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Lancillotto o il Cavaliere della Carretta – Chrétien de Troyes

Dedica iniziale: è verso la signora Maria de Champagne, la quale vuole che Chrétien componga un romanzo. Dice di non volerla adulare e lusingare come altri farebbero, ma nel negarlo, lo fa. Inoltre afferma che in quest’opera il suo comando ha maggior peso del talento e della fatica che l’autore ci metterà.
Materia e senso sono dono generoso della contessa, forma, impegno e intento sono dell’autore.

Esordio: durante una festa sfarzosa, irrompe un misterioso cavaliere, il quale dice di avere molti prigionieri del regno di Artù, e che il re non potrà far nulla per liberarli. Però, mentre se ne sta per andare, sfida il re dicendo che se ha un cavaliere tanto fidato da affidargli la moglie affinché lo segua nel bosco, li aspetterà. Il siniscalco Keu, con uno stratagemma, prima finge di congedarsi, poi ottiene dal re, poco convinto, l’investitura alla missione. Keu e la regina partono, ma Galvano e i suoi fidati, diffidano e li seguono.

Viaggio e arrivo al castello: in un campo di battaglia, Galvano trova un cavaliere malridotto, Lancillotto, il quale pur di essere condotto dalla regina, sale sulla carretta destinata ai malfattori guidata da un nano. Galvano segue ma restando a cavallo. I due cavalieri giungono in un castello dove sono ben accolti. Lancillotto a dire il vero viene bollato però con infamia, come disonorato. Vedendo la regina e Keu da una finestra percorrere i campi davanti ad una bara, i due decidono di seguire quel corteo funebre.

Il bivio: i due cavalieri perdono però le tracce del corteo. Incontrano una damigella che, in cambio di vari servigi, indica loro le due strade per giungere alla regina, svelando che essa è stata rapita dal cavaliere Meleagant, del regno di Baudemagu.
Le strade, irte, sono quella del Ponte Sommerso (presa da Galvano a scelta) e del Ponte della Spada, dal quale nessun uomo uscì mai vivo (destinata a Lancillotto).

Il duello: Lancillotto, assorto nei suoi pensieri d’amore, contravviene ad un divieto di un altro cavaliere, cosicché questi lo attacca. Lancillotto, non senza affanni, ha la meglio, ma risparmia la vita allo sconfitto su insistenza della dama che lo accompagnava. Una dama che infine Lancillotto aveva riconosciuta.

L’ospitalità e il pettine: una dama promette a Lancillotto ospitalità in cambio della promessa di coricarsi con lei. A malincuore, l’eroe accetta, e una volta nel forte, salva la dama da un violentatore e da vari sergenti. La dama, capitone il valore, vuole accompagnare per un tratto di strada il cavaliere nella sua impresa. Ad un certo punto sul sentiero trovano un pettine, appartenuto alla regina, che ne reca ancora la chioma bionda.

L’onore: Lancillotto e la dama incontrano un cavaliere di lei innamorato. Questi vuole sfidare Lancillotto. Giungono ad un vasto prato ove cavalieri e dame sospendono i giochi per il disonore recato dal cavaliere della carretta. Il padre dello sfidante stima Lancillotto a tal punto da fermare il figlio. Non si tiene nessuna sfida, padre e figlio seguiranno la dama e un rinfrancato e riabilitato Lancillotto.

Il prodigio: giunti ad un monastero, la dama e Lancillotto incontrano un monaco. Il cavaliere vede molte tombe e una grandissima di marmo, il cui coperchio verrà sollevato solo da colui che salverà i prigionieri. Lancillotto ce la fa. Il monaco allora ritiene sarà lui il salvatore, mentre padre e figlio all’inseguimento, alla vista del prodigio, rinculano.

Il punto della situazione: è tardi, e Lancillotto incontra un cavaliere conterraneo che gli concede ospitalità. Lui e la sua famiglia sono prigionieri di quella terra che non lascia uscirne nessuno. Lancillotto non se ne cura: vuole liberare la regina. Due dei figli dell’ospitante lo accompagneranno verso il Ponte della Spada.

