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Charles Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867)

1. La vertigine del moderno

Baudelaire nasce nel 1821 e muore nel 1867, quindi era più anziano di circa una generazione rispetto ai cosiddetti “poeti maledetti”.
Baudelaire è considerato unanimemente in poesia il “padre della modernità”, ovvero colui la cui opera ha squadernato all’Europa gli orizzonti della modernità. C’è un famoso detto riguardo a Baudelaire che dice: «Esiste un modo di sentire prima di Baudelaire e un modo di sentire dopo di Baudelaire», questo vuol dire che l’opera di Baudelaire ha rappresentato uno spartiacque dopo il quale nulla è stato più come prima in poesia, ha cambiato totalmente la tradizione di fare poesia.
Sul piano biografico, Baudelaire si comporta sulla falsa riga dei “poeti maledetti”: ha dissipato l’eredità paterna, si è dato agli stravizi (oppio, alcol), ha contratto la sifilide. Queste sue fasi di vita sregolata sono state però alternate da fasi di vita più austera e monastica. Sicuramente è stato un precursore degli atteggiamenti snobistici tipici del dandysmo; amava inoltre indossare la “maschera” del flaneur, cioè del perditempo che con le mani in tasca se ne va in giro ad osservare la città in tutti i suoi aspetti. Senza lo sfondo necessario della città metropolitana la poesia di Baudelaire non potrebbe esistere, sulla poetica baudelairiana ha inciso tantissimo l’esperienza della vita cittadina perché Parigi proprio in quegli anni si stava trasformando in una moderna e caotica metropoli. Baudelaire che proveniva dalla campagna si trova stranito e spaesato nella nuova realtà caotica e frenetica della metropoli moderna, nutre infatti un sentimento ambivalente nei confronti di questa nuova Parigi sentendosene ora respinto, ora attratto.

Baudelaire pubblica nel 1857 a Parigi una raccolta che si intitola I fiori del male (Les fleurs du mal) che poi vedrà una seconda edizione nel 1871 e nel 1879 postuma la terza definitiva edizione. Tra quella del ’57 e quella del ’71 sono intervenute delle sostanziali modifiche dovute al fatto che quella del ’57 destò a tal punto scalpore e scandalo che la censura ne consentì la pubblicazione dopo che fu avvenuta l’espulsione di sei liriche ritenute addirittura “lesive della morale”, cioè si riteneva che offendessero il pudore (il titolo in origine doveva infatti essere Le lesbiche).
La poesia baudelairiana è all’origine delle due linee fondamentali che la poesia moderna a partire da lui perseguirà e conoscerà, Allegorismo e Simbolismo. Queste due linee della poesia dopo Baudelaire con i “poeti maledetti” si scinderanno e il Simbolismo prevarrà sull’Allegorismo; a partire però dai primi anni del Novecento con i movimenti avanguardistici verrà ripreso anche l’Astrattismo.

2. Perdita di aureola

Con l’espressione “perdita di aureola” Baudelaire intende dire che il poeta ha perso il ruolo culturalmente egemone che ha rivestito fino all’epoca romantica, il poeta ha cioè subìto nella società moderna una sorta di declassamento sociale, non viene più tenuto in considerazione dai suoi contemporanei e non ha più un ruolo di insegnamento dei valori a cui tutti si devono rifare. Questa espressione deriva da un poemetto in prosa che allegoricamente raffigura questa situazione di declassamento sociale del poeta; infatti in Perdita di aureola un poeta si trova nell’anticamera di un bordello e incontra un suo conoscente che gli chiede come mai “colui che mangia l’ambrosia” (i poeti che si cibano di nutrimento spirituale n.d.r.) si trovi in un bordello, il poeta risponde di essere inciampato e per questo ha perso l’aureola nel fango. Quest’immagine allegorica raffigura come il poeta rinunci consapevolmente alla sua posizione sociale perché ormai la poesia ha perso il suo valore e non ha più nulla da dire ai lettori.

