Opere maggiori di Sallustio

Sallustio scrisse 3 OPERE importanti che riguardavano eventi storici in seguito alla fine della sua carriera politica:

De coniuratione Catilinae

Scritto tra il 42 e il 41 a.C. Quest’opera storiografica trattava di un evento particolare, ovvero della congiura di Catilina, sventata da Cicerone. Fu un tentativo di colpo di stato, capeggiato da Catilina nel 64 a.C. L’opera rientrò nel genere monografico, ovvero riguardante un solo episodio storico. Sallustio scelse la congiura di Catilina per interrogarsi sulle ragioni che avevano condotto la Repubblica romana alla crisi. Riconosceva la storia come una continua concatenazione di causa ed effetto. Per l’autore la congiura era l’apice della crisi della Repubblica e corrispondeva all’effetto della perdita di alcuni valori fondamentali su cui si era retta la Repubblica. Mentre in quest’opera egli affermava che la crisi dello stato fosse iniziata con le guerre civili,in seguito nella sua analisi critica e pessimistica della storia dichiarò invece che la crisi era cominciata dalla terza guerra punica, ovvero quando i romani persero la paura del nemico. Si dissolsero grandi valori come il senso della patria, l’amore civico provocando, a Roma, la diffusione di tre vizi, che avrebbero contribuito alla distruzione del governo. Questi erano la luxuria, l’ambitio e l’avaritia, rispettivamente la ricerca sfrenata del piacere, del potere e del denaro che, conducendo Roma al fallimento, comportavano anche la perdita dei boni mores, i costumi degli antichi, sicuramente onesti. Secondo Sallustio bisognava rieducare la gioventù, che si interessava esclusivamente al raggiungimento della ricchezza e del piacere, al mos maiorum. I giovani aveva smarrito il senso civico, il sacrificio per il proprio governo e tra i vizi il meno grave risultava l’ambizione. Quest’ultima poteva essere positiva, quando si faceva una scalata per il bene dello stato (inizialmente aveva portato alla grandezza), e negativa, quando era volta al proprio benessere, all’interesse personale. Fu proprio grazie all’ambitio che Roma aveva raggiunto il suo massimo splendore.

Secondo l’autore la storia era magistra vitae, ovvero la ricerca della causa degli eventi significava non ricommettere gli stessi errori. Il modello che ebbe di fronte per l’interpretazione morale di questo concetto della storia fu Catone Uticense. Quindi la storia non poteva essere maestra di vita attraverso l’annalistica perché significava solo prendere atto di ciò che era accaduto. Trattando invece di un determinato periodo di tempo lo si poteva analizzare in maniera molto dettagliata (captim). Il valore moralistico della storia quindi lo condusse alla scelta del metodo monografico ed il taglio breve, inoltre, offriva la possibilità di far fluire la sua opera ad un numero molto vasto di persone.
L’opera storiografica si svolse in 61 capitoletti ed iniziò con un proemio che spiegava che egli aveva abbandonato il negotium per dedicarsi all’otium (come Catullo, poeta novus caratterizzato dal disimpegno e dal disinteresse nella politica romana). Sallustio riteneva che il buon cittadino dovesse interessarsi alla vita politica, sociale e civile della Repubblica, con la sua azione. Si sentì in dovere di giustificare il suo abbandono della vita politica con la conseguente dedica esclusiva allo studio. Il proemio rivendicò l’importanza dell’otium che era importante quanto il negotium. Infatti, l’attività dello storico, studioso che raccoglieva le imprese e gli eventi tramandandoli ai posteri, era difficile come compiere queste imprese. Lo storiografo infatti, raccontando gli eventi, poteva incorre in imparzialità e poteva sminuire le gesta. In seguito proseguì con una descrizione molto dettagliata di Catilina, suo contemporaneo, nato in una famiglia molto agiata e poiché conduceva una vita di lusso sfrenato, in brevissimo tempo, consumò tutto il patrimonio familiare. Egli intraprese il cursus honorum fino a candidarsi nel 65 a.C. al consolato. Egli però si accorse che non poteva essere eletto poiché il suo avversario politico era nettamente superiore (Cicerone). Nel 64 a.C. ripropose la sua candidatura ordendo stavolta una vera e propria congiura. Fece leva sugli aristocratici che avevano perso le proprie ricchezze e sui plebei a cui prometteva in cambio grandi ricompense qualora l’avessero aiutato e sostenuto. Anche questa congiura fu sventata e Cicerone lesse delle lettere, in una seduta in Senato, che corrispondevano alla prova certa del tentativo di sovversione e di tradimento nei confronti dell’ordinamento della Repubblica. Subito furono catturati due sue importanti collaboratori e condannati a morte. Nel 63 a.C., dopo che Cicerone fornì le prove allo Stato, formò un esercito a Pistoia, dove si era rifugiato e fece scoppiare una guerra civile. Sallustio, sebbene presentò Catilina in maniera molto negativa sia a livello morale che politico, simile ad un demonio, non esitò ad esaltare la grandezza dei suoi soldati e della sua persona che sopportava il caldo, il freddo, la fame. La sua sopportazione fisica era grande quanto la sua malvagità. Alla fine Catilina affrontò la morte con coraggio, pur essendo consapevole di non avere scampo, infatti anche tutti i cadaveri dei suoi soldati furono trovati con i colpi in petto e ciò indicava che non scappavano di fronte alla morte.
L’opera quindi partì dalla narrazione dell’evento, e passò ad un excursus moralistico sulla corruzione a Roma.
Un altro motivo per cui trattò quest’evento fu perché voleva dimostrare la completa innocenza di Cesare, infatti probabilmente anch’egli aveva preso parte alla congiura.
Catone Uticense e Cesare rappresentavano due grandi personaggi per Sallustio che se si fossero uniti si sarebbero completati per salvare la Repubblica dal disastro. Di Cesare evidenziò la clemenza, il valore, il coraggio, la capacità di scampare i pericoli ed il suo desiderio di gloria positivo (ambitio per il bene dello stato). Di Catone sottolineò la sua grande rigidità e il suo attaccamento al mos maiorum. Quindi rappresentavano dei modelli, la quale unione avrebbe salvato la Repubblica. Oltre a Catilina ritagliò altri ritratti all’interno dell’opera, definiti medaglioni, di Catilinari come ad esempio quello di Sempronia, donna molto ricca che aveva dissipato l’intero patrimonio. All’interno dell’opera comparivano anche gli excursus, simili a quelli dei commentari di Cesare. Secondo Sallustio la storia veniva fatta dai grandi uomini, uomini indomabili di grandi virtù nel bene e nel male. I veri uomini però erano quelli che facevano prevalere la virtù sulla voluttà, cioè sulle passioni.