Le difficoltà: Lancillotto, con i due compagni, supera l’insidioso e presidiato Passaggio delle Pietre, e in una mischia si impegna a fianco degli uomini di Logres, ribellatisi e ora pieni di una nuova speranza. Questi vincono e vogliono portarlo in trionfo, ma Lancillotto non può fermarsi, ha una impresa più grande da fare e così procede con i due vecchi compagni.

Ancora un duello: ancora ospitato da un suo conterraneo, Lancillotto viene sfidato da un cavaliere terribile. Lancillotto lo batte davanti agli occhi di molti, e una dama ne chiede la testa. Combattuto fra pietà e generosità, concede la rivincita all’avversario e lo decapiterà solo se rivincerà. Così accade. La dama promette un aiuto quando servirà in cambio di tale servigio. Lancillotto si rimette in viaggio con i due compagni e un cavallo nuovo.

Il ponte e il castello: il Ponte della Spada appare aspro, difficile da superare, con due leoni a presidiarne l’uscita. Ma Lancillotto lo supera, pur sfregiato nelle mani e nei piedi, e nota che i leoni erano solo un incantesimo illusorio. Allora scorge il castello del re Baudemagu e di suo figlio Meleagant. Il re vuole che il figlio gli conceda la regina senza colpo ferire, ma il figlio orgoglioso vuole battersi.

La grande battaglia: nonostante il re gli dia le cure necessarie e proponga un ritardo del duello affinché guarisse, Lancillotto vuole gettarsi in battagli l’indomani stesso. Sulle prime, subisce l’offensiva di Meleagant, ferito com’è, ma la regina, con la damigella portavoce, gli fa notare la sua presenza. Lancillotto ne trae forza, sta per avere la meglio quando il re fa trarre il figlio il salvo. Il figlio gli ridarà la regina a patto che ogni anno vi sia un nuovo confronto fra di essi.

La sorpresa: Lancillotto giunge al cospetto della regina, ma essa lo sdegna incomprensibilmente. Anche Keu accusa il cavaliere di averlo disonorato riuscendo nell’impresa a lui non riuscita. Lancillotto quindi, pur avendo affrancato la popolazione forzata e i prigionieri, è costretto ad un doloroso congedo.

Le false voci: la gente del paese, saputo della vittoria di Lancillotto, pensa di fare cosa gradita al re catturando il disarmato cavaliere e mettendolo a morte. La voce giunge alla regina, che si dispera di aver “giocato” con la vita dell’amato e ora desidera solo la morte. Lancillotto, vivo e vegeto, viene invece a sapere che la regina è morta, volendo più di ogni cosa la morte. Ci va vicino, quasi strangolato da una corda al collo, ma ben presto rinsavisce e gioisce di sapere che la regina è ancora viva.

Il ricongiungimento: Lancillotto può finalmente rincontrare la regina, che stavolta lo accoglie positivamente. I due avrebbero molto da dirsi, ma ciò è possibile solo di notte se Lancillotto, facendo attenzione a non destare le spie, riuscirà ad avvicinarsi alla grata della finestra della camera della regina.
Così succede, anzi Lancillotto elimina l’ostacolo fisico e può giacere tutta la notte, fra baci e carezze, con la sua “amica”.

Il “giallo”: Lancillotto, lasciato il giaciglio della regina, torna affranto nel suo. Ma egli ha macchiato le lenzuola della signora col sangue delle sue dita ferite dalle grate, e giacchè anche quelle di Keu sono macchiate di sangue, il malpensante Meleagant accusa la regina di aver compiuto un adulterio col siniscalco. Lancillotto arriva a difenderli e ancora una volta lo scontro con Meleagant è evitato in extremis dal re.
Allora Lancillotto va alla ricerca dell’ex compagno Galvano.

Il rapimento: Lancillotto, sulle tracce del compagno con largo seguito, viene rapito da un nano traditore che gli aveva promesso di portarlo in un luogo bellissimo. Così, il seguito, trovato e salvato Galvano dalle acque oscure, torna a corte. La regina e il re, nonostante l’arrivo del cavaliere, tradiscono grande preoccupazione per Lancillotto, cosicché Keu e lo stesso Galvano insieme al re vogliono mettersi alla sua ricerca.

