidato al protagonista. Perciò il ruolo centrale di Dioniso in questa tragedia è davvero eccezionale, sia considerandolo dal punto di vista divino, sia da quello umano.
Dioniso agisce costantemente sulla scena e lo fa sotto sembianze umane: deve essere infatti ben presente agli spettatori che il dio ha assunto aspetto umano, e come uomo lo considereranno tutti gli altri personaggi, compreso il suo stesso tiaso (il coro), che lo ha seguito dall'Oriente senza nulla sospettare della reale identità della sua guida. Egli si presenta visibile in forma umana per dimostrare la sua natura divina ed essere finalmente riconosciuto, anche nella sua città natale, come dio. L'enfasi continua sulla divinità di Dioniso, sulla sua discendenza da Zeus e sul suo aspetto umano che crea una sorta di paradosso, un'ambigiutà di fondo tra essere e apparire che troverà tragica realizzazione nel confronto con Penteo, costretto dal dio, che egli crede uomo, ad assumere un aspetto e un'identità che non gli appartengono, per finire vittima di un'altra illusione, definitiva, quella che annebbierà la mente della madre Agave. Ambiguità e scambi di identità sono alla base di questa tragedia, che richiama tra l'altro il rituale dionisiaco in sè, nel quale i fedeli sono chiamati a vivere il momento inebriante dell'invasamento, quando il dio prende possesso di loro privandoli della loro identità personale.

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