Brezza marina

La carne è triste ahimè! e ho letto tutti i libri.
Fuggire! laggiù fuggire! io sento uccelli ebbri
d'essere tra l'ignota schiuma e i cieli!
Niente, nè antichi giardini riflessi dagli occhi
terrà questo cuore che già si bagna nel mare
o notti! nè il cerchio deserto della mia lampada
sul vuoto foglio difeso da suo candore
nè giovane donna che allatta il suo bambino.
I partirò! Vascello che dondoli l'alberatura
l'ancora sciogli per una natura straniera!
E crede una Noia, tradita da speranze crudeli
ancora nell'ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo dei temporali
son quelli che un vento inclina sopra i naufraghi
sperduti, nè antenne, nè antenne, nè verdi isolotti...
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai!

Commento
E' una lirica della prima stagione di Mallarmè (1865) e, per concorde ammissione critica sono in essa evidenti derivazioni
baudelairiane, prima fra tutte il vagheggiamento del viaggio, dell'evasione, di insoliti cieli.
Ma sono già evisenti i temi tipici di Mallarmè: il desiderio di viaggi e di terre desuete qui esprime non solo l'ansia
di una realtà immacolata, di una condizione di metafisica purezza in cui sia scomparso ogni residuo di umana contingenza,
ma anche estenuante ricerca della parola pura che approderà alla sterilità creativa, al vuoto foglio, alla famosa pagina
bianca.

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