L’inganno: quando tutto è pronto per la spedizione di ricerca, arriva a corte una lettera: è di Lancillotto, il quale annuncia di essere sano e salvo nella cortè di Artù, e invita i compagni e la regina a raggiungerlo. Purtroppo, però, si trattava di un falso, cosicché l’allegra comitiva prova gran dolore per tale scoperta.

Il torneo: le dame della corte di Artù vogliono indire un torneo, alla presenza della regina, per prendere marito. La voce si sparge in ognidove, e giunge fino a Lancillotto, che prigioniero, riesce ad ottenere qualche tempo di libertà dalla signora che lo controlla. Egli giunge sul campo di battaglia e a seconda dei capricci della regina, che lo riconosce, combatte al meglio e al peggio, dando prova di grande abilità. Ma poi, come promesso, torna prigioniero dalla signora che lo ha in custodia, lasciando il torneo nel bel mezzo delle ostilità fra lo stupore dei cavalieri e i voti di non prendere più marito delle dame.

La nuova prigionia: Meleagant, saputo dell’avventura dal siniscalco marito della signora, ordina che sia costruita una torre inespugnabile e inevadibile per rinchiudervi dentro Lancillotto una volta per tutte. Intanto si avvicina la scadenza di un anno, entro cui Lancillotto dovrebbe concedere al giovane una sfida.
Galvano e altri si mettono alla ricerca dello scomparso.

La liberazione: è passato praticamente un anno, e Meleagant si prepara a disputare la sfida, programmata inizialmente contro Lancillotto, col supplente Galvano. Ma la sorella del malvagio cavaliere, che si rivelerà poi quella dama che chiese e ottenne da Lancillotto la testa di un cavaliere sgradito, si mise in viaggio alla ricerca del valoroso. Dopo un mese di peregrinazioni, lo trovò, lo aiutò ad evadere, lo ospitò, lo rimise in forze cosicché Lancillotto rigiunse alla corte di Artù poco prima dello scontro.

Lo scontro finale: riappropriatosi del proprio ruolo, Lancillotto sfida Meleagant a duello. Un duello senza storia: Lancillotto vince infliggendo all’avversario colpi terribili, e questo pur menomato, non ne chiede pietà, e finisce con l’aver la testa mozzata di netto, fra il giubilo di tutto il seguito, re, dame e cavalieri.

Nota finale: a concludere il racconto non fu Chrétien de Troyes ma il chierico Godefroi de Legni, il quale ha cominciato dal punto in cui Lancillotto era stato murato e ha condotto la storia fino alla fine.


Commento: Chrétien tratta il tema dell’amore cortese fra Lancillotto e Ginevra in termini di ironica presa in giro, con il cavaliere che si piega al volere della regina fino all’umiliazione, come nel caso del torneo disputato in certi frangenti “al peggio”.
Secondo le regole dell’amore cortese, l’amico deve adorare quasi religiosamente la dama in cui ha riposto il cuore; ebbene Lancillotto dopo il convegno segreto con la regina, si inginocchia verso la sua camera come fosse davanti ad un altare, e prima ancora, quando trova il suo pettine, lo tiene al pari di una reliquia in mano, al limite dello svenimento.
L’episodio clou del romanzo è la salita di Lancillotto sulla carretta, dettato dall’obbedienza ad Amore a scapito di Ragione. Così, egli infrange di propria volontà il codice cavalleresco, si copre di infamia per amore di Ginevra.
Quanto a Ginevra, anche il suo comportamento appare forzato, e l’autore sembra biasimarla apertamente. La regina abusa del proprio potere su Lancillotto, lo manovra come un burattino, si barcamena fra il marito e l’amante, senza sensi di colpa.
Artù è sciocco e infantile, Keu è vanaglorioso, Meleagant troppo malvagio e traditore e Baudemagu troppo retto e giusto. Galvano, fiore della cavalleria, finisce ignominiosamente nel fiume. Siamo ben lontani dalla serietà con cui il poeta trattava la psicologia dei personaggi nei romanzi precedenti.

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