Bellum Iugurthinum

Scritto dal 41 al 39 a.C. L’opera abbracciava un arco di tempo che racchiudeva l’intera guerra giugurtina (105) e trattava di eventi più distanti dall’autore rispetto al De Coniuratione Catilinae.
Con la morte del re della Numidia, Nicipsia, il regno rimase ai suoi due figli che lo divisero in due parti uguali. Tuttavia vi era il cugino, Giugurta, uomo molto ambizioso, che possedeva un piccolo regno vicino la Numidia e tentava di entrare in possesso di quest’ultima. In seguito entrò in uno scontro aperto con i due cugini e fece sparire dalla scena uno dei due impossessandosi di una parte del regno. Poiché la Numidia era alleata dei romani, richiedeva l’intervento di quest’ultimi a difesa dei suoi alleati i quali però divisero il regno in parti uguali tra Giugurta e il cugino Aderbale. Giugurta, che voleva governare da solo, riuscì ad eliminare anche l’altro cugino e divenne unico sovrano del regno. Vi furono molti tentennamenti da parte di Roma per mandare degli aiuti militari e infine inviarono vari consoli fino ad entrare in guerra. Tuttavia non si giungeva ad una conclusione e la guerra proseguiva con fasi alterne, senza vincitori, nonostante la potenza dell’esercito romano che avrebbe dovuto riportare facilmente la vittoria. In seguito quindi venne scelto un “homo novus”, senza precedenti nella famiglia di cursus honorum, Mario, per proseguire la guerra in oriente. Quest’ultimo, nel giro di pochi mesi, sconfisse l’esercito giugurtino.

Sallustio si interessò a tale monografia per ricercare le cause della crisi della Repubblica romana. Nel “De Coniuratione Catilinae” ricercò queste cause nella nascita delle guerre civili e nell’ambitio divenuta negativa. Si allargò la sua concezione pessimistica coinvolgendo anche il senato. La guerra giugurtina, infatti, si protrasse per lungo tempo a causa della corruzione della classe senatoria, che intervenne in ritardo. Si faceva infatti corrompere sottobanco da Giugurta e non interveniva in maniera decisiva. Il pessimismo di Sallustio quindi venne allargato e si approfondì in maniera tale da constatare che vi furono solo due periodi a Roma in cui il popolo non era corrotto. Quest’ultimi corrispondevano al periodo monarchico, in cui i romani si ribellarono per scacciare Tarquino il Superbo, dando vita alla Repubblica, e al periodo della II e della III guerra punica. Al termine di quest’ultima era caduta la paura del nemico per cui il popolo non aveva più un motivo comune per combattere ed attuare gli antichi costumi che si andavano via via corrompendo. Nell’opera dichiarò che egli stesso era stato soggetto e preda in giovane età della corruzione. Fece risalire la crisi romana alla distruzione di Cartagine e vide anche nelle riforma gracchiane un momento di grandi ribellioni e disordine. La visione della storia romana divenne molto più pessimistica ed egli tuttavia era più obbiettivo nell’interpretazione dei fatti storici poiché non era coinvolto ed erano distanti da egli stesso.
Il Bellum Iugurtinum (periodo che abbracciava 6 anni) consiste quindi in una monografia differente dal De Coniuratione Catilinae (periodo che abbracciava 2 anni). Essendo un periodo di tempo più vasto anche l’opera era tale ed era composta 114 capitoli. Si apriva con un proemio, in cui, ancora una volta, ribadì l’importanza nel far prevalere le qualità morali sulle qualità fisiche e dell’azione dello storiografo che offriva un servizio pari a quello dei grandi uomini che formavano la storia. Sottolineò quindi l’importanza dell’otium rispetto al negotium, cioè l’importanza dell’attività dello storiografo rispetto a quello pratica, politica, civile e sociale. Anche in quest’opera comparvero degli excursus ed una particolare attenzione agli usi ed i costumi dei popoli orientali. La vicenda venne narrata in maniera molto lineare con eventi concatenati gli uni dagli altri e la finalità consisteva nell’evidenziare le cause della crisi della repubblica romana, la corruzione della nobilitas, della classe senatoria e della necessità di forze incorrotte.
La dimostrazione di questa necessità fu Mario che, essendo un uomo onesto, con il valore, la lealtà e l’incorruttibilità, vinse una guerra irrisolta da tempo. Le cause erano tutte concentrate nella corruzione e nella perdita dei valori. Dimostrò inoltre che anche gli equites avevano grandi interessi affinchè la guerra si protraesse. Evidenziò quindi la corruzione degli equites e degli aristocratici e l’onestà e gli antichi costumi che invece erano conservati dalla classe più povera (populares).
Mentre nel “De Coniuratione Catilinae” l’azione di Cicerone venne posta in secondo piano, in tale opera l’azione di Cicerone venne vista come un’azione importante ed assunse una posizione di uomo valido per la Repubblica Romana.

