Le mine antiuomo

In attesa della messa al bando delle mine antiuomo, questi terribili ordigni continuano ad uccidere e mutilare senza distinguere i bambini dai soldati, senza mai fermarsi, neppure quando le ostilità termineranno. Qual è il tuo parere in merito?

Le mine antiuomo sono uno strumento di guerra terribile e subdolo perché essendo nascoste in genere sotto il terreno, esplodono quando vengono accidentalmente calpestate o urtate da chi si trova a passare nella zona che è stata minata, causando in genere l’amputazione degli arti inferiori. Tali ordigni, tecnologicamente più avanzati rispetto al passato, sono particolarmente pericolosi perché essendo costruiti interamente in plastica non si possono individuare se non con grande difficoltà e non si autodistruggono neppure dopo molti anni.
Un altro tipo di mine antiuomo sono quelle a frammentazione, che vengono messe in funzione da trappole ed esplodono in diverse schegge, provocando ferite alla testa e agli arti superiori.

Purtroppo questi micidiali ordigni sono stati disseminati in vaste aree della terra.
Le cifre parlano di 113 milioni di mine sparse soprattutto in Bosnia, Ucraina, Egitto, Angola, Iran, Iraq, Afghanistan e Cambogia, tutti paesi che di recente sono stati teatro di sanguinosi episodi bellici.
Anche quando i contendenti riescono a trovare un accordo e siglare la pace, questi ciechi strumenti di morte continuano ad operare, incuranti delle tregue o dei trattati, indifferenti se a calpestarle sia un bambino o un soldato.
La Croce Rossa ha calcolato che in un solo mese, più di 2000 persone vengono colpite dalle mine antiuomo, le quali provocano mutilazioni orribili o anche la morte di chi è investito in pieno dal micidiale ordigno.
L’opinione pubblica mondiale non è stata insensibile davanti a questa terribile carneficina: numerose personalità pubbliche hanno preso a cuore il problema impegnandosi a fondo in campagne a favore della messa al bando delle mine antiuomo.
Ad esempio la principessa Diana d’Inghilterra, che prima di morire tragicamente aveva offerto la propria immagine per uno spot contro le mine. All’americana Jody Williams, esponente dell’associazione che si batte contro le mine, nel 1997 le veniva assegnato il Nobel per la pace in seguito all’impegno col quale si era battuta contro i micidiale ordigni. Spot pubblicitari, articoli sui giornali, interventi pubblici su questo problema hanno fatto crescere la coscienza dell’orrore e dell’inciviltà che questi strumenti di morte rappresentano.
I governi dei paesi del mondo, davanti alla protesta diffusa, non hanno più potuto ignorare il problema e di recente ben 125 nazioni si sono incontrate ad Ottawa, per discutere la messa al bando delle mine e si sono impegnate non solo a non fabbricarle ma anche a non conservarle, smerciarle e a non utilizzarle.
Purtroppo però, non siamo ancora giunti ad una loro completa eliminazione. Infatti la Russia, gli Stati Uniti e la Cina non vogliono ancora privarsi di quest’arma. E anche un paese europeo, la Finlandia, è sulla stessa posizione delle tre superpotenze.
Fra i paesi non ancora sviluppati, l’India, il Pakistan, l’Egitto e la Turchia non hanno firmato alla conferenza di Ottawa. Gli Stati Uniti hanno giustificato la loro politica favorevole all’utilizzo delle mine per ragioni di sicurezza militare, in particolare per poter meglio fronteggiare l’esercito nord coreano.
Tuttavia il numero delle nazioni favorevoli alla messa al bando è altissimo e soprattutto è vasta l’indignazione popolare. Ciò lascia sperare che in tempi brevi si arriverà a metterle fuori legge.
A quel punto si aprirà un nuovo capitolo non meno complesso, quello della bonifica dei terreni infestati dalle mine. Vi sarà anche la corsa all’affare, perché sminare una zona richiede sforzi tecnici e finanziari elevatissimi.
Saranno sicuramente interessate a questa complessa operazione proprio le nazioni che hanno prodotto e venduto le mine, le quali cercheranno di avere una “fetta” di questo grande affare. Ma queste considerazioni si potranno fare con maggiore attenzione in futuro.
È indispensabile ora che tutte le nazioni firmino il trattato di messa al bando delle mine, così che si fermi quello che è stato definito come lo “sterminio al rallentatore”.

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