Il poeta nel momento in cui dolorosamente prende atto di questa sua perdita di prestigio può agire in due modi:
- Allegorismo: rappresentare la propria condizione di declassamento ed emarginazione e quindi in qualche modo andare a rappresentare la condizione atroce dell’uomo moderno immerso nella società capitalistica e in un ambiente cittadino disumanizzante;
N.B. “Allegoria” deriva dal greco allegorèin che significa “parlare d’altro”, cioè raccontare eventi che hanno un significato letterale ma rimandano anche ad un significato altro. Quindi se nel simbolo il significato è raggiungibile per via intuitiva, nell’allegoria è necessario uno sforzo intellettuale per cogliere il significato “altro”.
- Simbolismo: andare a rivendicare il proprio ruolo di un tempo, quindi un ruolo in qualche modo oracolare e sacerdotale di rivelatore agli uomini del mistero che si cela dietro le apparenze reali.

3. I fiori del male

Il titolo I fiori del male è un titolo volutamente ambiguo, volutamente ossimorico perché accosta i fiori, che sono tradizionalmente associati ad un’idea positiva, al male; quindi anche il titolo stesso è stato ottenuto attraverso un procedimento allegorico. Esso potrebbe anche avere un significato metapoetico (“la poesia che parla di sé stessa”) perché nella tradizione letteraria già medioevale il termine “fiore” sta ad indicare il singolo componimento poetico (es. Fiore di poesia di Dante) e anche nei vocaboli “antologia” (dal greco anthologìa, “raccolta di fiori”) e “florilegio” è contenuta la parola “fiore”.

I fiori del male sono composti da sei sezioni e nella ripartizione dei testi Baudelaire ha voluto suggerire al lettore l’idea di un percorso evolutivo, cioè il poeta ha organizzato le sue poesie in maniera molto accurata per suggerire l’idea dell’evoluzione di un percorso esistenziale e poetico all’interno della raccolta; quindi la raccolta si configura per volontà stessa dell’autore come una sorta di poema. Dalla critica è stato definito un Itinerarium mentis in nihil, questa espressione richiama il titolo di un’opera di San Bonaventura da Bagnareggio, l’Itinerarium mentis in Deum; Baudelaire sviluppa la sua opera in quanto “itinerario dell’anima verso nulla” proprio perché il poeta rinuncia ad ogni sentimentalismo, le sue poesie non vogliono rappresentare i suoi stati d’animo, ma vogliono essere un “catalogo” di tutto quel mondo caotico che lui attraversa e di cui lui coglie tutti gli aspetti dai più elevati ai più bassi.
La prima sezione si intitola Spleen e ideale e dà la chiave di lettura all’intera raccolta, questo titolo perché il poeta appare diviso fra questi due opposti, la tensione verso l’Assoluto e la constatazione dell’impossibilità di farlo. “Spleen” è una parola chiave del lessico baudelairiano, deriva dal greco e significa “milza”: nella medicina degli umori antica la milza presiedeva alla formazione della bile che presiedeva ai temperamenti malinconici. Lo “spleen” è dunque l’atteggiamento esistenziale del poeta che potremmo tradurre in una sorta di tedio esistenziale che si traduce in un disgusto per la vita che si alimenta della consapevolezza dell’inutilità di qualunque sforzo. Lo stacco che si produce tra l’aspirazione verso l’assoluto e la sua immersione nella realtà contingente e morale lo portano ad avvertire a questo senso di angoscia e di disgusto che è lo “spleen”.
Nelle sezioni successive Baudelaire cercherà attraverso qualsiasi tecnica di evasione (droga, alcol, viaggi, erotismo sfrenato…) di sfuggire dallo spleen per poi rendersi conto che la vita non è altro che un itinerarium mentis in nihil, cioè un viaggio della mente verso il nulla.

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