Historiae

Scritto dal 39 al 35 a.C. Consistevano in una ricostruzione della storia romana in un determinato periodo. Modificò il metodo monografico passando dalla monografia all’annalistica. Non si limitò alla semplice cronaca degli eventi, come nel genere annalistico, ma si dedicò all’analisi approfondita di ogni singolo episodio. Scelse l’annalistica poiché analizzò un lasso di tempo molto vasto. Inserì il metodo monografico in quello più ampio dell’annalistica.
Narrò le vicende dalla morte di Silla (78 a.C.) fino alla guerra dei pirati condotta con grande accanimento da Pompeo (63 a.C.). Delle Historiae rimangono dei frammenti e delle orazioni. Precedentemente lo storico Sisenna aveva apportato una ricostruzione della storia romana sino alla morte di Silla e per questo l’esigenza di Sallustio consisteva nel proseguire la ricostruzione della storia della repubblica romana. Probabilmente egli scelse il genere annalistico poiché voleva ancora proseguire la storia ma purtroppo morì. Altro motivo poiché scelse tale punto di partenza consisteva nel fatto che Sisenna parteggiava per Silla mentre egli mirava a conferire una maggiore obbiettività. Neanche egli riuscì ad essere obbiettivo poiché fece emergere un quadro alquanto negativo di Silla.
L’opera era divisa in 5 libri di cui vennero conservati 4 discorsi e 2 epistole. I 4 discorsi erano tenuti da consoli in svariate situazioni mentre di particolare interesse risultavano le 2 lettere, una scritta da Pompeo ed una da Mitridate, re del Ponto.
La I Lettera venne scritta da Pompeo al senato e quest’ultima, come voleva lo stesso Sallustio, evidenziava un’immagine negativa di egli stesso (Pompeo). La lettera fu scritta al Senato quando Pompeo si trovava a combattere contro Sertorio in Spagna e, per dare una svolta decisiva, attendeva rifornimenti dal Senato che tardava a mandarli. Egli quindi accusò il Senato poiché lo aveva lasciato da solo, povero ed indifeso nel combattere contro Sertorio senza i dovuti aiuti. Nella lettera Sallustio presentò Pompeo non legato alla patria, differentemente da quando egli voleva far credere, ma attaccato alla sua smania di potere, alla sua ansia di gloria e di ambitio negativa.
La II Lettera è di Mitridate ad Arsace, re dei Parti. Quest’ultimo chiese ad Arsace un’alleanza contro il nemico comune, ovvero i Romani. Evidenziò la corruzione del popolo romano e come essi togliessero la libertà a molti popoli date le continue conquiste, dettate esclusivamente dal desiderio di un accumulo sempre maggiore di ricchezze e potere. Sallustio sottolinea l’odio dei re che continuamente dovevano combattere contro i romani per conservare i propri regni e la visione di costoro da parte del nemico. La storiografia infatti tendeva sempre ad evidenziare la grandezza, il coraggio, il valore e la spinta espansionista dei romani dal loro punto di vista mentre Sallustio offrì l’altro punto di vista, rappresentato dal nemico. Gli storiografi romani infatti presentavano sempre la storia del punto di vista dei conquistatori e non da chi veniva sconfitto. L’altro motivo era di voler porre in evidenza da parte del nemico quanto gli interessi romani fossero sempre di più quelli del potere, della ricchezza, dell’aumento dell’avarizia per ribadire il concetto che era alla base delle sue 3 opere più importanti (la corruzione del popolo romano, allontanato dagli antichi e buoni costumi del passato e dominato dagli interessi personali).

Hai bisogno di aiuto in Latino?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email